
Alla conferenza “Storage and computing with DNA 2026” (SCDNA26), evento internazionale ospitato a Roma a fine maggio, il DNA data storage è emerso non più solo come tecnologia da laboratorio, ma come possibile infrastruttura strategica per conservare dati nel lungo periodo.
L’umanità non ha mai prodotto così tanti dati ma, in effetti, non aveva mai avuto così tanti motivi per conservarli.
Archivi culturali, dati sanitari, immagini satellitari, modelli di intelligenza artificiale, digital twin, contenuti audiovisivi e documenti pubblici stanno aumentando la pressione sulle infrastrutture digitali. I data center consumano energia, i supporti si degradano, i formati diventano obsoleti e la migrazione periodica da una tecnologia all’altra appare costosa e rischiosa.
In questo scenario, il DNA data storage offre un’idea radicale: usare il DNA sintetico come supporto per conservare informazioni digitali. Dal 27 al 29 maggio 2026, questa frontiera è stata al centro di SCDNA26, la seconda conferenza internazionale sull’archiviazione e l’elaborazione dei dati con il DNA, ospitata al Rettorato dell’Università Roma Tre.

Un momento della conferenza “Storage and computing with DNA 2026”.
La conferenza è stata co-organizzata dalla DNA Data Storage Alliance, una comunità internazionale che fa capo a SNIA e che lavora su standard e interoperabilità, e dal portfolio DigNA dell’European Innovation Council, che riunisce progetti europei dedicati all’archiviazione digitale basata sul DNA. Coinvolta nell’organizzazione anche Day One, innovation studio capitolino guidato da Paolo De Stefanis, che opera nel campo del trasferimento tecnologico e nello sviluppo di imprese deep tech.
La composizione degli organizzatori racconta bene il momento che sta attraversando il settore. Il DNA storage sta diventando un ambito in cui ricerca, industria, standardizzazione e politiche europee iniziano a muoversi nella stessa direzione.
Il fascino della tecnologia è evidente. Il DNA può offrire densità di archiviazione, stabilità e durabilità dei dati archiviati estremamente lunghe, più di qualsiasi altro supporto attualmente in uso. In futuro, una parte della memoria digitale potrebbe non occupare scaffali di nastri o server farm ma capsule, materiali e supporti molecolari.
Ma è una promessa e da sola non basta. Il DNA storage dovrà dimostrare di poter uscire dal laboratorio e diventare un sistema affidabile: economico nella scrittura, robusto e veloce nella lettura, sicuro nell’accesso e compatibile con le infrastrutture digitali esistenti.
La prospettiva degli utenti finali aiuta a capire la sfida. La U.S. Library of Congress, rappresentata a SCDNA26 da Vincent Coltellino, sta esplorando il DNA sintetico come possibile supporto per una parte delle proprie collezioni digitali. Per un’istituzione archivistica non basta sapere che un file può essere scritto e recuperato. Serve sapere se resterà leggibile, verificabile e comprensibile anche quando le tecnologie attuali saranno obsolete.
Questo cambia il metro di giudizio. Il DNA storage deve entrare nel linguaggio dell’IT: integrità del dato, accesso futuro, metadati, ridondanza, standard e compatibilità con infrastrutture già esistenti. È il tema affrontato da Vincent Franceschini, di Biomemory e della DNA Data Storage Alliance: rendere il DNA storage “IT friendly” e pronto per i data center. Il caso d’uso più realistico, almeno nel breve periodo, non è sostituire cloud o SSD ma offrire un nuovo livello per i cold data cioè quelle informazioni consultate raramente ma troppo importanti per essere perse.
Il collo di bottiglia principale resta la scrittura. Sintetizzare DNA è ancora troppo costoso e richiede troppo tempo per immaginarne un uso su larga scala. Roger Rudoff, di Atlas Data Storage, ha presentato una possibile traiettoria: usare tecnologie CMOS e processi ad alta densità per rendere la sintesi più parallela e industrializzabile. In questa prospettiva, chip, fluidica, chimica e sequenziamento diventano parti dello stesso sistema.
Anche il coding ha un ruolo decisivo. Eitan Yaakobi, del Technion, ha mostrato come il modo in cui l’informazione viene codificata possa influenzare direttamente l’efficienza della sintesi. Nel DNA storage, il codice non serve solo a correggere errori dopo la lettura: può contribuire a ridurre i cicli necessari per produrre le sequenze e rendere il processo più scalabile.
Le applicazioni non riguardano solo gli archivi. Francesca Granito, dell’ETH Zürich, ha mostrato il concetto di DNA-of-Things: dati digitali incorporati direttamente negli oggetti. Informazioni codificate in DNA sintetico possono essere integrate nell’inchiostro di giornali o nei materiali da costruzione, trasformando prodotti e componenti in supporti fisici della propria storia, composizione o identità.
Il DNA storage resta lontano da una diffusione generalizzata e, per il momento, non sostituirà il cloud né renderà obsoleti i data center. Ma potrebbe diventare un nuovo livello della memoria digitale: ultra-denso, durevole, a basso consumo e pensato per dati che devono sopravvivere al ciclo di vita delle tecnologie convenzionali.
La memoria del futuro potrebbe quindi essere ibrida: una parte elettronica, una parte molecolare; una parte nei data center, una parte in capsule, materiali e oggetti. È forse questa la lezione più interessante emersa a Roma (non a caso, una città che su tempo e memoria ha senz’altro qualcosa da dire): il DNA storage non propone solo un nuovo supporto ma un nuovo modo di pensare il rapporto tra dati, materia e tempo.





