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    Per anni ho cercato di rientrare nella classe media

    Dalla mia esperienza di vita in strada ho imparato che accettare la propria condizione sociale è il passo più difficile.

    di Lori Teresa Yearwood

    All’inizio di questo inverno, ho fatto una lunga passeggiata nel parco di Salt Lake City in cui ero stata arrestata per aver fatto il bagno in un fiume quando ero una senzatetto. Alla fine della camminata, mi sono trovata di fronte al tempietto in granito del parco, pensando: tre anni e mezzo fa, ho dormito sotto la tenda in questo edificio.

    Posso ancora sentire quanto fosse duro il freddo pavimento di pietra. Ricordo come le persone passeggiavano vicino al mio letto di cartone e vestiti e mi fissavano con una combinazione di preoccupazione, disprezzo e pietà. Ora vedo che queste sono anche le lenti attraverso le quali ho spesso giudicato i miei progressi nella mia nuova vita, non ancora del tutto realizzata.

    In questi giorni, spesso mi chiedo: Sto davvero bene come dovrei dopo tutto questo tempo? Come ho mai permesso a me stessa di cadere così in basso? Cercare di recuperare la sicurezza economica che avevo prima di quel crollo è un’impresa difficile, ma posso realmente riuscirci?

    Sono la figlia di Vernon Yearwood-Drayton, un immigrato panamense di colore arrivato negli Stati Uniti negli anni 1940, l’era delle leggi di Jim Crow, per diventare microbiologo presso l’Ames Research Center della NASA. Mio padre si è assicurato che mi diplomassi al college. Ha mangiato molto riso e fagioli per assicurarsi di lasciarmi con un’eredità che pensava mi avrebbe tenuto al sicuro in un mondo senza di lui.

    Sono una donna che, dopo una rapida successione di traumi, è precipitata fuori dalle rassicuranti fila della classe media e in due anni mi sono ritrovata a vivere la condizione di senzatetto. Secondo una ricerca dell’Università di Chicago e dell’Università di Notre Dame, la mia esperienza è sorprendentemente comune. Da giugno a novembre 2020, quasi 8 milioni di persone negli Stati Uniti sono cadute in povertà di fronte alla pandemia e ai limitati aiuti del governo.

    La povertà è una storia complicata. Può essere generazionale o situazionale e temporanea, o una qualsiasi via di mezzo. Per me, uscire dalla povertà è stato allo stesso tempo una questione di mentalità e di dollari nel mio conto in banca. “Ci riuscirò”, mi sono detta più volte. “Ho ereditato da mio padre la forza per farlo”.

    Nella primavera del 2017, ho finalmente lasciato la mia ultima “casa” improvvisata: una panchina in legno a doghe nello stesso parco. Il mio primo lavoro durante la mia rinascita è stato come commessa di drogheria a 11 dollari l’ora in un negozio Whole Foods dove i miei giovani capi mi consegnavano timer preimpostati ogni volta che facevo una pausa per il bagno. In qualità di ex giornalista che aveva scalato i ranghi del “Miami Herald” per scrivere articoli di copertina per la rivista “Sunday” del quotidiano, lottavo per trattenere le lacrime.

    Le persone più vicine a me hanno cercato di incoraggiarmi sottolineando fino a che punto ero arrivata. “Stai lavorando!” hanno detto: “Hai una casa!” E mi ripetevano le parole che volevo sentirmi dire: “Siamo orgogliose di te!”.

    Avevo 52 anni, ma non era quello il mio metro di misura. L’anno zero era quando ero caduta in miseria. Cosa significava che stavo guadagnando abbastanza per affittare una stanza in casa di qualcuno quando, solo pochi anni prima, possedevo un ranch di cavalli di tre acri in Oregon?

    Uno dei sintomi più debilitanti dello stress post-traumatico è che le persone che ne soffrono evitano le cose che più le feriscono. Per me, questo significava che evitavo me stessa. Ero piena di vergogna e odio nei miei confronti. Odiavo che io, una volta benestante, fossi crollata. Odiavo di essere diventata una perdente.

