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    Il coronavirus è il primo vero caso di infodemia

    I social media hanno diffuso informazioni e disinformazione in tutto il mondo a velocità senza precedenti, alimentando il panico, il razzismo e la speranza.

    di Karen Hao e Tanya Basu

    Il 19 gennaio, una settimana prima del capodanno lunare, Tommy Tang lasciò Shenzhen con la sua ragazza per visitare la sua famiglia a Wuhan per le vacanze. Avevano sentito parlare della “storia” del coronavirus (ora ufficialmente noto come COVID-19), ma per quanto ne sapevano, era localizzato in una piccola area. Il governo locale aveva assicurato alle persone che avrebbe avuto effetti solo su coloro che visitavano un particolare mercato alimentare e si contraeva direttamente a contatto con animali selvatici.

    Ma nella notte del 20, il dottor Zhong Nanshan, lo stesso medico che per primo ha rivelato la diffusione della SARS nel 2003, è andato alla televisione nazionale per modificare la versione ufficiale: il virus poteva diffondersi da persona a persona. Ne è seguito il panico. 

    Durante la notte, tutti in città hanno iniziato a indossare mascherine. Tang e la sua ragazza si sono resi conto che non era più sicuro restare. Hanno annullato i loro piani e sono partiti su un treno il giorno successivo. Meno di 48 ore dopo, la città è stata isolata.

    Tornati a Shenzhen, si sono messi in quarantena per 14 giorni, lasciando il loro appartamento solo una volta al giorno, con le maschere, per portare fuori la spazzatura. Tang, la cui famiglia vive a Shenzhen, non ha potuto unirsi a loro per celebrare le vacanze. Ha augurato a sua madre un felice anno nuovo attraverso lo spioncino della porta dell’appartamento. 

    Ha ordinato di tutto, dal cibo al sapone e alla carta igienica attraverso app di consegna come Meituan Waimai e Dada-JD Daojia. Il terzo giorno di quarantena, Tang è andato nel panico quando ha aperto le app e ha visto che era tutto esaurito. “Non c’era più niente lì, ma rispetto a Wuhan, la situazione era comunque più semplice”, egli aggiunge.

    La più grande fonte di ansia è legata alla difficoltà di seguire il corso degli eventi sui social media. Le sue paure si sono amplificate a livelli mai sperimentati prima. Lui e la sua ragazza hanno sofferto di insonnia e attacchi di panico multipli. Sono terrorizzati dall’idea di contrarre il virus e dalle preoccupazioni per le rispettive famiglie.

    “Onestamente, è davvero difficile descrivere cosa è successo in questi 14 giorni”, egli afferma. “Non c’è altro da fare che leggere notizie sempre più drammatiche”. Il 2 febbraio, l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito il nuovo coronavirus “una infodemia di massa”, riferendosi a “una sovrabbondanza di informazioni – alcune accurate e altre no – che rendono difficile per le persone trovare fonti affidabili e indicazioni sicure in caso di bisogno”. È una caratteristica che distingue il coronavirus dai precedenti focolai virali. 

    Mentre SARS, MERS e Zika hanno causato il panico globale, le paure intorno al coronavirus sono state amplificate soprattutto dai social media, permettendo alla disinformazione di prosperare e diffondersi a velocità senza precedenti, creando un ambiente di profonda incertezza che ha alimentato l’ansia e forme di razzismo.

    Da parte sua, l’OMS ha tentato di affrontare il problema collaborando con Twitter, Facebook, Tencent e TikTok per controllare la disinformazione. Di recente ha lanciato un avviso Google SOS, per esempio, per collocare le informazioni dell’OMS in cima ai risultati di ricerca delle persone per le domande relative al coronavirus. Ha anche collaborato con Facebook per fornire informazioni sullo stato di salute della popolazione. È persino arrivata al punto di contattare gli influencer in Asia per cercare di tenere a bada la disinformazione.

