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Andrea Rossi, Università Campus Bio-Medico di Roma. UCBM/MIT TR IT

Dall’IA applicata alla diagnostica all’ospedale del futuro, l’Università Campus Bio-Medico di Roma è protagonista di un’innovazione che coniuga ricerca avanzata, collaborazioni pubblico-private e trasferimento tecnologico.

L’amministratore delegato dell’Università, Andrea Rossi, ci racconta le sfide e le opportunità di un ecosistema multidisciplinare in continua evoluzione, con progetti d’avanguardia che stanno già migliorando la sanità e la qualità della vita.

Andrea Rossi, amministratore delegato dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. UCBM/MIT TR IT

Andrea Rossi, amministratore delegato dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. UCBM

Negli ultimi anni l’innovazione tecnologica ha rivoluzionato il settore biomedico. In che modo l’Università Campus Bio-Medico di Roma sta collaborando con realtà pubbliche e private, anche non direttamente legate al settore della salute, per sviluppare soluzioni d’avanguardia in ambito sanitario?

Il settore biomedicale è l’esempio di come l’approccio multidisciplinare sia vincente per l’innovazione coniugando competenze mediche, ingegneristiche e delle scienze di base e di come le alleanze pubblico-private possano contribuire in modo efficace allo sviluppo dei progetti. Seguendo tale approccio la nostra università, oltre a operare da sempre in stretta sinergia con il nostro Policlinico Universitario sul fronte della ricerca e in ambito clinico, ha sviluppato partnership strategiche con primarie realtà nazionali. Penso alle collaborazioni con INAIL che spaziano dalla protesica d’arto alla medicina preventiva e sicurezza sul lavoro, a quelle con il CNR che ha anche un’unità distaccata presso il nostro Ente o a quelle con l’IRCCS Fondazione Don Carlo Gnocchi nell’ambito della riabilitazione robot-assistita solo per fare alcuni esempi, ma sono tante anche le collaborazioni di valore con enti di ricerca e aziende internazionali del biomedicale intraprese negli ultimi anni, principalmente nell’ambito di bandi competitivi della Commissione Europea. Cito solo come esempio l’ultimo progetto avviato, GRACE, che coordiniamo, che ha come obiettivo primario il miglioramento della gestione delle malattie cardiovascolari attraverso soluzioni basate sull’intelligenza artificiale e che prevede il coinvolgimento di 24 partner tra università, enti di ricerca, ospedali e aziende farmaceutiche e biomediche, con un budget totale di circa 20 milioni di Euro. Si parla tanto di collaborazione pubblico-privato in Italia ma in realtà credo vi sia ancora un grande potenziale inespresso da valorizzare.

Ci può raccontare alcuni progetti recenti – magari già implementati o in fase avanzata – che rappresentano un esempio concreto di come l’Università Campus Bio-Medico di Roma stia contribuendo all’innovazione nel campo della salute?

Tra i progetti recenti e in fase di conclusione, cito il progetto ODIN, che grazie all’impiego di tecnologie robotiche, Internet of Things e Intelligenza Artificiale consentirà di affrontare molte sfide dell’assistenza ospedaliera, migliorando i servizi al paziente e alleggerendo il lavoro di medici e infermieri.

Parlando di tecnologie robotiche, non posso non far riferimento allo sviluppo di protesi di mano bioniche e soluzioni sempre meno invasive per restituire funzionalità essenziali agli amputati di arto superiore, uno dei nostri punti di forza nella ricerca avanzata su cui abbiamo avuto negli anni vari progetti finanziati a livello nazionale e internazionale.

Mi piace citare una nostra startup innovativa med-tech “Brain Innovations”, che sviluppa soluzioni innovative avanzate per la gestione della malattia di Parkinson, e che nell’ambito del telemonitoraggio della malattia è già presente nel mercato EU e USA e che presto lo sarà anche per la gestione personalizzata della terapia.

Quanto è importante per voi il trasferimento tecnologico?

