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    Sapessi come è strano distruggere la cultura a Milano

    I graffiti di Largo Murani da 50 anni sono una dimostrazione della vitalità culturale meneghina. Ora vogliono distruggerli per fare un supermercato. Nella totale indifferenza delle istituzioni

    In questi giorni a Milano assistiamo alla contraddizione perfetta. La città “del fare”, la “capitale morale” da un po’ si pone anche come capitale culturale. E nel contempo, nonostante le proteste dei residenti, fa a pezzi la propria cultura. 

    La zona è Città Studi, largo Murani, l’oggetto da distruggere è un muro muro su cui sorgono una serie di storici graffiti, testimonianza dello spirito underground meneghino: un capo indiano, una mucca che ricorda un album dei Pink Floyd, Jimi Hendrix con la chitarra e il simbolo del sole che ride, realizzati negli anni Settanta. Il muro è stato acquisito dall’Esselunga, che sta per edificare un nuovo supermercato lì. Le proteste vanno avanti da giorni, con sit in e articoli su vari giornali. La catena di supermercati ha fatto sapere che che gli intonaci sono troppo rovinati per salvare le opere, che dovrebbero essere sostituite da alcune grafiche patinate di ‘Toiletpaper’, la rivista dell’artista Maurizio Cattelan. 

    Notevole segno dei tempi: l’arte “istituzionale” (Cattelan è tra moltre altre cose l’autore del ditone in piazza affari, che sarà anche uno sfregio alla presunta spietatezza delle borse, ma è anche un oggetto pienamente mainstream) che caccia via l’arte underground. 

    Che poi alla fine underground non è. Da tempo gli artisti della strada sono stati conosciuti, apprezzati, assimilati dal sistema/arte. Le loro opere si trovano in gallerie, girano il mondo, da Os Gemeos a Ozmo, l’arte di origine “street” è entrata a pieno titolo nel circuito artistico mondiale. È un asset dell’arte internazionale. Ma non a Milano, dove si preferisce una bella demolizione (con una pecetta di arte patinata) a un restauro di arte vera. 

    La street art è stato, anche, l’ultimo movimento artistico genuinamente artigianale, in cui il saper fare, l’antica abilità tecnica, rimane un requisito essenziale. È più arte in senso antico un graffito che non una riproduzione di Warhol. Ma la street art è anche l’evocazione di un mondo fatto di diverse discipline: cultura hip hop, grafica, skateboarding, un particolare slang metropolitano. Tutto un mondo che si muoveva -una volta- in contesti di cultura urbana tipica e originale dei luoghi. Ogni città un linguaggio, ogni writer una firma, uno stile, un messaggio. 

    Come in altri clamorosi casi Milano l’”inclusiva” la “responsabile”, la “proiettata verso il futuro” dimostra di non capire un accidente del proprio passato. E del presente. E sono piccoli inquietanti segnali che Milano “la consapevole” è invece molto inconsapevole riguardo ai propri patrimoni artistici. Magari fra cinque, o tre, anni vedremo, a cura del Comune meneghino, una qualche installazione/muro di street artist di Stoccolma o New York, ma intanto i graffiti di via Murani rischiano l’estinzione. Quando si dice buona politica culturale.

    Intanto il 7 luglio alle 18.30 si terrà un secondo presidio per sensibilizzare la cittadinanza in merito alla conservazione dei murales di Largo Murani. In occasione del presidio viene anche presentata una mostra dedicata alla storia di questi murales per documentare l’effettiva rilevanza storica, antropologica e artistica delle opere.

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