
Innovazione orizzontale, competenze che si integrano, hardware e software progettati insieme, cicli termici intelligenti; acqua come bene (anche) politico, modelli distribuiti e sfide di scala. Con SEAS, dentro una nuova idea di tecnologia e autonomia idrica.
Trasformare l’aria in acqua: un’idea così semplice non può che avere implicazioni operative complicatissime – questo ciò che penso mentre raggiungo Rinaldo Bravo, General Manager di SEAS SA, e Patrizia Plini, la sua Strategic Advisor sempre sul pezzo.
Sono molto curioso di ascoltarlo. Fin dal nostro primo incontro ho riconosciuto in lui un autentico spirito “orizzontalista”, capace di far dialogare tecnologie, discipline e contesti diversi. È un approccio che ritrovo anche nel suo modo di esprimere l’imprenditorialità, dove convivono il rigore giapponese, la profondità francese, la curiosità di un giovane esploratore e l’esperienza di un veterano dell’industria globale.
Il percorso di Rinaldo Bravo attraversa molti territori: i primi robot industriali in Comau, l’elettronica di potenza in Schneider, gli anni trascorsi in Cina e in India, le grandi aziende europee e quelle italiane. Esperienze che gli hanno insegnato che la complessità non va aggirata, ma trattata come materia viva da modellare.
«Quello che hai imparato è il passato. L’innovazione comincia quando inizi a guardare oltre, mettendo insieme le cose in modo diverso», mi dice pensando a come è arrivato fin qui.
SEAS nasce proprio da questa capacità: prendere termodinamica, materiali igroscopici, elettronica di potenza e software, e costruire tra loro un dialogo nuovo. Il risultato è un sistema in grado di produrre acqua dall’aria in modo efficiente, modulare e industrializzabile. Un’innovazione che non è solo tecnologica, ma propone un nuovo rapporto tra energia, territorio e autonomia.
Rinaldo, dal tuo punto di vista e per quella che è la tua esperienza, che momento dell’innovazione stiamo vivendo?
Siamo ancora figli di una cultura verticale: si affronta ogni funzione tecnologica come un mondo a sé. Climatizzazione da una parte, ventilazione da un’altra, ogni componente come elemento isolato. Poi arrivi a guardare i sistemi da vicino e ti accorgi che, se non li metti in relazione, perdi gran parte del loro valore.
SEAS è nata proprio così, da un’integrazione. E non è un caso isolato: nella mia carriera ho visto più volte l’effetto di una visione orizzontale. Nell’ascensore, ad esempio, la combinazione fra inversione dei motori, elettronica di potenza, controllo automatico e recupero energetico ha reso possibile ciò che prima non esisteva: portare una cabina al piano anche senza energia esterna, garantendo continuità e sicurezza. Oppure la gestione dell’aria: se la guardi solo come climatizzazione, ti perdi il calore residuo, l’acqua che puoi ottenere, l’efficienza energetica che puoi ricavare.
L’innovazione più importante oggi avviene tra le tecnologie, non dentro le tecnologie.
Entriamo nella vostra tecnologia: che cosa rende diverso il vostro modo di produrre acqua dall’aria?
Due approcci esistono da sempre: l’assorbimento e la condensazione. I materiali di nuova generazione – come i MOF (Metal-Organic Frameworks), premiati con un Nobel – hanno aumentato la capacità di assorbire umidità, ma il problema resta sempre lo stesso: estrarre l’acqua richiede molta energia, spesso energia termica che devi generare artificialmente.
La condensazione, con un buon compressore e un’elettronica di controllo evoluta, permette efficienze molto più elevate. Ma per farla funzionare bene servono molti mondi contemporaneamente: fisica, termodinamica, chimica dei materiali, elettronica di potenza, sensoristica, software predittivo.

Awa 25, installata presso l’Hotel Splendido Bay di Padenghe sul Garda, produce fino a 250 litri di acqua al giorno e contribuisce all’efficientamento energetico della struttura.
Noi trattiamo la macchina come un ecosistema. Non è solo un deumidificatore evoluto: è un sistema che insegue temperatura e umidità esterna, regola flussi, recupera calore, reintroduce aria secca per minimizzare consumi, e utilizza l’acqua stessa come vettore termico per scaldare senza energia aggiuntiva. È un ciclo integrato che mette insieme elementi che normalmente vivono separati. E soprattutto il software nasce insieme all’hardware: non lo aggiungiamo dopo. È progettazione simultanea.
Che cosa significa, nella pratica, trasformare un’idea in un processo che regge su scala industriale?
Significa capire subito che ciò che funziona in piccolo non è automaticamente replicabile in grande. Vale per tutto: per i materiali, per la meccanica, per l’elettronica, per il controllo dei cicli termici.
