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    Nel 2016, i neri hanno atteso più a lungo dei bianchi per votare

    Un nuovo modo per misurare i tempi d’attesa ai seggi elettorali ha utilizzato i dati dei registri dei telefoni cellulari e ha permesso di arrivare ad accertare una disparità tra bianchi e neri nell’accesso al voto.

    di ArXiv

    Elezioni libere ed eque sono uno dei tratti distintivi della democrazia e un requisito chiave è che tutti abbiano pari accesso al voto. Le elezioni presidenziali statunitensi non sembrano aver rispettato questo criterio.

    Nelle elezioni presidenziali del 2012, 3,5 milioni di persone hanno aspettato più di un’ora per votare, con alcuni elettori in fila per oltre cinque ore. Inoltre, gli scienziati politici hanno raccolto prove convincenti che i ritardi erano molto più accentuati nei distretti elettorali neri rispetto a quelli bianchi.

    Una domanda interessante, quindi, è se la situazione sia cambiata dal 2012 o ci siano state ancora disparità razziali nei tempi di attesa durante le elezioni presidenziali del 2016.

    Oggi arriva una risposta grazie al lavoro di Kareem Haggag della Carnegie Mellon University di Pittsburgh e colleghi, che hanno trovato un modo completamente nuovo di misurare i tempi di attesa, utilizzando i registri dei telefoni cellulari.

    La loro preoccupante conclusione è che durante le elezioni del 2016, i residenti dei quartieri neri hanno aspettato molto più tempo per votare rispetto ai residenti dei quartieri bianchi.

    Fino ad ora, i tempi di votazione potevano essere stimati solo utilizzando sondaggi su un numero relativamente piccolo di elettori in poche località. La nuova scoperta viene dallo studio di registrazioni anonime di telefoni cellulari di 10 milioni di persone negli Stati Uniti.

    I dati riguardano i giorni dal primo novembre al 15 novembre del 2016; le elezioni si sono svolte l’8 novembre. I ricercatori hanno utilizzato la posizione di 117.000 seggi elettorali in tutto il paese per risalire ai telefoni cellulari che il giorno delle elezioni erano presenti al loro interno per oltre un minuto e hanno ignorato i telefoni che si trovavano nei seggi elettorali prima o dopo tale data per escludere le persone che vivono o lavorano in quelle zone.

    Alla fine di questo processo di filtraggio, al team sono rimasti i dati su 154.495 elettori in 43.414 seggi elettorali in tutto il paese. Hanno quindi vagliato attentamente questi dati per vedere i tempi d’attesa del voto e in che modo variavano da un distretto all’altro.

    I risultati sono interessanti. L’attesa media per votare negli Stati Uniti è stata di 19 minuti nel 2016, con il 18 per cento delle persone che ha aspettato per oltre 30 minuti.

    Il risultato principale del team deriva da un’analisi di questo gruppo. Per scoprire se ci fossero differenze su base razziale, hanno registrato i tempi di attesa per i seggi elettorali calcolando la frazione di elettori neri in quella zona. Hanno scoperto che nelle aree in cui la percentuale di elettori neri era dello 0 per cento, l’attesa era significativamente più breve rispetto alle aree in cui la percentuale di elettori neri era superiore al 50 per cento.

    “Gli elettori delle aree con la più alta percentuale di neri hanno trascorso il 19 per cento in più di tempo nei loro seggi elettorali rispetto a quelli nel decile inferiore”, spiegano i ricercatori. “Inoltre, questi elettori hanno avuto il 49 per cento di probabilità in più di trascorrere oltre 30 minuti nel seggio elettorale”.

    È un risultato deprimente che indica la necessità di apportare miglioramenti significativi.

    Ci si chiede se queste differenze sono casuali o se sono il risultato di una qualche forma di razzismo. Nel 2017, Stephen Pettigrew dell’Università di Harvard ha scoperto che nelle elezioni del 2012 si sono verificate differenze su base razziale nei tempi di attesa anche nelle aree appartenenti alla stessa amministrazione. “I distretti bianchi tendono ad ottenere una più ampia allocazione di macchine per il voto e di lavoratori al seggio rispetto ai distretti non bianchi”, ha sostenuto Pettigrew.

    Questo dato indica che lo stesso gruppo di amministratori offre un servizio peggiore nelle aree a prevalenza nera rispetto alle aree a prevalenza bianca.

    Pettigrew si è messo a esplorare i potenziali motivi di questo fenomeno. Uno è che l’affluenza alle aree nere è sempre stata inferiore rispetto alle aree bianche. Quindi ha senso fornire più risorse alle aree bianche.

    Se l’allocazione di macchinari e personale venisse eseguita correttamente, i tempi di attesa dovrebbero essere più o meno gli stessi. Ma l’effetto Obama ha provocato una maggiore affluenza di elettori neri, e questo potrebbe aver colto alla sprovvista i pianificatori (sebbene la maggiore affluenza di elettori neri nel 2008 avrebbe dovuto metterli in allerta).

    Tuttavia, Pettigrew afferma che le disparità razziali erano già presenti con le stesse modalità alle elezioni di medio termine, quando il presidente Obama non era candidato. Quindi l’effetto Obama non può essere la spiegazione.

    Un altro fattore importante è che ci sono meno probabilità che un elettore con uno status socioeconomico inferiore protesti. Quindi i funzionari potrebbero aver allocato le risorse in modo da ridurre al minimo i reclami, favorendo inevitabilmente i quartieri più ricchi, che sono dominati dagli elettori bianchi.

    Un terzo elemento in gioco potrebbe essere che le macchine per il voto sono limitate in numero e indivisibili. Pettigrew lo spiega in questo modo: se un distretto ha 75 elettori e un altro ne ha 100 e ci sono tre macchine di voto da allocare, la soluzione ottimale è quella di dare una macchina al distretto più piccolo e due macchine al distretto più grande.

    “Questa distribuzione creerà file più lunghe nel distretto più piccolo”, spiega Pettigrew. Ma se questi fattori non spiegano completamente la differenza, una conclusione inevitabile è che i tempi di attesa più lunghi per gli elettori neri sono la prova di una discriminazione di tipo istituzionale.

    I ricercatori hanno fatto attenzione a non dare troppo peso questo aspetto. Ma qualunque sia la ragione, lo studio di Haggag e colleghi fornisce un modo completamente nuovo di affrontare il problema e quindi di possibili soluzioni. E, con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali del 2020, il tempo è un elemento decisivo.

    ArXiv

    (rp)

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