
Mentre Stati Uniti e Cina corrono, noi siamo ancora in coda alla biglietteria. Viaggio dentro l’economia della salute — e perché ridisegnarla può trasformare un costo nel più redditizio degli investimenti.
Immaginate un treno che corre a trecento chilometri all’ora.
Motori superconduttori, carburante del futuro, una potenza che dieci anni fa avremmo chiamato fantascienza. Ora immaginate i binari su cui poggia: progettati cinquant’anni fa, per velocità che non esistono più.
È il paradosso della medicina oggi. La scienza corre : terapie geniche che riscrivono il DNA come fosse codice sorgente, intelligenza artificiale che comprime anni di scoperta in mesi, molecole che insegnano al sistema immunitario a difendersi da nemici mai incontrati. La velocità dell’innovazione non è più lineare: è esponenziale. E intanto i sistemi aspettano. Quel divario tra la velocità con cui la scienza produce risposte e la velocità con cui i sistemi riescono a recepirle ha un nome: gap di velocità. E non è soltanto inefficienza. È ingiustizia, perché ogni giorno di ritardo non è una riga in un report: è una persona che aspetta una soluzione che esisterebbe già.
Ma c’è una parte della storia che il paradosso non racconta. Perché su quel treno bisogna salirci, e per salirci serve un biglietto. Stati Uniti e Cina lo hanno comprato senza esitare: sono già saliti, sono già partiti, in più di un caso sono già arrivati. L’Europa, invece, è ancora in coda alla biglietteria. Studia i tabelloni, confronta le tariffe, cerca la coincidenza che costa meno. E soprattutto deve mettere d’accordo ventisette passeggeri , ognuno con il proprio bilancio, le proprie regole, i propri tempi , su quale biglietto comprare e su chi lo paga. Quando finalmente arriva allo sportello, il treno è già in viaggio. E i numeri dicono di quanto siamo rimasti indietro.
Per decenni l’Europa è stata la capitale mondiale della farmaceutica: nel 1990 vi si faceva circa metà della ricerca del pianeta. Oggi ne fa poco più di un quarto. Tra il 2010 e il 2022 la spesa europea in ricerca è cresciuta in media del 4,4% l’anno; quella americana del 5,5%, quella cinese del 20,7% — quasi cinque volte la nostra. Il divario con gli Stati Uniti si è fatto voragine: nel 2002 spendevano in ricerca due miliardi più dell’Europa, oggi ne spendono venticinque di più. Le sperimentazioni cliniche avviate nel continente erano il 35% del totale mondiale nel 2009; oggi sono circa il 20%. La Cina, partita quasi da zero, è salita al 30% e ci ha superati — e nel 2023 ci ha sorpassati anche nel numero di nuove molecole prodotte. La quota europea di nuovi farmaci approvati nel mondo si è dimezzata in meno di dieci anni, dal 20% al 10%.
È una corsa, e la stiamo perdendo a ogni curva.
Poi è arrivata l’onda d’urto geopolitica. La politica americana del prezzo più favorevole , l’MFN , e i dazi sui farmaci hanno iniettato un’urgenza che non si era mai vista: in pochi mesi sono stati annunciati investimenti per centinaia di miliardi spostati verso Stati Uniti e Cina, mentre i lanci di nuovi prodotti in Europa arretravano. L’Europa destina alla spesa farmaceutica circa l’1% del proprio PIL; gli Stati Uniti il doppio. Non è un tecnicismo da addetti ai lavori: è una scelta di campo che facciamo ogni anno, senza nemmeno dircelo.
Quel biglietto della competitività che non abbiamo comprato ha già un prezzo, e lo stiamo pagando adesso: ricerca e cervelli che emigrano, stabilimenti che non si costruiscono, sperimentazioni che si fanno altrove, pazienti europei che ricevono le terapie più innovative nel migliore dei casi mesi o anni dopo gli altri.
Ma il conto vero arriva domani: un continente che smette di produrre innovazione sanitaria non perde solo posti di lavoro qualificati e gettito fiscale: perde la capacità di curare i propri cittadini alle proprie condizioni, e finisce per dipendere da scelte e da prezzi decisi altrove. Il biglietto che oggi ci sembra troppo caro è, a conti fatti, molto più economico del costo di restare a terra.
