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    Edilizia, un pronunciamento del Consiglio di Stato può cambiare le regole per tutti

    Le modifiche alle leggi per l’edilizia fanno rischiare il caos a chi edifica. Contro i sindaci “palazzinari” e i sindaci “talebani dell’ambientalismo” l’avvocato Umberto Grella ha ottenuto che la questione delle aree verdi e dei parcheggi sia rimessa alla Corte Costituzionale

    di MIT Technology Review Italia

    Quanto è possibile fabbricare per uso commerciale e industriale, e quante aree dedicate ai servizi (parcheggi, aree verdi) bisogna prevedere per legge? È una questione vitale per tutti, che però, per anni, è stata lasciata all’arbitrio di enti locali e comuni, con rischi enormi di confusione e abusi di fatto, il tutto a danno dei cittadini.

    Un pronunciamento del Consiglio di Stato di questi giorni ha svelato il gigantesco problema. Si tratta di una lunga controversia che riguarda il comune di Villasanta (Monza e Brianza) e la riqualificazione della ex raffineria, che si estende su 160 mila metri quadri. Il Comune ha chiesto una quota di “standard” (parcheggi e aree verdi, appunto) intorno al 60 per cento della metratura, totalmente, e storicamente, al di fuori di qualsiasi precedente. Il firmatario del ricorso per la curatela del fallimento della Lombarda Petroli, avvocato Umberto Grella, è riuscito a ottenere che il caso approdasse alla Corte Costituzionale. In caso di verdetto favorevole, cambierebbero molte cose per l’edilizia in Italia.

    «Il principio generale che c’è nella legge sull’edilizia del 1967 è quello per cui quando si costruiscono complessi residenziali o produttivi bisogna cedere al Comune gli “standard”, ossia le aree di parcheggio e di verde per rendere non disordinato l’intervento, consentire un utilizzo ragionevole e equilibrato di queste strutture. Un decreto del 1968 fissava i parametri minimi» commenta l’avvocato Grella.

    Nel 2013 (governo Renzi), con una ulteriore modifica nel 2019, è stato introdotto l’articolo 2 bis nel Testo Unico dell’Edilizia, criticato da molti, in cui di dà alla Regione la possibilità di introdurre deroghe a queste disposizioni. In genere è stato interpretato non distaccandosi molto dalle disposizioni precedenti, solo con qualche “aggiustamento”. Ma la Regione Lombardia non ha mai fissato i parametri. Ha stabilito di non applicare più il decreto ministeriale del ‘68 per le attività commerciali produttive e, di fatto ha cancellato gli standard per le edificazioni commerciali/produttive, che sono quasi la metà di tutte le costruzioni.

    «Nel mio caso -racconta Grella- si tratta di un comparto che deve essere riqualificato, con costruzioni produttive e in piccola parte commerciali, e il Comune ha preteso una quota di standard esagerata, intorno al 60 per cento. Su 160 mila metri quadri ne vorrebbero circa 85 mila. Il che renderebbe costruire o riqualificare del tutto controproducente. Abbiamo fatto ricorso al Tar -continua l’avvocato Grella- Il Tar ci ha dato ragione. È stato fatto appello al Consiglio di Stato. Il Comune ha obiettato che si era comportato così a norma di legge. Nella mia difesa ho detto che è stato travisato il senso della legge» Precisa l’avvocato Grella, e spiega: «oppure è stata violata la Costituzione, che prevede che i parametri minimi per i servizi pubblici debbano essere fissati in modo uniforme in tutta Italia, per una questione di Eguaglianza dei cittadini.

    Se le cose stessero davvero come sostiene il Comune i parametri invece sarebbero lasciati all’arbitrio degli amministratori locali. Se non ci sono più parametri diventa impossibile difendersi in giudizio, tra l’altro. Con questa legge si è dato, almeno in teoria, via libera a due tipologie sindaci: il palazzinaro che dice: “su 10 mila metri me ne costruisci solo 9900 e mi cedi 100 metri quadri di verde”, che sarebbe catastrofico. O il sindaco ambientalista integralista che dice “su 10 mila metri me ne lasci liberi 9 mila”, che sarebbe assurdo» precisa l’avvocato Grella.

    L’Avvocato Grella conclude: «Il Consiglio di Stato ha compreso che questo modus operandi è anche pericoloso, e ha chiesto alla Corte Costituzionale di pronunciarsi. Se la Corte Costituzionale darà ragione alla nostra parte l’effetto sarà retroattivo, e potrebbero saltare tutti i piani urbanistici che consentivano ai sindaci di applicare queste norme. Un vero e proprio effetto tsunami sull’urbanistica».

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