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WOMA Forum 2026

Al WOMA Forum l’ex Head of Go-to-Market di OpenAI riflette sul futuro dell’intelligenza artificiale: dall’automazione al lavoro, fino al ruolo della leadership. Per Kass, la sfida non è capire cosa l’AI possa fare, ma decidere cosa dovremmo scegliere di automatizzare.

L’intelligenza artificiale viene spesso raccontata come una tecnologia destinata ad aumentare la produttività, ridurre i costi e automatizzare un numero crescente di attività. Ma per Zack Kass, ex Head of Go-to-Market di OpenAI, il dibattito rischia di concentrarsi sulla domanda sbagliata.

Intervenuto al WOMA Forum, Kass ha spiegato che il futuro dell’AI dipenderà meno dall’evoluzione dei modelli e molto di più dalle scelte che governi, aziende e cittadini saranno chiamati a compiere. A partire da una domanda tanto semplice quanto decisiva: che cosa dovremmo davvero automatizzare?

Abbiamo approfondito il tema con lui a margine del suo intervento.


Oggi si parla soprattutto di intelligenza artificiale come strumento per creare efficienza e produttività. Qual è, secondo lei, il suo vero valore?

Storicamente la tecnologia ha sempre permesso agli esseri umani di fare di più e non c’è alcuna ragione per pensare che l’intelligenza artificiale cambierà questa dinamica.

Quello che cerco sempre di ricordare è che il vero tema non riguarda ciò che l’AI può fare, ma fino a che punto siamo stati noi a limitare la capacità della tecnologia di migliorare la vita delle persone.

Perché non abbiamo abbastanza case accessibili? Non perché non siamo in grado di costruirle, ma perché abbiamo fatto determinate scelte. Lo stesso vale per la sanità. Negli Stati Uniti puoi attraversare Los Angeles con un veicolo a guida autonoma spendendo pochi dollari, mentre un tragitto di poche centinaia di metri in ambulanza può mandarti in bancarotta. Non è un fallimento della tecnologia, è un fallimento delle politiche.

Per questo credo che discutere soltanto di cosa farà l’intelligenza artificiale rischi di farci perdere di vista il punto fondamentale: il valore della tecnologia dipende soprattutto da ciò che decidiamo di farne.

Nel suo prossimo libro introduce il concetto di Automation Boundary. Di cosa si tratta?

Il libro parte da una domanda molto semplice: “Se fosse possibile automatizzare qualsiasi cosa nella nostra vita, dovremmo davvero farlo?”.

Ci sono attività che dovrebbero essere automatizzate. Penso, ad esempio, alla guida. Guidare è pericoloso e credo che l’automazione possa renderci più sicuri.

Ma ci sono altre cose che non avremmo mai dovuto automatizzare.

Non avremmo mai dovuto dare ai bambini gli iPad trasformando gli schermi in una babysitter.

Abbiamo automatizzato troppo alcune cose e troppo poco altre.

Per questo credo che il confine dell’automazione determinerà molte delle scelte che dovremo affrontare nei prossimi anni.

E credo anche che sia una questione spirituale prima ancora che economica.

Molti temono che l’intelligenza artificiale distruggerà milioni di posti di lavoro. Lei condivide questa preoccupazione?

Penso che assisteremo a una profonda riorganizzazione del lavoro, ma non sono convinto che assisteremo a una distruzione generalizzata dell’occupazione.

Continuiamo ad avere bisogno di ingegneri del software. Ogni volta che automatizziamo qualcosa creiamo anche nuova complessità e questa nuova complessità richiede persone capaci di gestirla.

Il cambiamento, però, sarà comunque molto impegnativo.

Non stiamo più affrontando un problema economico. Stiamo affrontando un problema di identità.

Se dicessi a un giornalista che avrà un lavoro migliore, ma non potrà più fare il giornalista e dovrà diventare infermiere, non gli starei proponendo semplicemente un nuovo impiego. Gli starei chiedendo di ridefinire la propria identità.

Durante il suo intervento ha anche detto che non tutto deve essere ottimizzato.

Esatto. Oggi tendiamo a pensare che ogni innovazione debba produrre esclusivamente efficienza economica. Io non credo sia così.

In Italia, per esempio, molte persone apprezzano esperienze che non sono costruite per essere le più efficienti possibile. Non tutto deve essere ottimizzato.

Per questo sono molto interessato alle imprese familiari. Molte delle aziende italiane più straordinarie sono aziende di famiglia. Non lavorano soltanto per il profitto del prossimo trimestre, ma costruiscono qualcosa destinato a durare nel tempo.

Credo che anche l’intelligenza artificiale possa contribuire a rafforzare questo modello.

Che cosa dovrebbero fare oggi i leader delle aziende?

Credo che i migliori leader faranno tre cose.

La prima è tornare a parlare di missione, visione e valori. L’intelligenza artificiale non sostituisce la strategia di un’organizzazione.

La seconda è rendere l’AI invisibile.

I migliori leader renderanno l’intelligenza artificiale invisibile. Non dovrà essere una tecnologia che aggiunge complessità, ma uno strumento che permette alle persone di lavorare meglio, proprio come oggi facciamo con l’elettricità.

Infine, penso che le aziende avranno bisogno di persone capaci di guidare il cambiamento dall’interno, affiancando le competenze tecnologiche con una profonda conoscenza della cultura aziendale.

Guardando ai prossimi cinque anni, quale previsione sull’AI ritiene più probabile?

Penso che passeremo molto meno tempo a navigare direttamente sui siti web.

Molti immaginano un Internet sempre più personalizzato per gli utenti. Io credo invece che sarà sempre più progettato per gli agenti di intelligenza artificiale.

Gli esseri umani utilizzeranno gli agenti per interagire con servizi e informazioni, mentre i siti web dialogheranno sempre più con questi sistemi automatici.

È una trasformazione che, secondo me, sarà molto più profonda di quanto oggi immaginiamo.