E qui arriva la parte scomoda. Perché la ragione più profonda per cui l’Europa , e l’Italia dentro di essa , sta perdendo questa corsa non è soltanto legata alla fuga di capitali. È come contiamo. C’è un calcolo che il nostro sistema fatica a fare: non per incapacità, ma per abitudine. Contiamo con precisione chirurgica il costo del farmaco.
Non contiamo mai il costo del silenzio terapeutico : il costo di non curare. Eppure esiste, ed è enorme: un paziente cronico trattato in ritardo non è una spesa che si azzera, è produttività che evapora, ricoveri evitabili, assistenza informale che ricade sulle famiglie, reddito non prodotto e tasse non versate, disabilità e fragilità che si propagano. Quando si conta tutto ,il costo del farmaco e il costo del non-farmaco ,la risposta cambia. E con essa cambiano le decisioni.
L’ho capito molti anni fa, a un congresso internazionale, da una esperienza che da allora mi ha dato una direzione precisa su quale impatto possiamo davvero generare.
Ad un relatore fu chiesto come giustificasse alla propria direzione sanitaria il costo elevato di uno dei primi anticorpi monoclonali per l’asma severo allergico. Tutti si aspettavano la risposta di rito: analisi di costo-efficacia, modelli, tabelle a sostegno della sostenibilità del farmaco. Lui non aprì nessun foglio di calcolo. Tornò indietro, tra le slide di backup, proiettò la fotografia di una bambina che sorrideva, e rispose così: “risponderò a quella domanda nel momento esatto in cui qualcuno, in questa sala, saprà quantificare il valore di quel sorriso restituito a quella bambina dall’innovazione che l’ha curata”. Calò il silenzio.
Perché quel valore non entra in nessun modello , eppure è il più reale di tutti.
La lezione, però, non è che non si debba contare. È che oggi non mettiamo completamente in conto né quel sorriso né tutto ciò che, a valle, quel sorriso produce. E una parte di quel valore , a differenza del sorriso , sappiamo perfettamente misurarla. La letteratura economico-sanitaria lo ha consolidato in una cifra che dovrebbe stare appesa in ogni stanza dove si decide la spesa: il rapporto 1:3. Per ogni euro investito in innovazione terapeutica per patologie croniche e rare, il sistema recupera mediamente fino a tre euro in costi evitati, produttività recuperata, risparmio strutturale. In Italia la misura più conservativa e documentata ( lo studio ALTEMS dell’Università Cattolica con Farmindustria) fotografa un effetto leva di 2,77 euro per ogni euro investito dalle imprese in sperimentazione clinica. Non è una promessa: è già successo, ed è stato misurato. Finché la salute resta una voce di costo da comprimere, ogni innovazione è nemica del bilancio. Nel momento in cui diventa un investimento a rendimento misurabile, le regole del gioco cambiano.
Se la salute è un investimento e non un costo, allora va finanziata come un investimento. È da qui che nasce la proposta di applicare alla spesa sanitaria la logica dell’economia circolare : non un’analogia poetica, ma un’architettura. Oggi il modello è lineare: si compra, si consuma, si butta. L’Italia spende circa 26 miliardi di euro l’anno in farmaci, e ne vede evaporare fino al 30% in prodotti inutilizzati o scaduti: quasi due miliardi di puro spreco. Il modello circolare chiude il cerchio. Una produzione nazionale più resiliente che ci sganci da una dipendenza estera oggi vicina all’80%. Una distribuzione guidata dall’intelligenza artificiale che elimini le scorte morte e le scadenze premature. Un uso appropriato fondato su prescrizione digitale, monitoraggio dell’aderenza, fine delle duplicazioni terapeutiche. Un recupero sistematico dei farmaci non utilizzati. E soprattutto un reinvestimento dei risparmi in un fondo dedicato che alimenti ricerca e prevenzione la quale, a sua volta, abbassa la spesa curativa a valle e fa ripartire il ciclo. A regime, questo loop può restituire al sistema tra il 25% e il 35% della spesa farmaceutica annua: sei-nove miliardi l’anno, senza ridurre la qualità delle cure. Migliorandola, anzi.
L’economia circolare è la spina dorsale. Ma dentro di essa possono convivere strumenti finanziari diversi, e vale la pena guardarli, perché ciascuno cattura un pezzo di verità.