    Tra le lacrime, ho raccontato al mio terapista, esperto in traumi, che venivo regolarmente perseguitata e picchiata da un uomo che lavorava al banco del centro di assistenza per senzatetto dove avevo ritirato i miei kit per l’igiene quotidiana. “Se non riesci ad amare quella parte di te da cui ti sei allontanata con tanto successo, non sarai in grado di guarire completamente”, ha detto il mio terapista.

    Lentamente, dopo molte sessioni di analisi, sono arrivata a provare una grande compassione per la donna disperata che ero una volta. Mi immaginavo seduta accanto a lei per le strade, tenendola stretta e dicendole: “Mi dispiace tanto. Non mi separerò mai più da te. Mi prenderò cura di te”.

    I miei passi in avanti, incrementali ma costanti, non provenivano dalle risorse governative o comunitarie previste, ma da una serie di estranei che avevano a cuore il mio benessere. I sistemi che la nostra società ha messo in atto per sollevare le persone dalla povertà sono fragili e pieni di buchi, quindi ho imparato a guardare altrove.

    La mia prima casa vera dopo l’esperienza in strada, per esempio, mi è stata offerta dal direttore esecutivo di una piccola organizzazione non profit di Salt Lake City. All’epoca gli alloggi disponibili avevano liste di attesa di uno o due anni, ma lui mi ha offerto una stanza in una casa di donne precedentemente incarcerate in cambio della gestione delle altre donne della casa.

    Quella casa ha avuto problemi di finanziamento e ha chiuso sei mesi dopo. Ma un’altra sconosciuta, una donna che ho incontrato abbastanza per caso a un raduno di quartiere, mi ha offerto rifugio gratuito nel suo Airbnb per un mese e poi mi ha affittato una cameretta nella sua casa per 400 dollari al mese, circa 100 dollari in meno rispetto al prezzo di mercato. Il mio lavoro di cassiera a 11 dollari l’ora era appena sufficiente per pagare le mie spese e per coprire gli incontri terapeutici di cui avevo bisogno per andare avanti.

    Se c’è un solo consiglio che potrei dare a qualcun altro nel bel mezzo del collasso, sarebbe questo: non importa ciò che il mondo cerca di proiettare su di te, smetti di giudicarti. Vai alla ricerca del trauma e cerca di capire il suo impatto sulla tua psicologia e fisiologia.

    Sotto molti aspetti, la mia vita oggi potrebbe ancora una volta essere considerata un successo. Il mio lavoro è diventato sempre più consono a quello che ora considero il mio scopo: aiutare le persone, me compresa, a dire le cose che vale la pena di ascoltare. Ora sono un giornalista freelance a tempo pieno specializzata nel far prendere consapevolezza dei traumi legati a storie come le mie. 

    Ho un contratto con l’Economic Hardship Reporting Project e i miei articoli sono stati pubblicati sui principali giornali e riviste come “Washington Post”, “Slate” e “The Guardian”. Amo il mio appartamento con una camera da letto a Salt Lake City, dove vivo con i miei due gatti, Iggy e Kanab.

    Ma ho iniziato questo pezzo parlando di una semplice passeggiata in un parco per un motivo. A uno spettatore, sarebbe sembrato un atto del tutto normale, ma per me camminare in quel parco senza entrare in crisi per il mio passato, è stato un risultato altrettanto grande quanto il miglior lavoro mai avuto. Quando mi sono fermata di fronte a quel tempietto in pietra bianca, ho pensato a quella donna che era sdraiata sul pavimento freddo e l’ho accettata.

    Questo è andare avanti.

    Lori Teresa Yearwood è la reporter di Homelessness and Housing per l’Economic Hardship Reporting Project. Il suo lavoro viene regolarmente pubblicato su “Slate”, su cui cura la serie “How Did You Sleep Last Night?” Il suo lavoro è stato recentemente pubblicato anche sul “Washington Post”, sul “Guardian”, sul “San Francisco Chronicle”, sull’”American Prospect” e su molte altre pubblicazioni.

    Foto: Donny Jjang / Unsplash

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