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    L’ambientalismo? L’ha inventato David Bowie, e l’Onu

    Cinquanta anni fa Ziggy Stardust e il primo vertice Onu sul clima hanno cambiato la nostra visione del futuro

    MIT Technology Review Italia

    Nel 1972, in The Rise and Fall of Ziggy Stardust and The Spiders from Mars, David Bowie narra di un mondo sull’orlo dell’apocalisse in cui l’ultimo eroe è un ragazzo divenuto rockstar grazie a un aiuto alieno e rappresenta uno dei suoi più grandi successi, nonché una delle sue opere più influenti e seminali. Nello stesso periodo, il programma statunitense Apollo stava facendo diventare la presenza dell’uomo sulla luna un evento di routine, la potenza dei computer stava iniziando a dispiegarsi e la rivolta giovanile controculturale stava sfidando i valori e le norme prevalenti. 

    L’alter ego immaginario di Bowie, la rockstar androgina proveniente dalla spazio con il suo trucco pesante, i capelli rossi e gli abiti ispirati al teatro kabuki giapponese, esprimeva l’attrazione per i cambiamenti tecnologici in corso, ma anche il timore per il futuro. Il suo brano di apertura, Five Years, mette in guardia gli ascoltatori dal pericolo che “la Terra stia davvero morendo” e riecheggia alcuni dei sentimenti più oscuri del dibattito sui survivalisti, con il suo “giornalista” piangente che conferma che la fine del mondo è vicina. 

    Eppure solo cinque anni prima, durante l’utopica estate dell’amore del 1967 , questo messaggio difficilmente avrebbe avuto risonanza nella cultura popolare. Durante gli anni della guerra fredda , la prospettiva dell’armageddon artificiale attraverso la guerra nucleare era sempre aleggiante e all’inizio degli anni 1970, i timori di una crisi ecologica e della sovrappopolazione stavano iniziando ad assumere proporzioni apocalittiche simili.

    Lo stesso giorno in cui è apparso l’album, si è tenuta la Conferenza di Stoccolma, il primo incontro delle Nazioni Unite sull’ambiente umano e il punto di partenza per la governance ambientale globale. Il vertice si muoveva con le stesse emozioni contrastanti dell’album di Bowie: consapevolezza ambientale del conflitto globale e del collasso planetario.

    Come riportato da “The Conversation”, l’ossessione di Bowie per lo spazio è antecedente alla creazione di Ziggy Stardust. In Space Oddity, del 1969, il cantautore inglese raccontava la storia di un astronauta che perde il contatto con la torre di controllo mentre guarda la Terra da lontano nel suo “barattolo di latta”. In quello stesso anno, la BBC utilizzò la canzone nella sua trasmissione del primo sbarco sulla Luna, apparentemente ignara del tragico testo.

    Come Bowie ha chiaramente compreso, il programma spaziale Apollo è stato fondamentale per la nascita e la prima crescita del movimento ambientalista globale. L’immagine più iconica delle spedizioni lunari con equipaggio è una foto del 1968, Earthrise, che mostra il nostro pianeta che sorge sul paesaggio senza vita della luna, come un sole all’orizzonte. Le immagini dei primi astronauti che si sono avventurati fuori dall’orbita terrestre hanno risuonato tra la nuova generazione di ambientalisti. 

    Uno dei momenti cruciale per il risveglio della coscienza ambientale è arrivato nell’autunno del 1967. Allora, un coro di eminenti scienziati, in particolare lo svedese Hans Palmerstierna con il suo libro Plundering, Starvation, Poisoning, ha affermato che era urgente agire “prima che la clessidra scada per l’umanità”. Il collegamento era tra la distruzione ambientale ad altre questioni globali, tra cui la povertà mondiale, la guerra e la sovrappopolazione, sottolineando così che i rischi ambientali erano una minaccia altrettanto grave per l’umanità.

    L’impatto dell’intervento collettivo di Palmstierna e di altri scienziati è stato potente. Era come se fosse stato scoperto un “nuovo continente di problemi”. Laddove in precedenza i rischi ambientali erano stati considerati come problemi individuali da risolvere in isolamento, sempre più persone cominciavano a vederli come collegati e a costituire una grave crisi.

    La situazione vista da Stoccolma


    Da una prospettiva internazionale, il dibattito ambientale sorto in Svezia alla fine degli anni 1960 ha messo in primo piano la minaccia per l’umanità. Al centro di questa nuova impostazione era il concetto stesso di “ambiente”, una parola che non era stata usata all’inizio degli anni 1960, malgrado l’intenso dibattito suscitato dal libro di Rachel Carson Silent Spring, che aveva risvegliato la comprensione pubblica dei legami tra i pesticidi industriali e l’estinzione di insetti e fauna selvatica negli Stati Uniti. 