L’80% delle soluzioni innovative che vedo producono un bicchiere d’acqua. Ed è già una conquista. Ma passare dal bicchiere ai 5.000 litri al giorno, H24, da 0 a 60 gradi esterni, senza variazioni qualitative, è un salto che non assomiglia alla collina che hai appena scalato: assomiglia all’Everest.
Devi pensare subito alle generazioni successive, non solo alla prima. Capire quali materiali reggono cicli termici continui, quali componenti si stressano, quali controlli elettronici servono per evitare inefficienze. Anticipare la produzione industriale mentre stai progettando. E accettare che l’innovazione vera nasce dall’integrazione: un singolo ingegnere, per quanto bravo, non può farcela da solo. Ci vogliono fisici, termotecnici, elettronici, specialisti dei materiali, progettisti di processo. L’innovazione industriale è un lavoro collettivo.
Quali sono le resistenze più forti che avete incontrato – tecniche, culturali o politiche – e come si riconoscono?
La prima resistenza è culturale, ed è interna: l’abitudine a ragionare in verticale. “Non si è mai fatto”, “potrebbe stressare i materiali”, “meglio non invertire questo ciclo”. Esattamente le frasi che sentivo ai tempi dei robot e delle saldatrici: se manca una valvola, non si fa la macchina. La differenza sta nel decidere di andare a parlarne con chi la valvola può farla.

Acqua potabile di alta qualità per il consumo umano
C’è poi la resistenza accademica, che non è ostilità ma approccio: molti ricercatori conoscono profondamente il passato, molto meno ciò che può venire dopo. Lavorare con alcune università aperte – come quella di Pavia, con la professoressa Anna Magrini e il gruppo di termotecnica – fa la differenza: guardano avanti, non solo indietro. Con loro oggi stiamo esplorando applicazioni mediche dell’acqua prodotta dall’aria, un’acqua priva di chimica che apre scenari nuovi per la dialisi o il trattamento epidermico.
Ma la resistenza più forte è esterna. L’acqua non è un bene neutrale: è politica, economia, potere. Ad Haiti, dopo il terremoto, non siamo riusciti nemmeno a regalare una macchina: avrebbe rotto equilibri economici locali basati sul trasporto dell’acqua. In Libano, macchine acquistate per iniziative umanitarie sono state respinte al porto: “Se gli diamo anche l’acqua, non vanno più via”. In alcune zone del Brasile e del Senegal, la scarsità d’acqua è ciò che permette di ottenere fondi internazionali: risolvere il problema potrebbe ridurre quelle entrate.
Ci sono poi le resistenze sistemiche. Il desalinizzatore è l’esempio più noto: necessario in alcuni contesti, ma produce eluato, non semplice sale. È un residuo altamente inquinante che altera la vita marina. E comunque richiede tubazioni lunghe decine di chilometri, con perdite inevitabili. È una soluzione verticale a un problema che richiede anche risposte distribuite.
In che modo questi aspetti influenzano il modo in cui pensi e guidi l’innovazione?
Il mio percorso nasce dall’aver attraversato contesti diversi, sempre nell’automazione, sempre con una visione di sistema più che di dettaglio. Ho imparato che non basta progettare: bisogna capire come un oggetto vive dentro un ecosistema tecnico, economico e culturale. E che l’innovazione richiede disciplina, rigore, capacità di mettere in relazione competenze molto diverse tra loro.
Per me innovare significa proprio questo: integrare, vedere le connessioni, evitare la tentazione della verticalità. L’innovazione diventa scalabile solo quando è costruita su basi solide e condivise, non quando si affida al colpo di genio isolato. È un processo collettivo che richiede metodo e responsabilità.
Rinaldo, chiudiamo con la nostra domanda di rito. Richard Feynman diceva: “La scienza deve aiutarmi a fare previsioni, non a prendere decisioni”. Oggi molti la mettono in discussione. Tu cosa ne pensi?
La scienza è fondamentale: ti permette di capire, prevedere, misurare. Ma la decisione è un atto umano e richiede anche coscienza. Senza scienza non puoi prendere decisioni; ma la scienza, senza coscienza, non serve a nulla.
Nel mio lavoro l’ho visto in molte forme. La scienza ti dà il quadro, ti permette di valutare le alternative e di capire le conseguenze, ma il momento della decisione resta responsabilità dell’uomo. È lì che entrano in gioco l’esperienza, l’etica, la capacità di tenere insieme elementi che i dati non catturano pienamente.
Il mio approccio – molto francese e giapponese – è semplice: prima conoscere, poi progettare, poi verificare e poi migliorare. È un ciclo rigoroso, ma è ciò che permette di prendere decisioni solide. E credo che questo principio, nell’era dell’intelligenza artificiale, sia più importante che mai.





