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    Lo zaino digitale

    Pubblichiamo la quinta e ultima di cinque riflessioni correlate di Andrea Granelli, studioso delle nuove tecnologie della comunicazione e presidente di Kanso, società di consulenza specializzata nei processi innovativi, in cui viene analizzata la funzione essenziale del Web, con specifico riferimento all’attuale situazione di contrazione relazionale dovuta alla epidemia di Coronavirus.

    di Andrea Granelli

    Come ci ricorda il filosofo Bo Dahlbom, senza strumenti non si può fare granché. E allora, quali sono gli strumenti del nomade digitale?

    Utilizzando la potente metafora dello zaino, usata da Georges Clooney nel film Tra le nuvole di Jason Reitman (2009), potremmo dire che il lavoratore nomade del XXI secolo deve portare sempre con sé uno “zaino digitale”, riempito con 3 tipologie di accessori: devices, applicazioni software e contenuti.

    Si è messa molta enfasi sulla dimensione hardware: oggi nessuno si muoverebbe senza il suo smartphone, i cavi per la ricarica e la power bank, le cuffie per parlare in viva voce, le pennette USB e via dicendo.

    Anche sul kit tipico di software da avere sempre con sé molto si è scritto. Ma forse, a ben vedere, questa dotazione standard andrebbe comunque potenziata. Prendiamo per esempio la componente hardware; sarebbe utile avere anche un disco HD per il back-up, una videocamera di qualità per i webinars, uno scanner portatile per digitalizzare i testi che ci interessano, e così via.

    Ma l’aspetto che determinerà il vantaggio di un nomade digitale rispetto ai semplici smart workers saranno i contenuti presenti nel suo zaino, contenuti che gli consentiranno di creare valore aggiunto. Se sto svolgendo un compito creativo, devo poter accedere alla mia conoscenza, a ciò che so, che ho imparato, che ho studiato. E devo poterlo fare in modo sistematico.

    Serve dunque un metodo, ma anche un contenitore che raccolga questa conoscenza e la (ri)organizzi per consentirne non solo la conservazione e il facile reperimento ma anche – e soprattutto – il (ri)utilizzo (idealmente in forme creative). Un contenitore che organizzi i contenuti digitali e li renda accessibili dalla Rete, in qualunque momento e dovunque ci troviamo.

    La sfida è meno tecnica e piuttosto legata alla volontà di adottare un metodo rigoroso per raccogliere e classificare idee e informazioni che ci servono o ci colpiscono, e per farlo con costanza. Questa non è una novità del mondo digitale. I grandi intellettuali hanno sempre elaborato metodi e strumenti per organizzare la loro conoscenza, ma non sempre ne hanno svelato i meccanismi.

    Gli esempi che provengono dall’antichità e sui quali ci sarebbe moltissimo da imparare sono numerosi. Pensiamo per esempio all’Adagiorum collectanea di Erasmo da Rotterdam, agli appunti (testo e immagini) dove Leonardo da Vinci raccoglieva osservazioni e nuove idee, oppure allo Zibaldone di pensieri di Giacomo Leopardi.

    Questo processo di raccolta sistematica di ciò che ci colpisce, è dunque necessario, e lo è per tre ordini di motivi: comprendere il perché è importante organizzare un processo che ci aiuti a ricordare; raccogliere con consapevolezza e organizzare con intelligenza (per facilitare il ritrovamento alla bisogna); rendersi conto del valore della riscrittura.

    La prima motivazione dipende dal fatto che la memoria è attiva, è un processo dinamico che continua a rinfrescare, rigenerare e reinterpretare i ricordi. Nota efficacemente Octavio Paz che «la memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda». È come se fosse un muscolo che va allenato e potenziato e – quando si indebolisce – deve venire aiutato con strumenti esterni. Per questo il sito personale sarà una delle tecnologie più importanti nell’era dell’ageing population.

    La seconda motivazione – raccogliere con consapevolezza e organizzare con intelligenza – è legata alla natura stessa del processo creativo. Il tema è troppo ampio e articolato per affrontarlo dettagliatamente. Due riflessioni, fra le tante, per toccare il tema.

    La prima riflessione è di Austin Kleon, nel suo libro Ruba come un artista. Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita. Kleon sostiene che non è importante l’unità a priori fra i vari pezzi che mettiamo nel nostro contenitore cognitivo: «A unirli è comunque il fatto che sono tutti opera tua. Non buttare via nulla di te stesso; non pretendere di dare alla tua attività uno schema grandioso o una visione unitaria».

    La seconda riflessione viene da Il bosco sacro del grande T. S. Eliot: «I poeti immaturi imitano; / i poeti maturi rubano; / i cattivi poeti rovinano ciò che prendono, mentre quelli buoni ne traggono / qualcosa di meglio, o almeno qualcosa di diverso». Perciò dobbiamo “rubare e saccheggiare” tutto ciò che ci colpisce, che notiamo, che ci incuriosisce. L’uso della parola “rubare” serve solo a mettere in evidenza che quasi sempre questo materiale è prodotto da altri e non si ipotizza che vi sia qualcuno che lo raccolga e lo conservi.

    La terza motivazione per la raccolta sistematica di idee e informazioni, infine, ha a che fare con l’intima comprensione del valore della riscrittura, anzi della trascrizione. Osserva Giovanni Ludovico Vives, celebre umanista spagnolo vissuto nella prima metà del Cinquecento: «Procura di esercitarti sommamente nello scrivere; né andrai ad udire il tuo maestro senza penna e carta, affinché non ti sfugga alcuna parola scelta, rara o necessaria, né una frase piacevole od elegante, ovvero una sentenza grave e concettosa, senza che tu la raccolga e riporti subito nel tuo tesoro; e così in breve ti preparerai grandi dovizie di erudizione».

    È quindi opportuno creare un contenitore personale – digitale – che contenga idee, informazioni, brani di libri che ci hanno colpito, appunti sparsi e su cui stiamo lavorando, ricordi, curiosità. Questo sito – uno spazio sul Web accessibile dovunque ci sia un collegamento alla Rete – costituisce sia una sorta di nostra memoria estesa, sia una rappresentazione di noi stessi, dei nostri gusti, delle nostre preferenze. È il nostro “sé digitale”, che rappresenta una delle fonti per riempire il nostro “zaino digitale”.

    Questo nostro contenitore digitale richiama naturalmente il concetto di biblioteca personale, anche se vi aggiunge la nozione di portabilità. Oltretutto la nostra biblioteca ci rappresenta, ci caratterizza. Notava Margherita Yourcenar, nel suo splendido Le memorie di Adriano, che «uno dei modi migliori per far rivivere il pensiero d’un uomo è ricostruire la sua biblioteca».

    Noi siamo anche ciò che leggiamo. E quindi lo zaino digitale non solo ci rende più efficaci ed efficienti, ma contribuisce a definirci, diventa il nostro “sé digitale”, la nostra immagine e la nostra storia nel mondo digitale.

    (gv)

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