
Negli ultimi anni, Eni ha spostato una parte rilevante del proprio orizzonte strategico verso tecnologie di fusione con l’avvio di progetti e partnership, nazionali ed internazionali, per lo sviluppo e lo studio di questa tecnologia.
L’approccio di Eni alla frontiera della fusione è quello di un attore che costruisce una rete di partnership (accademiche, start-up, centri di ricerca nazionali e laboratori internazionali) con l’obiettivo dichiarato di accompagnare la tecnologia dalla fase sperimentale al potenziale utilizzo industriale.
Tra i numerosi sforzi (economici e in termini di partnership) che, a livello internazionale, vedono al centro la tecnologia della fusione nucleare, Eni è certamente un protagonista, con numerosi e importanti progetti di primaria rilevanza per la strategia complessiva dell’azienda e per il percorso verso la commercializzazione della fusione.
CFS e la traiettoria condivisa
La partnership fra Eni e Commonwealth Fusion System è probabilmente la più nota e significativa a livello di visibilità. Eni è stata tra i primi investitori significativi in CFS, con un impegno iniziale, e ha poi partecipato alle successive iniezioni di capitale, posizionandosi come azionista di riferimento. Il modello CFS combina la ricerca del MIT con un percorso industriale privato che punta a dimostrare il guadagno netto di energia (attraverso il progetto dimostrativo SPARC) e a passare rapidamente alla costruzione di impianti commerciali (ARC e oltre). Questo approccio ha attratto capitali, talento e anche le prime firme di offtake da parte di grandi soggetti (il caso Google è diventato simbolico). Più di recente, Eni ha siglato un accordo di acquisto di energia che la pone come cliente di primo piano per la futura centrale ARC in Virginia. Questi sviluppi segnano un cambio di paradigma: non più solo investimenti in venture capital ma contratti commerciali che premiano la prospettiva di un’energia da fusione integrata nel mercato.

I laboratori sulla fusione a confinamento magnetico del Commonwealth Fusion Systems. Eni
Dal punto di vista tecnico, l’approccio di CFS si fonda sui magneti a superconduttore ad alta temperatura (HTS) che permettono campi magnetici molto più intensi rispetto alle generazioni precedenti; questo, a sua volta, consente di progettare reattori più compatti e potenzialmente più economici. L’investimento e la partecipazione industriale di Eni in questo contesto non sono puramente finanziari. Per un’azienda come Eni, cliente finale e tra i principali attori delle reti energetiche a livello globale, partecipare alla definizione dei modelli di integrazione in rete, alle questioni di fornitura energetica e alle modalità di offtake diventa un vantaggio competitivo, confermando il progetto SPASRC/ARC come tra i più avanzati nel panorama privato legato alle tecnologie di fusione.
MIT: un ponte tra ricerca accademica e applicazione industriale
La collaborazione tra Eni e il Massachusetts Institute of Technology ha una storia pluriennale che si è consolidata e ampliata nel tempo in diversi ambiti di ricerca a basso impatto carbonico. Nel campo della fusione, l’interazione con il mondo MIT significa accesso diretto a competenze di frontiera, sia sul piano della fisica del plasma sia su quello delle tecnologie abilitanti (magneti, diagnostica avanzata, modellistica), oltre alla possibilità di partecipare a spin-out e a iniziative nate proprio all’interno del prestigioso ateneo statunitense.
Eni ha infatti formalizzato e rinnovato accordi di collaborazione con il MIT che coprono ricerca e trasferimento tecnologico, traducendo know-how accademico in percorsi industriali su cui costruire primi casi d’uso concreti. Questo genere di collaborazioni permette di avere accesso a un circuito che più rapidamente genera idee e prototipi spendibili in ambito industriale e di porsi non solo come finanziatore ma come vero e proprio partner operativo nelle fasi di scaling e integrazione operativa.
