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Gianmatteo Manghi, Cisco

Intelligenza artificiale “collaborativa”; sicurezza digitale; ecosistemi di innovazione e l’Internet of Agents. Intervista al CEO di Cisco Italia.

Tra le qualità che definiscono Gianmatteo Manghi, ce n’è una che colpisce subito: la capacità di rendere semplici concetti e progetti ad alta complessità. Una qualità preziosa in uno speaker e impagabile in un CEO: rende il confronto accessibile, diretto, alla pari. Anche per chi – come il sottoscritto – non vanta un background tecnico, ma vuole capire davvero. Il tutto con una cordialità naturale, che accompagna il ragionamento con leggerezza.

La sua bussola punta sul Nord dell’innovazione fin dagli Anni ’90. È allora che inizia a esplorare il nascente mondo delle applicazioni Internet, viaggiando negli Stati Uniti alla ricerca di partner con cui costruire competenze e portare innovazione in Italia. In quel contesto, comprende che il paradigma sta cambiando: non si tratta più solo di reti e infrastrutture, ma di abilitare nuovi servizi, modelli di business ed esperienze.

Lo incontriamo pochi giorni prima del lancio dell’Internet of Agents secondo Cisco, un’evoluzione significativa nel campo dell’intelligenza artificiale. Con me Emanuela Presciani, Strategic Alliance Manager di Storyfactory, e Tommaso Canonici, Publisher italiano del MIT Technology Review.

Gianmatteo Manghi, CEO Cisco italia

Gianmatteo Manghi, CEO Cisco italia

Gianmatteo, partiamo dallo scenario: oggi l’innovazione è una necessità o un’opportunità? Quali fattori rendono il contesto più o meno favorevole allo sviluppo tecnologico, in particolare dal vostro punto di vista come Cisco?

Nel nostro settore – quello dell’alta tecnologia digitale – il contesto è estremamente favorevole all’innovazione. Ma è importante distinguere tra visione globale e locale. A livello globale, l’innovazione sta vivendo un’accelerazione impressionante. A livello nazionale, in Italia, ci sono grandi opportunità da cogliere: il tessuto imprenditoriale è ricco, le competenze ci sono, e l’ecosistema di partner, clienti e istituzioni con cui lavorare è ampio e dinamico.

Guardando al percorso di Cisco, siamo nati insieme a Internet, contribuendo a costruire le fondamenta della rete. Agli inizi, Internet sembrava solo uno strumento per scambiarsi email o file: molti si chiedevano “bello, ma a cosa mi serve?”. Poi ha rivoluzionato tutto: processi produttivi, relazioni B2B e B2C, servizi pubblici, scuola, università, perfino la vita quotidiana. Oggi diamo per scontate cose come prenotare un treno dal telefono, pagare una multa online o fare videoconferenze ad alta qualità – ma tutto questo è stato abilitato da Internet.

A questa trasformazione si è aggiunta l’evoluzione della telefonia mobile e, più recentemente, il cloud. Ogni grande salto tecnologico – Internet, mobile, cloud – ha aperto nuove possibilità. E ogni volta ci si chiede: “finirà qui?”. Ma puntualmente arriva un’altra innovazione dirompente. Oggi tocca all’intelligenza artificiale, che non è una novità in sé, ma lo è la sua fruibilità su larga scala. È diventata accessibile, utile, concreta.

L’AI, specie quella generativa, è già in grado di assisterci in mille modi, dalla scrittura alla ricerca intelligente, fino all’elaborazione di insight. Sta costruendo un nuovo scenario fertile per chi vuole innovare. E anche l’Italia, con la sua creatività e capacità di adattamento, ha tutte le carte in regola per coglierne il potenziale. Certo, ci sono ambiti da migliorare – pensiamo al supporto alle startup – ma il terreno è più che favorevole.

Tra le tante innovazioni che Cisco sta portando avanti, ce n’è una che secondo te rappresenta al meglio il vostro approccio oggi?

Direi senz’altro l’Internet of Agents, che per noi rappresenta un’evoluzione significativa nel campo dell’intelligenza artificiale. Per molto tempo l’AI è stata presente in modo “invisibile”, integrata nei sistemi, dietro le quinte. Poi, con la diffusione dei LLM e degli agenti conversazionali, è diventata più esplicita e tangibile. Oggi stiamo andando oltre: l’AI non è più solo uno strumento, ma un vero e proprio agente digitale con cui interagiamo, che simula comportamenti umani e prende decisioni in autonomia.