Si tratta di un tema cruciale per ogni università che voglia dimostrare di saper incidere sulla società, e di uno spazio, quello tra invenzione scientifica e mercato, che rappresenta un vulnus nel sistema Ricerca e Innovazione italiano. Il gap tra laboratorio e mercato è un focus su cui stiamo investendo in termini di progettualità, competenze, partenariati strategici. Potrei elencare i numeri di brevetti e famiglie brevettuali di Ateneo, in questo momento rispettivamente 41 brevetti in 22 famiglie, ma su questo tema, più che i numeri, a fare la differenza è avere un approccio strategico che guidi la comunità dei ricercatori verso obiettivi di impatto economico e sociale, attraverso uffici e competenze messe a disposizione dall’Ateneo, e promuovendo internamente una cultura interdisciplinare che prenda il meglio delle diverse verticali di ricerca sviluppate dalle oltre 50 unità di ricerca di Ateneo. Il tema dell’approccio e della cultura è cruciale, l’Università non può essere autoreferenziale, ma deve dialogare continuamente con il mondo imprenditoriale, deve conoscerne e capirne le esigenze al fine di orientare la sua ricerca e la sua innovazione con un fine chiaro: soddisfare le esigenze che le imprese esprimono. Per fare questo servono competenze, organizzazione e metodo, e su questo stiamo lavorando.

Cu.Bo (Cultural Box), la nuova struttura dell'Università Campus Bio-Medico di Roma che ospita anche il Simulation Center.UCBM/MIT TR IT

Cu.Bo (Cultural Box), la nuova struttura dell’Università Campus Bio-Medico di Roma che ospita anche il Simulation Center.UCBM

Come riuscite a trasformare la ricerca accademica in applicazioni pratiche con un impatto reale sul sistema sanitario e sul territorio?

Solo per portare due esempi di attività in essere, stiamo lavorando su una nuova idea progettuale frutto di un brevetto di un nostro professore, per la diagnosi del livello glicemico non invasiva, basata semplicemente sul contatto, grazie all’uso innovativo di sensori e AI; per la prima volta stiamo accompagnando un team di giovanissimi, un dottorando di Ingegneria e uno studente al sesto anno di Medicina, alla costituzione di uno spin-off. Questo team durante il percorso di studi ha sviluppato un sistema di supporto alla diagnosi del melanoma, sempre basato su sistemi di IA addestrati su enormi quantità di immagini diagnostiche correlate con pareri di specialisti

Tra le spin-off di ricerca che abbiamo incubato, mi piace citare le due accreditate e direttamente partecipate dall’Università:

  • “Brain innovations”, già citata, nata dalla mente di un nostro ex studente, oggi neurologo della Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, Lazzaro De Biase, e dedicata alla gestione di malattie molto diffuse come quella di Parkinson, che nel 2024 ha certificato il primo dispositivo entrando ufficialmente sul mercato, e si sta riconfigurando come una base per un sistema di ospedale digitale con servizi di teleconsulto e telemonitoraggio innovativi e aperti ad altre verticali cliniche;
  • “Heremos”, focalizzata invece sull’acquisizione, stoccaggio, analisi ed elaborazione di biomarcatori digitali, che vuole agevolare l’industria farmaceutica in sperimentazioni sempre più precise, veloci e dettagliate, per consentire alle nuove soluzioni di arrivare al paziente in maniera sicura e veloce, portando così vantaggi all’intero sistema sociale.

Ecco, per queste due realtà citate, abbiamo come obiettivo primario quello di far sì che possano a brevissimo avere un impatto reale e concreto sul sistema, a beneficio di tante persone che ne hanno bisogno.

Con un’evoluzione continua e così rapida della tecnologia, cambiano anche le competenze richieste ai professionisti della salute. Quanto questo si riflette sui percorsi formativi per preparare le nuove generazioni a lavorare in un settore sempre più digitalizzato e interdisciplinare?

