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Marzia Chiesa, Strategy Director di Sodai

Tecnologie idriche rigenerative, blockchain per la trasparenza, industria circolare, water stewardship, cultura d’impresa e sostenibilità come strategia. Con Sodai, una nuova idea di ciclo idrico e competitività.

Quando incontro Marzia Chiesa, Strategy Director di Sodai, ho la sensazione di trovarmi davanti a una persona che non vive l’acqua come una materia da trattare, ma come un ecosistema: tecnologico, culturale, economico e insieme profondamente umano.

La sua storia personale si intreccia con quella di Sodai – azienda familiare nata dalla ricerca di suo padre oltre trent’anni fa e diventata oggi una realtà internazionale specializzata nella gestione, nella depurazione e soprattutto nella rigenerazione delle acque industriali. Un’azienda che opera nella progettazione e gestione di impianti, nello sviluppo di tecnologie proprietarie e in servizi avanzati di monitoraggio digitale del ciclo idrico. La crescita di Sodai racconta un percorso che unisce rigore, innovazione e responsabilità.

«Conosco questo tema, lo sento fortemente, perché, forse anche involontariamente, è il vestito che mi sono costruita negli anni», mi dice. È una frase che restituisce la natura del suo rapporto con l’acqua: non un semplice settore industriale, ma un orizzonte identitario in cui competenze tecniche, sensibilità culturale e visione strategica crescono insieme.

In Marzia Chiesa convivono visione sistemica e concretezza industriale: dalla depurazione alla rigenerazione delle risorse, dalla digitalizzazione all’adozione pionieristica dei Water Credits, dalla cultura aziendale all’accettazione sociale del riuso idrico. È una voce che parla di tecnologia non come oggetto, ma come processo trasformativo che coinvolge territori, comunità, modelli economici e strategie di competitività.

Questa conversazione è un viaggio dentro la frontiera della gestione idrica e dentro un nuovo modo di pensare l’industria – dove sostenibilità, competenza e cultura diventano leve strategiche di valore condiviso.


Marzia Chiesa, Strategy Director di Sodai

Marzia Chiesa, Strategy Director di Sodai

Marzia, partiamo dal contesto. Che momento dell’innovazione stiamo vivendo nel tuo settore?

È un momento complesso e, allo stesso tempo, molto fertile. Prima di tutto perché la tecnologia non è più un comparto: è un’infrastruttura che attraversa ogni filiera, condiziona competitività, stabilità finanziaria e processi decisionali. E nel mondo dell’acqua questo è ancora più vero: la gestione idrica è uscita dal perimetro ambientale ed è entrata in quello strategico di tutte le imprese. L’acqua oggi è un indicatore anticipatore di rischio, un fattore di resilienza e un asset competitivo.

C’è un termine che considero fondamentale e che in Italia usiamo ancora poco: water stewardship. È un approccio integrato e responsabile alla gestione dell’acqua, che coinvolge imprese, territori e comunità. Ed è destinato a diventare un criterio chiave di posizionamento, accesso ai mercati e reputazione.

E c’è un tema che spesso viene trascurato: la regolamentazione, soprattutto nel riuso idrico industriale, è ancora frammentata. Questo genera incertezza, responsabilità poco definite e rallenta l’adozione di tecnologie che potrebbero creare valore immediato. È un limite culturale e sistemico insieme.

In questo quadro, tecnologia, cultura e modello economico devono coesistere. La tecnologia abilita soluzioni, la cultura orienta le scelte e il modello economico permette all’innovazione di essere scalabile. Il futuro non sarà determinato solo dalle tecnologie che avremo, ma da come decideremo di utilizzarle per creare valore condiviso.

Quali sono le innovazioni tecnologiche più rilevanti che stanno cambiando il settore?

Ti porto tre esempi, perché insieme descrivono il nuovo modo di immaginare l’industria.

Il primo riguarda la rigenerazione dell’acqua e delle risorse. Abbiamo sviluppato un processo, Deepestâ, che permette non solo di recuperare l’acqua dagli scarichi industriali, ma anche di ricavare materie prime – compresi reagenti chimici utilizzati in produzione. È un salto di paradigma: non si tratta più solo di “non inquinare”, ma di trasformare uno scarto in valore economico, ambientale e territoriale.

E c’è un aspetto che per me è decisivo: la rigenerazione non è solo un processo tecnico, è un legame con il territorio. Se ciò che un’azienda recupera può diventare risorsa per un’altra realtà della stessa area, si riducono trasporti, emissioni e costi. È una logica quasi da “chilometro zero” applicata all’industria: un modo per costruire filiere corte, efficienti e sostenibili.