Nel concreto, il rapporto con il MIT ha permesso a Eni di accedere ad ecosistemi di ricerca come quello che ha generato Commonwealth Fusion Systems (CFS). Molte tecnologie che oggi CFS porta avanti (come, ad esempio, i magneti HTS ad altissimo campo) nascono proprio da linee di ricerca maturate al MIT.
DTT, il contributo tutto italiano alla scienza della fusione
Il progetto DTT (Divertor Tokamak Test), sviluppato da ENEA a Frascati, è il grande banco di prova italiano per la ricerca sui divertor e sulle soluzioni di gestione del carico termico al bordo del plasma (che rappresenta un problema critico per qualsiasi reattore a fusione che voglia operare in modo sostenibile e a lungo termine).
Il progetto è pensato come piattaforma per studiare in particolare le condizioni estreme cui sono sottoposte le superfici che intercettano il plasma, un tema che impatta direttamente sulla vita utile dei componenti e sui costi operativi di un reattore commerciale con questa tecnologia.
All’interno del consorzio, tutto italiano, fanno parte, assieme ad Eni, anche università, centri di ricerca e imprese, che contribuiscono sia in termini di finanziamento che di competenze applicative.
UKAEA — H3AT e la Tritium Loop Facility
Una delle sfide forse meno note ma decisive nello sviluppo di tecnologie di fusione è il ciclo del combustibile.
Il trizio (combustibile fondamentale per le centrali a fusione nucleare) è un isotopo chiave per molte configurazioni, ma è radioattivo e deve essere prodotto, processato e riciclato con infrastrutture e norme dedicate. In questo contesto, l’accordo tra Eni e UKAEA (la UK Atomic Energy Authority) per la realizzazione dell’H3AT Tritium Loop Facility (che sta per “Hydrogen-3 Advanced Technology”) segna un passo particolarmente importante.
Si tratta del più grande e avanzato impianto al mondo per la gestione completa del trizio, fornendo supporto a industria, accademia e utenti terzi per testare componenti, servizi e hardware relativi al ciclo del trizio.
La struttura, che sarà ultimata entro il 2028 e avrà sede a Culham (Oxfordshire, Regno Unito, uno dei principali poli britannici sulla fusione), sarà un impianto pilota a ciclo chiuso (cioè, non solo dedicata allo stoccaggio o alle prove di laboratorio, ma a gestione in “loop” dell’intero ciclo del trizio: utilizzo, recupero, purificazione, stoccaggio e riciclo), gestito dall’UKAEA ed Eni.
La partnership prevede attività di sviluppo tecnologico, know-how sharing e iniziative di formazione, in cui il colosso italiano dell’energia è protagonista strategico.
Questo progetto ha una valenza pratica enorme: garantire la sicurezza, l’affidabilità e la sostenibilità della gestione del trizio è condizione necessaria perché la fusione diventi non soltanto dimostrabile in laboratorio ma anche regolata, assicurabile e accettabile dal punto di vista industriale e normativo.
Collaborazione scientifica con il CNR Bicocca
Rimanendo sul versante nazionale, l’impegno di Eni include anche collaborazioni con istituzioni accademiche italiane, tra cui l’Università di Milano-Bicocca e il CNR. Il partenariato con l’ateneo lombardo (formalizzato con un accordo di ricerca congiunta) e le attività con il CNR sono orientate su ambiti tecnici utili allo sviluppo e all’implementazione delle tecnologie di fusione, come la diagnostica, la misura di flussi di neutroni e gamma, lo studio di materiali e la modellistica.
Queste competenze, apparentemente “di nicchia”, sono in realtà fondamentali. Misurare con precisione le prestazioni del plasma, la resa di reazioni e la potenza effettiva è prerequisito per validare modelli e per progettare sistemi industriali sicuri ed efficienti. La rete nazionale (CNR, ENEA, università) che include Eni, punta a consolidare capacità che potranno essere richieste sia nei grandi laboratori internazionali sia nei futuri impianti industriali.





