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Il Green Data Center Eni, progettato per garantire un minor consumo di energia rispetto a un data center tradizionale. Eni

Come la corsa alla potenza di calcolo accelera la ricerca sulla prossima rivoluzione energetica.

C’è una rivoluzione silenziosa che corre nei cavi in fibra, nei server e nei chip che sostengono l’intelligenza artificiale, i servizi cloud e l’intero ecosistema digitale globale. È una rivoluzione che sviluppa una fame di energia che non nasce da fabbriche o città in espansione, ma dai data center. Secondo le stime più recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), entro il 2030 il fabbisogno energetico dei data center e delle reti digitali potrebbe più che raddoppiare.

È un consumo che cresce più rapidamente della capacità delle reti di adattarsi, generando una tensione sempre più evidente tra innovazione digitale e sostenibilità energetica.

L’impatto energetico della digitalizzazione

Già oggi i grandi hub di calcolo richiedono potenze paragonabili a quelle di intere città. L’Irlanda, sede europea di molti data center, ha visto il consumo elettrico di queste infrastrutture aumentare fortemente nell’ultimo decennio.

Come abbiamo scritto in questo articolo, ogni nuova generazione di modelli di intelligenza artificiale aumenta di ordini di grandezza la potenza di calcolo richiesta. E mentre l’efficienza delle architetture hardware continua a migliorare, la corsa dell’intelligenza artificiale generativa e dei modelli linguistici di grandi dimensioni ha introdotto una nuova scala di complessità: addestrare un singolo modello avanzato può richiedere energia sufficiente ad alimentare centinaia di abitazioni per un anno.

Negli Stati Uniti, un rapporto del Dipartimento dell’Energia stima che il consumo dei data center potrebbe arrivare fino al 12% della domanda elettrica complessiva degli USA entro il 2028; in Europa, alcuni paesi stanno imponendo moratorie temporanee per la costruzione di nuove server farm a causa della pressione sulle reti elettriche. Anche in Asia, dove l’espansione digitale è più rapida, si registra un’analoga corsa a garantire capacità elettrica sufficiente.

Le fonti rinnovabili, per quanto cruciali nella decarbonizzazione, non bastano da sole a sostenere infrastrutture che devono operare ininterrottamente 24 ore al giorno. La natura intermittente del sole e del vento (pur considerando l’ausilio di sistemi di accumulo) limita la possibilità di assicurare la continuità richiesta dai grandi hub di calcolo.

Addirittura, alcune aziende stanno pensando di realizzare nuovi data center in orbita attorno alla Terra, pensando all’alimentazione perenne del Sole come fonte di energia. In questo contesto, la tecnologia della fusione nucleare entra in gioco con una prospettiva nuova.

La fusione come architettura energetica per il digitale

Negli ultimi anni, come abbiamo raccontato anche fra le pagine di questo magazine, la combinazione tra nuovi materiali, calcolo ad alte prestazioni e magneti superconduttori ha accelerato lo sviluppo di reattori in grado di produrre più energia di quella immessa. L’obiettivo non è più soltanto dimostrare la fattibilità scientifica della fusione, ma arrivare a impianti industriali, integrabili nella rete e capaci di alimentare economie complesse.

Un segnale di questa transizione è arrivato negli ultimi anni, quando giganti tecnologici e realtà che stanno investendo sulla fusione nucleare come Commonwealth Fusion Systems (CFS), spinoff del MIT Plasma Science and Fusion Center, hanno iniziato a stringere accordi per esplorare l’impiego dell’energia da fusione nei futuri data center.

CFS, sostenuta fin dalle origini anche da Eni (che ha di recente firmato un accordo da 1 miliardo di dollari per l’acquisto di energia dalla prima centrale a fusione di Commonwealth Fusion System), è oggi uno dei protagonisti assoluti della corsa a questa nuova tecnologia. I suoi progetti SPARC e ARC mirano a sviluppare reattori compatti basati su magneti superconduttori ad alta temperatura (HTS), in grado di confinare un plasma di deuterio e trizio a oltre cento milioni di gradi. SPARC, già in costruzione a Devens, nel Massachusetts, sarà il primo impianto a dimostrare la produzione netta di energia da fusione. Il successivo ARC, invece, è concepito come il primo reattore commerciale collegabile alla rete.

Ma la sfida è anche a livello tecnico. L’uso dei magneti HTS ha trasformato la fusione da un problema di scala a un problema di ingegneria. L’idea è che reattori più piccoli e modulari possano essere replicati e distribuiti, fornendo energia stabile e priva di emissioni a un numero crescente di centri di calcolo.

Il trilemma energetico della transizione digitale

Gli accordi e le partnership che si stanno sviluppando attorno alla fusione non si pongono soltanto come un esperimento tecnologico, ma come una dichiarazione d’intenti. La fusione offre una potenza costante e una densità energetica di gran lunga superiore rispetto alle fonti rinnovabili, senza il problema della produzione di scorie a lunga vita. In un’economia sempre più elettrificata, può rappresentare la base stabile di un sistema energetico globale che rimane decarbonizzato ma affidabile.

Per Eni, che attraverso Eni Next è stata il primo investitore industriale in CFS e ne resta oggi uno dei principali azionisti, la fusione non è una scommessa, ma una strategia di lungo periodo. In parallelo alla collaborazione con il MIT, l’azienda infatti partecipa al progetto Divertor Tokamak Test con ENEA e sostiene altre iniziative europee sulla gestione del trizio e dei materiali avanzati per i futuri reattori.

Un nuovo equilibrio tra digitale ed energia

Se nei prossimi anni i primi impianti a fusione inizieranno a fornire energia alla rete, la geografia della digitalizzazione cambierà radicalmente. I data center potranno sorgere non più in funzione della disponibilità di combustibili fossili o di grandi parchi rinnovabili, ma accanto a reattori di nuova generazione capaci di produrre energia pulita e continua.

Sarà una svolta tanto tecnologica quanto culturale: la possibilità di conciliare la crescita esponenziale del digitale con la necessità, ormai urgente, della sostenibilità ambientale.

 

Foto di copertina: il Green Data Center Eni, dove è ospitato anche il supercomputer HPC6, progettato per garantire un minor consumo di energia rispetto a un data center tradizionale. Eni