La rapidità dei cambiamenti in atto è sotto gli occhi di tutti, ed è tuttora in corso. In UCBM partiamo dall’idea che le competenze devono ibridarsi e debbano coniugare quelle tradizionali e quelle avanzate, hard e soft per dirla in inglese. Un medico deve saper toccare il paziente e scorgere il più possibile i segnali che il suo corpo invia ma al contempo essere in grado di sfruttare le funzionalità dei macchinari radiologici o le potenzialità dell’Intelligenza artificiale applicata, ad esempio, alla diagnostica. I nostri corsi di laurea puntano alla multidisciplinarietà e diversi curriculum di studio sono pensati in collaborazione con la rete di imprese vicine all’ateneo che forniscono spunti, portano esigenze ed offrono esperienze: elementi fondamentali per calibrare l’offerta formativa sulle esigenze del mondo del lavoro. Il tutto avviene nell’ottica di una formazione integrale della persona, per creare ottimi professionisti ma soprattutto donne e uomini capaci di relazionarsi positivamente con le persone che hanno davanti. I cambiamenti repentini dovuti alla tecnologia impongono una formazione universitaria molto orientata alle soft skills e all’acquisizione di un metodo, di una forma mentis, e non più ad un mero trasferimento di conoscenze. Cerchiamo di dare ai nostri studenti la “cassetta degli attrezzi” che gli permetta poi nel tempo di saper scegliere l’attrezzo giusto in ogni situazione e usarlo nel modo giusto in un contesto che cambia e si trasforma velocemente. E per fare questo serve essere in presenza, serve il confronto tra i giovani, lo stare insieme nei laboratori, in aula, al bar, per sviluppare spirito critico e capacità di relazione.

 

Il Robot Tiago all’interno del Simulation Center dell'Università Campus Bio-Medico di Roma. UCBM/MIT TR IT

Il Robot Tiago all’interno del Simulation Center dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. UCBM

Quali sono i progetti o le iniziative più ambiziose che avete in programma per i prossimi anni? Ci sono aree di ricerca o tecnologie emergenti su cui state puntando in modo particolare?

Potrei rispondere limitandomi a un elenco di tecnologie – AI, Robotica e interfacce Uomo-Macchina, IoT e sensoristica, Supercalcolo, Quantum computing – ma un elenco del genere non restituirebbe il senso del nostro approccio: le tecnologie sono al servizio della persona e, nel caso dei nostri ricercatori, oltre che un avanzamento in tecnologia puntiamo a una applicazione innovativa delle tecnologie emergenti per promuovere salute e benessere delle persone. Su questo tema, molto ampio, i progetti in sviluppo sono davvero tanti. Ne cito solo alcuni:

  • l’utilizzo di AI generativa multimodale (in particolare su immagini diagnostiche) per ridurre tempi e costi di diagnostica medica, partendo ad esempio da una radiografia per arrivare a generare equivalenti accurati di scansioni più costose, consentendo più rapidità e risparmi nel sistema sanitario nazionale, con ricadute nei paesi più poveri;
  • Con il nuovo stabulario, parte di un progetto finanziato da Fondazione Roma per lo sviluppo di un Centro di Ricerca e Cura per la Malattia di Alzheimer che ci vede lavorare in sinergia con Fondazione Policlinico Universitario Campus Bio-Medico, lanceremo un modello di sperimentazione in vivo, su animali, affiancata da alternative tecnologiche come organoidi, organ-on-chip, modelli computazionali, per garantire allo stesso tempo riduzione dei costi e dei tempi degli studi, e un approccio più etico alla sperimentazione pre-clinica, salvaguardando l’accuratezza dei risultati scientifici e la correttezza dei protocolli sperimentali;
  • stiamo già lavorando, in grandi consorzi internazionali finanziati sui programmi di eccellenza della Commissione Europea, a ottimizzare i flussi di lavoro in ambienti clinici e ospedalieri, anche in ottica di sostenibilità, puntando a sviluppare nuovi modelli di “Ospedale del Futuro”;
  • a questo tema si lega l’Osservatorio sulla Salute Globale lanciato insieme a Intesa Sanpaolo e sostenuto dalla Commissione Europea e dal Ministero dell’Università e della Ricerca. L’obiettivo è favorire l’adozione sostenibile di innovazioni tecnologiche per la riorganizzazione dei servizi sanitari e contribuire a generare un impatto significativo nei settori della salute e del benessere. Tra poco verrà pubblicato il primo studio sulle possibilità di adottare le tecnologie da parte del sistema sanitario nazionale per supportare la creazione di una filiera italiana per l’innovazione nella “silver economy”.

E ve ne sono altri di grande impatto, che oggi non posso citare, ma dei quali sentirete parlare molto presto e che sono sicuro desteranno grande interesse non solo nazionale.