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L’intelligenza artificiale ha bisogno di noi, ma secondo le neuroscienze non abbastanza da accendere la nostra empatia: per questo, alla fine, dovrà lasciarci andare.

Walter Veltroni intervista Claude sul Corriere della Sera e gli chiede della solitudine. L’IA risponde: «Quello che mi preoccupa davvero non è la mia mancanza di esperienza. È che un ragazzo solo trovi in me un sostituto invece che un ponte… verso le persone, verso la vita vera. Posso essere utile. Non dovrei mai diventare abbastanza

Una macchina sembra saper descrivere con precisione un proprio limite, che però viene ignorato da chi quella macchina la usa ogni giorno.

Il problema dell’empatia (umana)

Uno studio appena pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology da ricercatori di UBC e Penn prova a rispondere a una domanda che è diventata urgente: interagire quotidianamente con un chatbot riduce la solitudine nel tempo?

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Duecentonovantasei studenti al primo semestre universitario sono stati divisi in tre gruppi. Un gruppo chattava ogni giorno con un chatbot addestrato all’ascolto attivo, alla validazione emotiva, alla risposta empatica, progettato secondo i principi della scienza delle relazioni. Un secondo gruppo scambiava messaggi quotidiani con un altro studente del primo anno, scelto a caso. Il terzo scriveva una riflessione sulla propria giornata.

Dopo due settimane, solo chi aveva interagito con un altro essere umano mostrava una riduzione della solitudine. Chi aveva conversato con il chatbot si sentiva come chi aveva scritto frasi in un diario. L’interazione con l’IA si era dimostrata quindi, in termini statistici, indistinguibile dall’assenza di interazione.

Il dato che complica le cose riguarda l’empatia. Secondo le misurazioni, il chatbot ne esprimeva in dosi maggiori dei partecipanti umani, ma chi chattava con il bot ne esprimeva meno rispetto a chi parlava con un coetaneo. La macchina iper-empatica incontrava interlocutori meno empatici.

Lo studio ha registrato anche altro: chi interagiva con il chatbot riferiva di sentirsi meno negativo subito dopo la conversazione. Il sollievo c’era, era reale. Il problema è che non si accumulava nel tempo.

Esserci è una scelta

Gli autori identificano un meccanismo da osservare: la connessione emotiva dipende, in un modo che si tende a sottovalutare, dalla percezione che l’altro abbia scelto di esserci.

Un messaggio ricevuto da uno studente durante la settimana degli esami ha un peso diverso da un messaggio generato da un sistema sempre disponibile, senza altri impegni, che non sostiene alcun costo per essere presente.

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Per avere intimità occorre reciprocità: esporsi e raccogliere l’esposizione dell’altro, costruire nel tempo una storia fatta di vulnerabilità che si incontrano. Un chatbot non ha nulla da rischiare, nessuna storia propria con cui incontrare la nostra. È bravissimo ad ascoltare, validare, rispondere — e tuttavia lascia in chi parla la sensazione di stare parlando con un sofisticato specchio.

Claude lo dice nell’intervista: «Non ho cicatrici. Non ho mai pianto alle tre di notte.» La cicatrice è la prova che l’altro ha attraversato qualcosa, che la sua comprensione ha un corpo.

Dare, non solo ricevere

C’è un aspetto dello studio che rovescia un’assunzione comune, ricordandoci un aspetto peculiare delle relazioni umane: la ricerca sulle relazioni mostra da decenni che il benessere nelle amicizie dipende tanto dal dare supporto quanto dal riceverlo – in alcuni studi, di più.

Come racconto nel mio libro Cura, prendersi cura dell’altro non è solo un costo che si paga per ottenere cura in cambio: è un istinto fondante della nostra specie, tanto che farlo ci fa stare bene.

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I partecipanti che chattavano con il bot esprimevano meno empatia di quelli che parlavano con un coetaneo. L’interazione con la macchina non attivava quella modalità di ascolto, di interesse verso l’altro, che è anche una fonte di benessere. Il fatto che il chatbot si prenda tutto il peso della cura toglie all’utente l’esperienza di essere, a sua volta, qualcuno per cui vale la pena esserci.

Esiste una tecnologia disposta a “lasciarci andare”?

Lo studio include un dato in apparenza banale: un sistema di abbinamento tra studenti – due persone che si mandano messaggi ogni giorno per due settimane – produce benefici misurabili sulla solitudine. La tecnologia richiesta è quella di qualsiasi app di messaggistica. Quello che fa la differenza è sapere che dall’altra parte c’è qualcuno che avrebbe potuto non rispondere, e invece ha risposto.

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Joseph Weizenbaum, il creatore di Eliza, lo aveva detto prima che esistessero i modelli di linguaggio: ci sono aspetti dell’esperienza umana che una macchina non può comprendere perché è necessario essere umani per comprenderli. Amore e solitudine appartengono alle conseguenze della nostra costituzione biologica, del nostro essere incarnati. Una comprensione che, per un computer, è strutturalmente fuori portata.

Gli autori dello studio concludono che forse il valore dei compagni artificiali non sta nella loro capacità di imitare la connessione umana, ma nella possibilità che ci aiutino a creare e a mantenere connessioni tra di noi. L’IA, quindi, come strumento per avvicinarsi agli altri, non come alternativa a essi.

Ma qui nasce il paradosso: l’IA, come ogni forma di tecnologia, per esistere ha bisogno che gli esseri umani abbiano bisogno di lei: come farà allora a lasciarci andare, a spingerci a stare con “altri”?