
Lo sviluppo dell’IA, la sua sempre maggiore integrazione in tutti i processi produttivi e della vita quotidiana, influenzano sempre più il dibattito sull’impatto reale che tale cambiamento di paradigma sta avendo sul mercato del lavoro.
In un articolo datato 1983, l’allora presidente del MIT sosteneva che il progresso tecnico non significava meno posti di lavoro. Allora ebbe ragione.
A valutare il potenziale impatto dell’IA sul mercato del lavoro ci ha recentemente pensato anche il Fondo Monetario Internazionale, con una ricerca pubblicata a inizio di quest’anno (e discussa durante l’ultimo World Economic Forum).
La ricerca è stata realizzata valutando l’esposizione e la complementarità del lavoro umano rispetto all’IA, secondo un indicatore chiamato Ability Level AI Exposure (AIOE) che valuta il grado di esposizione delle professioni all’Intelligenza Artificiale. In parole semplici: calcola quanto le attuali professioni possono essere potenziate dall’introduzione dell’IA e quali, invece, rischiano di essere soppiantate (per un maggiore approfondimento, leggi questo articolo di Vittorio di Tomaso).
Secondo la ricerca del FMI, il 40% circa dei posti di lavoro a livello mondiale presenta un grado elevato di esposizione, percentuale che sale addirittura al 60% nei Paesi più avanzati. Dallo studio emerge però che quest’ultima percentuale si divide praticamente a metà tra quanti sono caratterizzati anche da complementarità elevata (il 27% complessivo) e quanti invece sono a più elevato rischio di sostituzione in quanto presentano bassa complementarità (il 33%).
D’altra parte, lo stesso studio prevede che, grazie ai guadagni in termini di produttività e alla maggiore propensione soprattutto di donne e giovani, i salari potrebbero aumentare in misura significativa. Più a rischio di esclusione, sotto questo profilo, potrebbero essere i lavoratori più anziani, meno capaci di adattarsi ai sostanziali cambiamenti che le nuove tecnologie attueranno nel mercato del lavoro nel prossimo futuro.
A livello nazionale, secondo lo studio “Lavoro e Intelligenza artificiale in Italia: tra opportunità e rischio di sostituzione” di Ferri, Porcelli, Fenoaltea (2024), le regioni italiane mediamente più esposte all’IA, ossia in cui troviamo il maggior numero di professionisti per i quali l’IA potrà influenzare e/o integrarsi nello svolgimento del lavoro, sono la Lombardia, il Lazio e l’Emilia-Romagna. Le regioni settentrionali, come Piemonte e Veneto, mostrano una notevole esposizione, indicando un’integrazione significativa dell’IA nei settori produttivi e dei servizi. Mentre regioni del Sud come la Sicilia, la Puglia e la Calabria mostrano un impatto minore, suggerendo una differente distribuzione delle professioni e un diverso ritmo di adozione delle tecnologie IA.

Fonte: calcoli degli Autori su dati ICP 2013 (Inapp-Istat) e RCFL 2022 (Istat)
Anche l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) sugli effetti dell’IA sull’occupazione, pubblicato nell’estate dello scorso anno e basato su interviste a oltre duemila imprese e 5300 lavoratori a livello globale, presenta risultati ambivalenti.
Da una parte, si evidenziano i potenziali rischi legati alla perdita di diversi posti di lavoro; dall’altra, le potenziali opportunità in termini di creazione di nuovi settori occupazionali e un miglioramento complessivo della qualità del lavoro.
Quest’ultimo aspetto, soprattutto, è dimostrato dal 63% di lavoratori intervistati che dichiara un aumento del benessere sul lavoro proprio grazie all’supporto delle nuove tecnologie e dell’IA.
I dati di ManpowerGroup presentati al World Economic Forum di Davos a gennaio 2025 fotografano sia i rischi sia le opportunità della crescita dell’AI. Nel report sui trend del futuro del lavoro “Accelerating Adaptability” l’azienda leader nelle innovative workforce solutions integra ed elabora i dati del proprio whitepaper intitolato “Building a People-First Strategy for AI-Powered Workforce Productivity”.
Secondo questo report di Experis, il “motore tecnologico” di ManpowerGroup, più della metà (52%) delle grandi imprese globali con oltre 5.000 lavoratori sta attualmente utilizzando l’intelligenza artificiale. Le aziende europee sono più caute (43%) rispetto alla media mondiale. Un terzo degli intervistati (il 33%), che ancora non usa l’AI, afferma che la propria organizzazione prevede di adottarla nei prossimi tre anni.
Inoltre, a livello globale e in tutti i settori, le aziende intervistate esprimono un generale ottimismo, ritenendo che le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale avranno un impatto positivo sulle prestazioni aziendali e sulla formazione, il recruiting, l’onboarding, il coinvolgimento e la diversità dei talenti.
Se è vero che, come prevede la ricerca di ManpowerGroup, nei prossimi anni le tecnologie basate sull’intelligenza artificiale saranno diffuse tra la forza lavoro in tutto il mondo, il fattore discriminante si potrebbe sintetizzare nell’idea secondo cui la perdita di posti di lavoro sarebbe una “distrazione” funzionale alla ricerca dei modi migliori per utilizzare l’IA con l’obiettivo di espandere l’economia e creare nuova occupazione.
Non a caso, un recente studio dell’economista del lavoro del MIT David Autor e dei suoi collaboratori ha calcolato che il 60% dell’occupazione nel 2018 riguardava lavori che non esistevano prima del 1940.
Anche dalla ricerca di ManpowerGroup emerge il dato secondo cui entro il 2030 le capacità dell’AI e dell’automazione, legate ai processi produttivi, completeranno il passaggio da applicazioni pensate per svolgere un compito specifico ad agenti interconnessi con responsabilità più ampie e poteri crescenti.
In particolare, secondo lo studio di ManpowerGroup, le aziende a livello globale e in tutti i settori sono concordi nel ritenere che l’introduzione dell’intelligenza artificiale e del machine learning avranno un impatto positivo sulle proprie priorità aziendali, con ricadute positive sull’occupazione.

Fonte: Building a People-First Strategy for AI-Powered Workforce Productivity – ManpowerGroup
In questo processo, già in atto, un’importanza notevole è rappresentata dalla capacità di aziende, lavoratori e istituzioni di favorire e facilitare questo cambiamento, superando le sfide che una rivoluzione di tale portata pone.

Fonte: Building a People-First Strategy for AI-Powered Workforce Productivity – ManpowerGroup
L’impatto di nuove tecnologie come l’intelligenza artificiale non rappresenta solo uno step nel progresso tecnologico della società globale ma un vero e proprio processo di ristrutturazione dell’impianto in cui realtà produttive, lavoratori e società vivono e operano. La velocità di adattamento di tutti i soggetti a questi cambiamenti sarà determinante per una transizione inevitabile.