 

Il secondo riguarda la digitalizzazione. Il monitoraggio da remoto esiste da anni, ma oggi la combinazione tra sensoristica IoT e capacità predittiva permette interventi più precisi, tempestivi e sostenibili. Si riducono fermi impianto, costi operativi e impatti ambientali. Pensiamo alle reti idriche: sapere esattamente dove nasce una dispersione significa intervenire con precisione, limitare scavi e contenere costi.

Canal Café alla Biennale di Venezia, 2025

Canal Café alla Biennale di Venezia, 2025

Il terzo è la blockchain. Mi ha colpito da subito perché garantisce ciò che nel nostro settore è cruciale: la certezza e l’integrità del dato. L’abbiamo inizialmente adottata per tracciare la filiera dei rifiuti, ma si è poi confermata centrale con l’affermazione, su scala internazionale, del primo standard di Water Credits (WTR): un sistema che attribuisce un valore economico verificabile a ogni metro cubo di acqua rigenerata. In un Paese dove l’acqua costa pochissimo – o addirittura nulla, se prelevata da pozzo – la blockchain introduce un cambio di paradigma: rende visibile, misurabile e riconoscibile il valore dell’acqua recuperata, creando finalmente un incentivo concreto all’adozione del riuso idrico.

In sintesi, porto innovazione dove può creare valore: per l’impresa, per il territorio, per le persone.

Hai citato cultura, tecnologia e modello economico. Partiamo dalla cultura: come si diffonde davvero un mindset innovativo?

La cultura parte sempre dall’interno. Un’azienda è una comunità: senza cultura, la tecnologia resta un esercizio tecnico. La cultura permette di comprendere, accettare e utilizzare l’innovazione.

Poi ci sono i clienti, che nel nostro caso diventano partner. Attraverso progetti di Sustainable Water Cycle, lavoriamo su rigenerazione dell’acqua, riduzione dei reagenti, maggiore sicurezza per le persone. È un lavoro di co-creazione, dove le tecnologie servono un disegno condiviso.

Le università sono altrettanto centrali. Sodai nasce dalla ricerca e sviluppo: essere collegati al mondo accademico significa conoscere le tendenze, anticipare evoluzioni e rimanere connessi alle linee di frontiera dell’innovazione. È una relazione che ci orienta e ci radica.

Infine c’è il tema dell’accettazione sociale. Un esempio è il Canal Café, il progetto della Biennale che ha vinto il Leone d’Oro ed è finito sul New York Times. Abbiamo trasformato l’acqua dei canali di Venezia in un caffè attraverso un sistema che unisce processi naturali e tecnologici. Era una metafora della trasformazione culturale necessaria per accettare il riuso idrico. Ha funzionato perché parlava alle persone prima che ai tecnici.

Alla fine, tutto converge in un patto valoriale tra imprese, territori, istituzioni e comunità. La tecnologia abilita, la cultura dà senso, la collaborazione costruisce.

Il Leone d’Oro vinto dal progetto Canal Café, Biennale di Venezia 2025

Il Leone d’Oro vinto dal progetto Canal Café, Biennale di Venezia 2025

Veniamo al modello economico. Perché è così centrale e come si collega alla tecnologia?

Perché un’innovazione senza un modello economico che la sostenga rimane un prototipo. La tecnologia funziona davvero quando diventa parte dei processi decisionali dell’azienda: quando guida pianificazione, investimenti e azioni. È così che genera valore.

Nel nostro settore l’acqua è diventata un asset strategico. È un indice di resilienza: imprese e territori che gestiscono correttamente la risorsa sono più stabili, più attrattivi e più competitivi. Parliamo di efficienza, predittività, riduzione dei rischi e di una visione rigenerativa dell’industria.

La leva economica è spesso quella che permette di fare il salto. È ciò che trasforma un’intuizione sostenibile in una scelta strategica. Per questo ho lavorato sull’idea di attribuire un valore tangibile e misurabile a ogni metro cubo di acqua recuperata: se un’azienda vede un ritorno economico misurabile dalla rigenerazione dell’acqua, è più propensa a investire. Il valore ambientale è fondamentale, ma spesso non basta a modificare i comportamenti.

Chiudiamo con la nostra domanda di rito. Feynman diceva: “La scienza può aiutarmi a fare previsioni, ma non a prendere decisioni”. Come la leggi?

Continuo a pensarla esattamente come lui. La scienza – e oggi anche l’intelligenza artificiale – ci permette di leggere, misurare, prevedere. Ci dà la comprensione dei fenomeni e la capacità di anticiparli. Ma la decisione riguarda il tipo di futuro che scegliamo. E questo è un atto umano, culturale, etico.

La scienza illumina. La tecnologia abilita. Il modello economico rende possibile il cambiamento. Ma è la cultura a stabilire la direzione.

E c’è una parola che considero fondamentale: responsabilità. Responsabilità verso i territori, verso le comunità, verso le generazioni che verranno. È la responsabilità che ci ricorda ciò che è necessario e ci permette di scegliere. Ed è da qui che nasce la strategia.