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All’Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari debutta A2RL, la competizione in cui monoposto a guida autonoma sfidano i limiti dell’intelligenza artificiale a oltre 250 km/h.

Il futuro diventa presente a Imola. All’Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari l’intelligenza artificiale è sfreccia a 250 km/h. Nel corso dell’ACI Racing Weekend lo storico circuito ha ospitato il visionario debutto dell’Abu Dhabi Autonomous Racing League (A2RL). Per la prima volta in Europa la competizione, nata ad Abu Dhabi sotto la regia di ASPIRE, divisione dedicata alle grandi sfide dell’Advanced Technology Research Council (ATRC) degli Emirati Arabi Uniti, è scesa in pista. E lo ha fatto senza piloti seduti nell’abitacolo: a guidare questa volta le vetture sono stati sensori, algoritmi e intelligenza artificiale. «L’iconico circuito di Imola ha aperto una nuova frontiera del motorsport, nella quale intelligenza artificiale, ricerca e competenze ingegneristiche diventano protagoniste» ha affermato Marco Panieri, sindaco di Imola con delega all’Autodromo e ai Grandi Eventi. Non si è trattato di una “semplice” dimostrazione tecnologica. A2RL è una gara a tutti gli effetti, con monoposto che affrontano curve, frenate, accelerazioni e sorpassi senza alcun essere umano al volante.

In pista si sono sfidati cinque team internazionali, composti non da piloti, ma da ricercatori, ingegneri, università ed esperti di intelligenza artificiale e guida autonoma, provenienti da Italia, Germania, Francia ed Emirati Arabi Uniti. La pista è diventata così un laboratorio ad alta velocità. Un ambiente reale e, soprattutto, imprevedibile nel quale potere mettere alla prova tecnologie che, lontano dai circuiti, potrebbero un giorno cambiare il modo in cui ci muoviamo. «Sulle curve che hanno scritto pagine importanti della storia del motorsport vengono ora messe alla prova le tecnologie che possono contribuire a scriverne le prossime. È questa la sfida di Imola: custodire una grande eredità senza trasformarla in nostalgia, facendone, invece, il punto di partenza per immaginare il futuro» ha spiegato Panieri.

Un cervello di sensori e algoritmi

Il futuro è sceso in pista a bordo delle EAV-26, monoposto sviluppate sulla base della Dallara Super Formula SF23. Circa 500 cavalli, 690 chilogrammi di peso a secco e una velocità che sfiora i 300 chilometri orari. Ma la caratteristica più interessante è il cervello elettronico, che prende il posto del pilota. Sette telecamere, quattro radar, tre LiDAR e due GPS raccolgono continuamente informazioni sull’ambiente circostante. Il sistema elabora i dati e decide in tempo reale traiettoria, accelerazione, frenata, cambi di marcia, posizionamento e strategia. Ogni giro può generare fino a 500 gigabyte di dati. È una quantità enorme di informazioni che deve essere interpretata in frazioni di secondo. Perché in pista non basta vedere un ostacolo: bisogna capire che cosa sta succedendo, prevedere che cosa accadrà un istante dopo e scegliere la risposta più efficace. È proprio qui che la gara prende un significato che va oltre la corsa. In condizioni estreme, l’intelligenza artificiale deve dimostrare non soltanto di essere veloce, ma anche, e soprattutto, di essere affidabile.

Due team italiani in gara e un autodromo come banco di AI-prova

A raccogliere la challenge ci sono stati anche due team italiani. Il primo è Unimore Racing, nato all’interno dell’Università di Modena e Reggio Emilia e impegnato nello sviluppo di sistemi autonomi. Per il gruppo, A2RL ha rappresentato un banco di prova per testare robustezza e sicurezza dei sistemi di guida autonoma nelle condizioni più difficili. Il secondo è PoliMOVE, del Politecnico di Milano, formato da dottorandi, ricercatori, ingegneri e studenti che lavorano sui diversi componenti dello stack software della guida autonoma.
A completare la griglia, i tedeschi di TUM, gli svizzeri di Constructor e il team emiratino Kinetiz.

Cinque squadre, cinque approcci alla stessa domanda: quanto può spingersi un’intelligenza artificiale quando deve prendere, da sola, in piena autonomia, decisioni a oltre 250 chilometri orari? La risposta riguarda la gara, certo. Ma non solo. Perché le tecnologie sviluppate e testate in pista possono diventare un banco di prova per sistemi destinati, in futuro, alla mobilità quotidiana. La pista permette di esasperare situazioni che su strada devono essere affrontate con margini di sicurezza molto più ampi: imprevisti, ostacoli, condizioni dinamiche, reazioni degli altri veicoli. Il circuito, insomma, diventa un ambiente dove testare e accelerare il progresso tecnologico. «La prospettiva  non si esaurisce nei confini del circuito» ha confermato e sottolineato il primo cittadino di Imola. «Le stesse questioni affrontate durante i test e la gara – comunicazione tra veicolo e infrastruttura, gestione dei flussi, capacità di reagire agli imprevisti, convivenza tra differenti utenti della strada – riguardano anche la mobilità urbana: un autodromo può diventare così uno spazio intermedio tra simulazione e città reale, nel quale raccogliere dati, individuare criticità e validare sistemi prima di immaginare applicazioni su scala più ampia».

«Pensavano scherzassimo, eravamo seri»

A guardare la sfida dagli spalti, Stephane Timpano, ceo di A2RL, che ha rivendicato la scommessa fatta quando la competizione muoveva i primi passi. «All’inizio tutti pensavano scherzassimo, quasi giocassimo, ma noi eravamo seri e adesso le cose sono cambiate, i fatti e la realtà parlano: l’AI ha un grande potenziale nell’automotive». Oltre la scommessa, la sfida. Che, secondo Timpano, non è soltanto tecnologica. «Bisogna sviluppare questo nuovo modo di fare sport, ma bisogna anche capire come gestire il rapporto tra uomo e AI. Tutti si e mi chiedono quanto tempo ci vorrà per vedere macchine andare senza nessuno al volante. Cinque, dieci anni, non lo so. So che la nostra sfida è arrivarci prima degli altri». Nell’attesa il futuro ha già acceso il motore. E questa volta nell’abitacolo non c’è nessuno.