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    Perché bisogna etichettare le auto a guida autonoma

    Se mai percorreranno le nostre strade, gli altri conducenti dovrebbero sapere che non si tratta di un’automobile normale. Tuttavia la possibilità di fornirle di un contrassegno divide gli esperti

    Jack Stilgoe

    Il mese scorso un video diventato virale mostrava un agente di polizia di San Francisco, di notte, che fermava un’auto con i fari spenti. Ma non si trattava di una macchina normale. Mentre il poliziotto si è avvicinato al veicolo, qualcuno non ripreso dalla telecamera ha gridato: “Non c’è nessuno dentro!”. L’auto, gestita da Cruise, una sussidiaria di General Motors, era completamente vuota. Proprio mentre il poliziotto si rivolge al suo collega, il robotaxi si allontana, attraversando un incrocio prima di accostare. Per due minuti il video mostra gli agenti di polizia che vagano intorno all’auto, cercando di capire cosa fare. 

    La situazione è decisamente paradossale. La realtà è che questi veicoli stanno diventando sempre più comuni e gli interrogativi appaiono sempre più pressanti. Presto diventerà difficile riconoscere un’auto a guida autonoma. È probabile che i sensori lidar sul tetto che attualmente contrassegnano molte di loro diventino più piccoli. I veicoli Mercedes con il nuovo sistema Drive Pilot parzialmente automatizzato, che porta i suoi sensori lidar dietro la griglia anteriore dell’auto, sono già indistinguibili ad occhio nudo dai normali veicoli a guida umana.

    È una buona cosa? Nell’ambito del nostro progetto Driverless Futures dell’University College di Londra, io e i miei colleghi abbiamo di recente concluso l’indagine più ampia e completa sulle reazioni dei cittadini nei confronti dei veicoli a guida autonoma e delle regole della strada. Una delle domande che abbiamo deciso di porre, dopo aver condotto più di 50 interviste approfondite con esperti, era se le auto a guida autonoma dovessero essere riconoscibili. La risposta del nostro campione di 4.800 cittadini britannici è stata chiara: l’87 per cento ha detto sì, il 4 per cento è contrario e il resto non sa

    Abbiamo riproposto lo stesso sondaggio a un gruppo più ristretto di esperti. I dati sono stati diversi. Il 44 per cento era favorevole e il 28 per cento contrario. In effetti ci sono valide argomentazioni per entrambe le parti. In linea di principio, si potrebbe sostenere che gli esseri umani dovrebbero sapere quando interagiscono con i robot. Questa era la tesi avanzata nel 2017, in un rapporto commissionato dall’Engineering and Physical Research Council del Regno Unito.

    “I robot sono manufatti fabbricati”, vi si affermava. “Non dovrebbero essere progettati in modo ingannevole, ma la loro natura di macchina dovrebbe essere trasparente”. Se le auto a guida autonoma sulle strade pubbliche vengono effettivamente testate, altri utenti della strada potrebbero essere considerati soggetti in quell’esperimento e dovrebbero fornire un consenso informato. Un altro argomento a favore dell’etichettatura, questo pratico, è che, come nel caso di un conducente appena patentato è giusto segnalare chi è alla guida.

    Ci sono anche argomenti contro l’”etichettatura”. Un contrassegno potrebbe essere visto come una richiesta implicita agli altri di mantenere livelli di attenzione più alti di fronte a un veicolo a guida autonoma. Inoltre, una scarsa conoscenza collettiva dei limiti della tecnologia non farebbe che aggiungere elementi di confusione a strade già piene di distrazioni. 

    Da un punto di vista scientifico, i contrassegni influiscono anche sulla raccolta dei dati. Se un’auto a guida autonoma sta imparando a guidare e gli altri lo sanno, i comportamenti saranno diversi, alterando la validità stessa dei dati. Qualcosa del genere sembrava essere nella mente di un dirigente della Volvo che nel 2016 disse a un giornalista che “per garantire una maggiore sicurezza”, l’azienda avrebbe utilizzato auto non contrassegnate per la sua proposta di prova di guida autonoma sulle strade del Regno Unito. 

    Nel complesso, gli argomenti a favore dell’etichettatura, almeno a breve termine, sono più convincenti. Questo dibattito non riguarda solo le auto a guida autonoma. Entra nel vivo della questione di come regolamentare le nuove tecnologie. Gli sviluppatori di tecnologie emergenti, che spesso le dipingono come dirompenti, tendono a dipingerle come semplicemente incrementali e non problematiche una volta che entrano in ballo le autorità di regolamentazione.  La verità però è che le nuove tecnologie rimodellano il mondo e non si limitano ad adattarsi a quello che c’è intorno.

    Per comprendere e gestire meglio il dispiegamento delle auto a guida autonoma, dobbiamo sfatare il mito secondo cui i computer guideranno come gli esseri umani. Il professore di management Ajay Agrawal, per esempio, ha affermato che le auto a guida autonoma fondamentalmente replicano solo quello che fanno i conducenti, ma in modo più efficiente: “Con i loro sistemi sensoriali gli esseri umani elaborano i dati e poi intraprendono azioni, peraltro limitate: girare a sinistra, girare a destra, frenare, accelerare.

    Non è così che le persone si muovono sulla strada, né come funzionano le auto a guida autonoma. Gli esseri umani mentre guidano parlano con chi hanno vicino. Sanno che gli altri sulla strada non sono oggetti passivi da evitare, ma agenti attivi con cui si deve interagire e con i quali si condivide la comprensione delle regole della strada. Le auto a guida autonoma, invece, affrontano la strada in un modo completamente diverso, nella maggior parte dei casi in base a una combinazione di mappe digitali ad alta definizione, GPS e sensori lidar. Sia gli aerei che gli uccelli volano, ma sarebbe una cattiva idea progettare un aereo come se fosse solo un uccello dotato di tecnologie.

    Un ingegnere potrebbe sostenere che ciò che conta è quello che un veicolo fa sulla strada. Ma altri vorranno sapere chi o cosa ha il controllo. Ciò diventa particolarmente importante in situazioni come gli attraversamenti pedonali, che spesso si basano su comunicazioni bidirezionali. Un pedone può stabilire un contatto visivo con un conducente per assicurarsi di essere stato visto. Un conducente può rassicurare un pedone facendogli segno di muoversi. In assenza di tali segnali, potrebbe essere necessario riprogettare tali interazioni. I semafori possono ridurre l’incertezza, per esempio, o potrebbe essere necessario dire esattamente a un’auto a guida autonoma quanto tempo attendere prima di procedere. E i pedoni dovranno sapere quali sono queste nuove regole.

    Fino ad ora è stato in gran parte lasciato a chi produce le auto a guida autonoma decidere come farsi pubblicità. Questa mancanza di standardizzazione creerà confusione e metterà a rischio la fiducia del pubblico. Quando stiamo attraversando una strada o affiancando un’altra macchina, abbiamo bisogno di sapere con cosa abbiamo a che fare. Queste interazioni funzionano perché abbiamo un senso condiviso di aspettative e responsabilità reciproche. Contrassegni chiari e standardizzati sarebbero un primo passo per capire che ci si trova davanti a qualcosa di nuovo sulla strada. Anche se la tecnologia è ancora agli inizi, la chiarezza e la trasparenza sono già in ritardo.

    Jack Stilgoe è professore di politica scientifica e tecnologica all’University College di Londra.

    Immagine: AP Photo / Gene J. Puskar

    (rp)

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