    Anche i social media e le organizzazioni sanitarie hanno svolto la propria parte. TikTok ha cercato di rimuovere video volutamente fuorvianti, affermando in una dichiarazione che “non permetterà disinformazione che potrebbe causare danni alla nostra comunità o al grande pubblico”. Facebook ha anche lavorato per eliminare i post con dubbi consigli sulla salute, e Tencent, il proprietario di WeChat, ha utilizzato la sua piattaforma di controllo dei fatti per esaminare le voci sul coronavirus che circolano online.

    Ma la valanga di contenuti ha travolto gli sforzi coordinati per eliminare la disinformazione, che a sua volta ha creato un terreno fertile per contenuti xenofobi. Memi e insulti razzisti si sono moltiplicati su TikTok e Facebook. Alcuni adolescenti hanno persino falsificato una diagnosi di coronavirus per guadagnare più peso sui social media. 

    Questa “tossicità” online si è spostata anche sul piano delle relazioni interpersonali. Gli asiatici hanno subito forme di discriminazione e molestie, e Chinatown e i ristoranti cinesi hanno avuto un calo repentino di presenze.

    Episodi simili sono stati segnalati in Cina contro i residenti di Wuhan e della più grande provincia di Hubei. In alcuni casi, a coloro che sono bloccati perché viaggiavano durante il blocco vengono negate le camere d’albergo una volta che i loro documenti di identità nazionali rivelano la loro città natale.

    Ma per quanto i social media abbiano perpetuato la disinformazione, hanno anche fornito un’importante fonte di informazioni verificate. I giornalisti di tutto il mondo hanno utilizzato i social media cinesi per ottenere un quadro più accurato della situazione e raccolto dati preziosi. Il volume di informazioni circolanti ha a sua volta spinto il governo cinese a rilasciare informazioni più accurate sulla crisi.

    All’inizio, ad esempio, numerosi medici si sono rivolti ai social media per sollevare allarmi sulla gravità della situazione. Sebbene il governo sia rapidamente intervenuto e si sia mosso per controllare il flusso di informazioni, i loro avvertimenti sono diventati virali, probabilmente favorendo una maggiore apertura del governo. 

    Successivamente, con la morte per il contagio da virus di Li Wenliang, uno dei primi a denunciare il contagio, le piattaforme cinesi hanno registrato un’esplosione di rabbia e angoscia, arrivando a mettere in discussione le decisioni e l’autorità del governo. Il malcontento è stato così diffuso da non poter essere contrastato dai censori. 

    Tale attività sui social media potrebbe anche essere preziosa per monitorare i futuri focolai di malattie. Diversi servizi stanno già utilizzandola per aiutare i funzionari della sanità pubblica a “seguire” la progressione del coronavirus. 

    Raina MacIntyre, esperta di biosicurezza presso l’Università del New South Wales, ha pubblicato a gennaio un articolo sulla rivista “Epidemiology”, in cui si evidenzia che i punti caldi dei tweet potrebbero essere buoni indicatori della diffusione della malattia. “Soprattutto in presenza di censura o mancanza di risorse per la segnalazione di malattie”, afferma MacIntyre, ciò potrebbe aiutare le organizzazioni a reagire immediatamente a un’epidemia virale, bloccandola prima che si creino emergenze sanitarie globali.

    In modo inatteso, i social media sono anche diventati uno spazio per il lutto collettivo. Su Weibo e WeChat abbondano storie di disperazione e gentilezza. Oltre alle espressioni di paura delle persone bloccate in quarantena e dei pazienti impotenti di fronte alla malattia, si trovano anche aneddoti di persone che si aiutano reciprocamente in forme imprevedibili.

    “Queste storie personali non le trovo nei resoconti della stampa internazionale sull’epidemia”, afferma Shen Lu, un giornalista di Boston che segue da vicino l’attività dei social media cinesi attorno al coronavirus. Ma sono diventati un modo importante per le persone di seguire la crisi sia all’interno che all’esterno della Cina, fornendo alla gente disperata un piccolo raggio di speranza.

    Immagine: Ms Tech / Envato

    (rp)

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