Immagina un agente a cui chiedi: “Fammi un report sulle attività del MIT, analizza i risultati, dammi i dati sul team e suggeriscimi idee per una campagna marketing”. Questo agente dialoga automaticamente con decine o centinaia di altri agenti specializzati, raccoglie informazioni, le elabora e ti restituisce un output utile, completo, contestualizzato. Questo è l’Internet of Agents: una rete di intelligenze artificiali che collaborano fra loro, coordinate da un’infrastruttura sicura e performante, come quella che abilitiamo noi in Cisco.

Perché tutto questo funzioni, servono prestazioni elevate e sicurezza totale. L’AI è vorace di risorse computazionali ed energetiche, e allo stesso tempo va protetta da potenziali abusi o vulnerabilità. Ecco perché il nostro ruolo, come Cisco, è quello di fornire l’infrastruttura tecnologica – reti, cloud, sicurezza – che renda possibile e affidabile questa nuova forma di collaborazione tra agenti intelligenti.

Nel processo di innovazione, che ruolo hanno i vostri stakeholder? Come li coinvolgete e come fate in modo che l’organizzazione sia allineata alla vostra visione tecnologica?

Il coinvolgimento degli stakeholder per noi è centrale, a partire dall’interno. L’Internet of Agents non è solo una visione: sta già diventando realtà. In Cisco ci sono colleghi che lavorano con agenti AI interni, capaci di raccogliere dati, scrivere documenti, elaborare proposte. Il valore vero sta nel fatto che il tempo delle persone viene liberato da compiti ripetitivi, per essere impiegato in attività a più alto contenuto creativo e decisionale.

In questo percorso, il nostro approccio è triplice. Primo: integriamo l’intelligenza artificiale nelle nostre soluzioni, come Webex o i sistemi di cybersecurity. Secondo: progettiamo infrastrutture capaci di supportare applicazioni AI in modo efficiente, collaborando con partner come NVIDIA, Intel, Red Hat. Terzo: garantiamo che l’uso dell’AI sia sicuro e trasparente, con strumenti che riconoscono quali sistemi AI vengono utilizzati in un’organizzazione, proteggendo i dati sensibili.

Tutto questo lo facciamo con un modello aperto, collaborativo. Non sviluppiamo mai da soli: ogni progetto nasce insieme a clienti, partner, università, startup. Lavoriamo su API aperte che consentono ai partner di personalizzare e sviluppare soluzioni a partire dalle nostre tecnologie. Questo crea valore locale, perché stimola lo sviluppo di software e applicazioni direttamente nei territori in cui operiamo.

In Italia, ad esempio, abbiamo lanciato l’Innovation Exchange, una piattaforma che connette Cisco con realtà come il Museo della Scienza e Tecnologia, H-Farm, Nana Bianca, Talent Garden, startup e università. L’obiettivo è fare innovazione insieme, anche con piccoli investimenti e progetti pilota, che aiutano le startup a testare le loro soluzioni e portarle sul mercato grazie alla nostra rete. È così che costruiamo un ecosistema innovativo che cresce insieme a noi.

Le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale, promettono un enorme aumento di produttività. Ma che impatto avranno sul lavoro?

Il cambiamento ci sarà, senza dubbio. Ma non va visto con timore: la storia dimostra che l’aumento di produttività genera nuovi posti di lavoro, spesso in settori diversi. È difficile immaginare oggi un mondo senza sviluppatori, esperti di cybersecurity o specialisti di reti digitali – figure che non esistevano o erano marginali pochi decenni fa.

Abbiamo realizzato uno studio sulle competenze ICT che mostra come il 50% dei profili professionali in questo ambito dovrà essere profondamente aggiornato nei prossimi anni, a causa dell’impatto dell’AI, della cybersecurity, del quantum computing. Un altro 40% richiederà comunque un aggiornamento importante. Non si tratta solo di sviluppatori: ogni professione – dalla medicina al diritto, dal marketing alla logistica – sarà toccata dal cambiamento.