C’è la logica del microcredito: come un piccolo prestito a chi la finanza considera «non bancabile» sblocca una capacità produttiva che lo ripaga molte volte, così il sistema può concedere a un paziente un credito terapeutico , l’accesso a una cura oggi , che quel paziente «rimborsa» domani alla collettività sotto forma di produttività ripristinata, tasse, contributi, minore assistenza informale. È il rapporto 1:3 riletto come uno schema di credito che si rimborsa da solo; il suo limite è che resta uno strumento puntuale, paziente per paziente, e funziona meglio come ingranaggio del ciclo che come architettura. C’è poi il modello ad abbonamento, il «Netflix dei farmaci», che l’Australia ha già sperimentato sull’epatite C: nel 2016 ha stanziato 1,2 miliardi di dollari per cinque anni di trattamenti illimitati, in condivisione del rischio con le aziende e grazie ai guadagni di produttività quell’investimento è diventato cost-saving in ottica sociale, perché il costo della malattia non trattata valeva quasi nove volte quello diretto. C’è la valutazione a prospettiva sociale di Olanda e Svezia, che già mettono a bilancio produttività e assistenza informale; e il QALY britannico, che misura il valore della vita guadagnata in salute dove noi possiamo andare oltre, misurando il valore della vita vissuta pienamente. E c’è il precedente di casa nostra, da rivendicare: l’Italia è tra i primi Paesi al mondo ad aver legato il pagamento dei farmaci ai risultati, dal 2006, con una sessantina di terapie rimborsate su base di esito e il «paghiamo solo se funziona» già realtà per le terapie avanzate. Il passo successivo è estendere quella logica dal singolo farmaco al valore di sistema.
E l’intelligenza artificiale, in tutto questo? È il motore che rende possibile l’intera architettura: identifica candidati molecolari in mesi anziché anni, costruisce orologi biologici che misurano quanto velocemente invecchiamo davvero, rende possibile la scorta dinamica e il supporto prescrittivo. Ma serve lucidità, perché sull’AI il dibattito pubblico salta sempre i passaggi: non è una bacchetta magica. Accelerando la scoperta, amplifica un problema invece di risolverlo , la variabilità biologica individuale. Se trovi cento candidati in pochi mesi, il collo di bottiglia non è più scoprire, è capire per quale sottopopolazione ciascuno funziona davvero. L’AI accelera la ricerca; non sostituisce il rigore clinico, anzi lo rende più urgente. È l’abilitatore dei binari nuovi, non il treno che li rimpiazza.
C’è infine una ragione per cui niente di tutto questo può aspettare. L’Italia invecchia e si svuota: meno nascite, più anni vissuti, e quindi sempre più pazienti con polimorbidità, più patologie croniche sullo stesso corpo, insieme. L’immunosenescenza, il sistema immunitario che invecchia, è la frontiera che lega malattie autoimmuni, malattie rare e cronicità dell’età in un unico problema sistemico. Un sistema costruito sul modello della spesa annuale non può reggere un fenomeno che si misura in decenni: una terapia genica guarisce una volta, per sempre, e produce valore per i prossimi quarant’anni; come si fa a iscriverla in un budget di dodici mesi? Non si può. Per questo la spesa per l’innovazione va sottratta alla logica della legge di bilancio annuale e portata in una voce di bilancio separata, trattata per ciò che è: un investimento pluriennale della societa’ per la societa’, non un costo da contenere ogni dicembre.
Torniamo al treno.
Non possiamo fermarlo, e non lo vogliamo. Ma possiamo smettere di guardarlo passare. Il settore farmaceutico italiano vale quasi 70 miliardi di euro di export e ha pagato quasi due miliardi di payback nel solo 2023: numeri di un sistema sotto pressione, ma anche di un sistema che ha tutte le risorse intellettuali e industriali per reinventarsi. Abbiamo i dati tra cui il Fascicolo Sanitario Elettronico, registri AIFA, registri di patologia, banche dati INPS. Manca solo la volontà di connettere i punti. La domanda vera non è se possiamo permetterci di curare. È se possiamo permetterci di continuare a contare male, mentre il mondo corre.
Perché una società che cura i suoi malati in modo efficace e tempestivo non sta spendendo: sta comprando produttività, coesione, minori disuguaglianze. Sta costruendo un PIL più sano, in tutti i sensi.
Costruire i binari mentre il treno accelera è difficilissimo; restare fermi a guardarlo passare è fatale.
Fabrizio Celia è General Manager Italy in argenx.





