
Chirurgia mininvasiva, interconnessione digitale, intelligenza artificiale applicata alla diagnostica; sale operatorie come sistemi integrati, dati clinici come infrastruttura. Con KARL STORZ, dentro una nuova idea di innovazione sanitaria.
Per molto tempo l’innovazione in sanità è stata una storia di strumenti: sempre più precisi, sempre più performanti, sempre più affidabili. Oggi quella narrazione si evolve con decisione. La tecnologia entra in sala operatoria non solo come estensione della mano del chirurgo, ma come sistema che connette dati, persone e decisioni. Che cosa significhi davvero questo passaggio, però, non è affatto scontato.
È con questa domanda ancora aperta che incontro Claudia Georgia Banella, Vice-President Southern Europe e Managing Director KARL STORZ Italia, azienda tedesca di tecnologia medica riconosciuta a livello globale per la leadership nell’endoscopia e nella chirurgia mininvasiva. Il perimetro che Claudia governa è ampio – dai grandi mercati ai sistemi sanitari territoriali – ma lo sguardo resta focalizzato: capire come la tecnologia possa migliorare concretamente l’esperienza di cura, senza perdere di vista il fattore umano.
«Io penso che si parta sempre dalle persone. Quando lavori davvero su di loro, i risultati arrivano», mi dice raccontando il suo modo di intendere leadership e innovazione. Una visione che attraversa tutta la conversazione e che ribalta il paradigma più diffuso: non obiettivi finanziari a cascata, ma cultura, ascolto e responsabilità come condizioni perché la tecnologia produca valore reale.
Nel suo racconto l’innovazione non coincide con l’ultima soluzione digitale disponibile, ma con la capacità di integrare: strumenti, software, dati clinici, competenze professionali e cultura organizzativa. La qualità della visione, da sempre al centro dell’identità tecnologica dell’azienda, diventa così il punto di partenza per ripensare la sala operatoria come ecosistema e la cura come responsabilità condivisa.
Claudia, che momento sta vivendo oggi l’innovazione nel settore della sanità?
La sanità è da sempre uno dei settori più strategici a livello globale, ma negli ultimi anni la sua centralità è diventata evidente a tutti. È un ambito che incrocia tecnologia, sostenibilità dei sistemi pubblici e qualità della vita delle persone, e che oggi si trova al centro di trasformazioni profonde.
È da questa prospettiva che guardo ai mercati di cui mi occupo, che comprendono anche Spagna, Grecia, Portogallo, Bulgaria e Cipro. Un’area eterogenea, ma accomunata dalle stesse grandi sfide: innovare la chirurgia, rendere le cure più efficaci e sostenibili, integrare tecnologia e processi clinici.
In questo contesto la spinta verso la mini-invasività, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale applicata alla diagnostica – anche predittiva – è sempre più forte. Ma ciò che stiamo vivendo oggi va oltre l’innovazione incrementale: è una trasformazione del modello.
In che senso una trasformazione del modello?
Per molto tempo il focus è stato sullo strumento: eccellenza tecnologica, precisione, affidabilità. Oggi il paradigma si è spostato sull’interconnessione digitale. Gli strumenti non vivono più isolati, ma dialogano tra loro, generano dati e alimentano sistemi che supportano le decisioni cliniche in tempo reale.
La tecnologia diventa una guida, un supporto alle scelte chirurgiche. Questo migliora l’efficienza operativa, la qualità dell’assistenza per i chirurghi e, soprattutto, per i pazienti. È anche per questo che oggi le strutture sanitarie non scelgono più solo un prodotto, ma un ecosistema.
Ecosistema è una parola chiave. Che cosa significa concretamente?
Significa passare da una logica di fornitura a una logica di partnership. Un ecosistema integra tecnologia, servizi, supporto, formazione e gestione dei dati.
In un mercato dove esistono player molto competitivi sul prezzo, magari grazie a produzioni delocalizzate, la differenza la fa la capacità di accompagnare le strutture sanitarie in una trasformazione di lungo periodo. Non si tratta solo di ciò che serve oggi, ma di ciò che servirà domani per far evolvere le sale operatorie.
Quanto conta il fattore generazionale in questo cambiamento?
Conta moltissimo. Oggi convivono chirurghi con un’esperienza manuale straordinaria e nuove generazioni più inclini ad affidarsi alla tecnologia. Pensiamo alla robotica: non è ancora economicamente sostenibile per molti sistemi sanitari, ma rappresenta un passaggio importante.