Credo anche che una maggiore produttività possa tradursi in una qualità della vita migliore. Nella storia, ogni rivoluzione industriale ha ridotto il tempo di lavoro: i miei genitori lavoravano anche il sabato, oggi parliamo di settimana corta. Ci sono aziende, anche in Italia, che producono come prima lavorando quattro giorni a settimana. Le tecnologie, se ben utilizzate, possono liberare tempo da dedicare a famiglia, salute, formazione o attività sociali. È un progresso concreto, non astratto.

Nel tuo racconto traspare una visione molto positiva del futuro, grazie all’innovazione. Eppure, nel dibattito pubblico, si avvertono spesso timori o narrazioni più critiche. C’è qualcosa che ti preoccupa rispetto a come l’innovazione viene percepita?

Sì, ci sono tre elementi cruciali su cui dobbiamo mantenere altissima l’attenzione: intelligenza artificiale, sicurezza e competenze. Sono tre leve di enorme potenziale, ma anche aree di vulnerabilità se non governate correttamente.

Parto dall’intelligenza artificiale. È una tecnologia straordinaria, ma il suo funzionamento è molto meno trasparente di altre tecnologie. Quando un’AI seleziona i candidati migliori da migliaia di CV, ad esempio, è difficile capire come ha fatto quella scelta. Per questo abbiamo deciso di adottare principi chiari: responsabilità, trasparenza, miglioramento continuo. Abbiamo anche sottoscritto la Rome Call for AI Ethics, promossa dal Vaticano insieme ad altre religioni, per affermare un insieme di valori comuni e fondamentali.

Secondo punto: la sicurezza. Se un’innovazione non è percepita come sicura, le persone smetteranno di usarla, rallentando il progresso. In Italia siamo ancora un po’ sotto-protetti: servono più investimenti in cybersecurity, più prevenzione e soprattutto più formazione.

E qui arriva il terzo punto: le competenze. Ogni settore professionale dovrà fare i conti con il digitale, non solo l’ICT. Parliamo di base dati, AI, strumenti digitali: saranno richiesti ovunque. La fiducia nel progresso passa anche da qui – dalla capacità delle persone di comprenderlo, padroneggiarlo, e usarlo in modo consapevole.

In questa rubrica, citiamo spesso una frase di Richard Feynman che dice: “La scienza può aiutarmi a fare previsioni, ma non a prendere decisioni”. Cosa ne pensi?

È una riflessione estremamente attuale. Sono completamente d’accordo: le decisioni restano una responsabilità umana. Più la tecnologia diventa sofisticata – pensiamo all’AI che simula il pensiero umano – più è importante restare consapevoli di questo principio.

Anche quando deleghiamo certe scelte all’automazione, lo facciamo sulla base di regole, condizioni e contesti che abbiamo deciso noi. La guida autonoma, per esempio, agisce secondo modelli che sono stati progettati e autorizzati da esseri umani. È sempre una decisione nostra, solo anticipata e incapsulata in un sistema.

La scienza e la tecnologia ci danno strumenti potentissimi per analizzare, prevedere, elaborare. Ma il momento della scelta – e la responsabilità che ne deriva – rimane nostro. Vale in medicina, vale in azienda, vale in ogni campo. È un tema di grande rilevanza oggi, e lo sarà sempre di più in futuro.

Per concludere, una domanda più legata alla tua biografia professionale: c’è un momento nella tua carriera in cui l’innovazione ha indicato la direzione del tuo percorso?

Sì, direi che è successo prima ancora di entrare in Cisco. Lavoravo in Ericsson, alla fine degli Anni ’90, e stavamo esplorando il mondo nascente delle applicazioni Internet. Feci diversi viaggi negli Stati Uniti per cercare partner con cui costruire nuove competenze e portare innovazione in Italia. Lì ho capito quanto il paradigma stesse cambiando: non si trattava più solo di reti e infrastrutture, ma di abilitare nuovi servizi, modelli di business, esperienze.

In quell’esplorazione ho scoperto che tutte le aziende più all’avanguardia, in un modo o nell’altro, avevano Cisco come riferimento. Quando sono tornato in Italia, ho capito che quello era il mio prossimo passo. Da lì è iniziato un percorso che dura da tanti anni, ma che ogni giorno mi offre ancora nuove occasioni per fare innovazione.