    Di particolare importanza è stata la consapevolezza della pericolosità delle piogge acide. La scoperta che era causata dalle emissioni di anidride solforosa da tutta Europa è stata riportata per la prima volta nell’ottobre 1967, in un articolo sul più grande giornale del mattino svedese, Dagens Nyheter, dallo scienziato Svante Odén, suscitando un immediato scalpore.

    Ispirati dal dibattito interno, i diplomatici svedesi hanno suggerito alle Nazioni Unite di organizzare una grande conferenza sull’ambiente. La loro iniziativa diede il via a quella che sarebbe poi diventata la Conferenza di Stoccolma del 1972, la prima conferenza globale delle Nazioni Unite sull’ambiente umano.

    Quell’estate del 1972, il futuro dell’umanità sembrava sempre più precario anche in molti altri modi. Nonostante l’attenzione della Conferenza di Stoccolma sul destino condiviso dell’umanità, essa – come il mondo – era profondamente polarizzata, con la maggior parte del blocco orientale che ha boicottato l’evento e con soli tre paesi comunisti a partecipare: Jugoslavia, la Romania e inaspettatamente la Cina che, ammessa all’ONU nell’ottobre 1971, faceva la sua prima apparizione sulla scena mondiale.

    La conferenza è stata anche aspramente criticata dai movimenti ambientalisti emergenti che hanno sostenuto che si trattava di un evento dall’alto, inadeguato e puramente simbolico. Nel suo discorso inaugurale della conferenza principale, il primo ministro svedese, Olof Palme mise in evidenza “l’enorme distruzione causata dai bombardamenti indiscriminati” e “l’uso su larga scala di bulldozer ed erbicidi”. Anche se non esplicitamente formulate, non c’era dubbio che le sue osservazioni fossero mirate alla condotta degli Stati Uniti in Vietnam, in particolare nel riferimento all’uso di erbicidi chimici e tecnologie di modifica del clima descritte come “ecocidi”.

    Il discorso di Palme non è stato apprezzato a Washington. Un portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha affermato che di essersi sentito a “profondo disagio” per il modo in cui il primo ministro del paese ospitante aveva sollevato questo problema, che (almeno agli occhi degli Stati Uniti) non aveva nulla a che fare con una conferenza sulla protezione ambientale.

    Due risultati concreti della Conferenza sono stati la dichiarazione di Stoccolma internazionale, e la fondazione del Programma ambientale delle Nazioni Unite (UNEP). Con sede nella capitale del Kenya, Nairobi, l’UNEP è diventato responsabile del coordinamento delle risposte internazionali alle questioni ambientali ed è stato il primo organismo delle Nazioni Unite con sede nel mondo in via di sviluppo.

    Gran parte dell’attenzione della conferenza si è concentrata sul divario globale nord-sud. I tentativi del mondo occidentale per affrontare il degrado ambientale e la sovrappopolazione sono stati contrapposti al desiderio di industrializzazione e prosperità dei paesi in via di sviluppo. Per un osservatore nel 2022, con la COP26 dell’anno scorso ancora fresca nella memoria, le linee di divisione di Stoccolma 1972 sembrano stranamente familiari. Il famoso discorso “bla, bla, bla” di Greta Thunberg avrebbe potuto essere pronunciato dai manifestanti nel 1972.

    L’ultimo giorno della Conferenza di Stoccolma, il 16 giugno 1972, fu il giorno in cui Ziggy Stardust e the Spiders of Mars fu rilasciato al mondo. Cosa avrebbe detto Bowie degli sviluppi della situazione attuale? Alcuni indizi si potrebbero ritrovare nel suo ultimo album, Blackstar, pubblicato due giorni prima della sua morte nel gennaio 2016. Al centro del video della canzone che dà il titolo all’album c’è una tuta spaziale vuota, che ricorda il personaggio di Major Tom in Space Oddity e Ashes to Ashes, in un’eco decisamente cupa di quel periodo rivoluzionario in cui gli uomini hanno camminato per la prima volta sulla luna.

    La morte di Bowie ha coinciso con un rinnovato interesse per lo spazio. Ai nostri giorni, tuttavia, non sono gli stati delle superpotenze ad aprire la strada all’ultima frontiera, ma individui super ricchi come Elon Musk e Jeff Bezos, che hanno guadagnato miliardi attraverso la rivoluzione digitale del XXI secolo.

    Dal punto di vista ambientale, l’immagine sembra altrettanto deprimente. La COP 27 di novembre tornerà in Africa a Sharm El-Sheik, in Egitto, nel continente, che nonostante abbia contribuito solo per il 4 per cento alle emissioni globali di gas serra, sta sopportando il peso maggiore dei loro impatti, con gli effetti combinati di grave siccità, inondazioni e pestilenze. La speranza è che quella tuta vuota non fosse presagio di una catastrofe.

    (rp)

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