Non perché sostituisca il chirurgo, ma perché riduce la curva di apprendimento e contribuisce ad armonizzare il livello chirurgico. Le differenze tra operatori non scompariranno mai, ma alcune competenze di base possono essere standardizzate, a beneficio della qualità complessiva delle cure.
Il Covid ha segnato una discontinuità nel modo di pensare la sanità?
La sanità è sempre stata centrale per i Paesi. Il Covid ha reso evidente a tutti la necessità di un accesso più efficiente e tecnologicamente avanzato alle cure.
Da lì si è parlato molto di fascicolo sanitario elettronico, telemedicina, assistenza territoriale. Immaginiamo cosa significhi avere, in tempo reale, l’intero quadro diagnostico di un paziente e poterne discutere con più specialisti, anche a distanza. È qui che la tecnologia abilita un modello hub & spoke più efficace, collegando strutture territoriali e centri di eccellenza.
La tecnologia smette di essere strumento e diventa architettura di sistema.
C’è una tecnologia che oggi senti particolarmente rappresentativa dell’identità di KARL STORZ?
Non vorrei che parlando di tecnologia ci dimenticassimo le cose fondamentali, che spesso sono anche le più semplici. Per noi la qualità della visione è una di queste. Quando un chirurgo opera in spazi ristretti, vedere in modo chiaro, stabile e preciso non è un dettaglio: è ciò che rende possibile l’intervento, ciò su cui si costruisce sicurezza, efficacia e decisione clinica. È una competenza storica dell’azienda e resta il punto di partenza di tutto il resto.
Su questa base oggi si innestano le soluzioni integrate per la sala operatoria: piattaforme che collegano strumenti, dati, persone e strutture. Non tecnologie isolate, ma sistemi pensati per funzionare insieme, dentro e fuori la sala operatoria. È in questa capacità di connessione che vedo la direzione futura del settore.
Come si accompagna un’organizzazione intera in un cambiamento di paradigma così profondo?
Il primo punto è il coinvolgimento degli stakeholder. Non basta presentare soluzioni: bisogna creare esperienze. Surgery interattive, tavole rotonde multidisciplinari, ascolto del territorio.
Molti strumenti portano il nome dei chirurghi che hanno contribuito a svilupparli, e molti sono italiani. Non è scontato: significa mettere davvero il professionista al centro.
Questo approccio si riflette anche nell’evoluzione delle competenze. Accanto ai ruoli tradizionali emergono figure presenti direttamente in sala operatoria, capaci di garantire continuità tecnica ma anche di raccogliere feedback in tempo reale. Ogni intervento diventa così un’occasione di apprendimento continuo.
All’interno dell’organizzazione il tema è la cultura. Credo profondamente nell’ascolto, nell’innovazione dal basso, nella possibilità che le idee arrivino da qualsiasi parte. Le gerarchie servono per funzionare, ma non devono bloccare il contributo delle persone.
C’è stato un momento in cui hai preso piena consapevolezza dell’impatto del tuo ruolo?
Ho sempre creduto nei piccoli cambiamenti. Anche una conversazione, se fatta nel momento giusto, può allargare le prospettive di qualcuno. Con questo ruolo, quella possibilità si è amplificata enormemente.
Io vivo per l’idea che chi è passato da questa azienda – o anche solo da una collaborazione – possa dire di aver imparato qualcosa, di aver guardato le cose in modo diverso. A volte questo significa aiutare le persone a capire qual è il posto giusto per loro, anche quando quel posto non è qui. Credo che l’impatto più grande sia proprio questo: mettere le persone nelle condizioni di fare scelte più consapevoli.
I risultati finanziari sono necessari, soprattutto in una multinazionale. Ma io cerco sempre di invertire il paradigma: non parto dai numeri, parto dalle persone. Quando lavori davvero su cultura, consapevolezza e contesto, i risultati arrivano. E arrivano in modo più solido.
Chiudiamo con la nostra domanda di rito. Richard Feynman diceva: “La scienza può aiutarmi a fare previsioni, ma non a prendere decisioni”. È ancora vero?
È più vero che mai. La scienza e la tecnologia ci offrono strumenti straordinari per analizzare dati, simulare scenari, prevedere conseguenze. Ma la decisione resta un atto umano.
Le decisioni sono guidate dai valori, dall’empatia, dalla capacità di comprendere il contesto e le persone. La tecnologia può supportare, orientare, rendere più consapevoli le scelte, ma non può sostituire la responsabilità di chi decide.
Nel nostro settore questo è particolarmente evidente: la tecnologia deve restare al servizio del chirurgo e del paziente, non il contrario. È in questo equilibrio che l’innovazione smette di essere solo potenza tecnica e diventa valore reale: cura.





