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    L’arma americana: mostrarsi vincenti

    Per sconfiggere gli jihadisti, gli Stati Uniti devono far capire ancora una volta che sono i più forti, visto che in Medio Oriente tutti amano i vincitori.

    di Daniel Atzori

    Il petrolio fornisce allo Stato Islamico parte dei fondi necessari per comprare armi e, di conseguenza, dimostrare di poter conquistare il mondo. Un messaggio che piace a un Medio Oriente che subisce il “fascino del vincitore”. Per questo gli Stati Uniti dovrebbero puntare su una sola strategia: mostrarsi più forti dello Stato Islamico agli occhi dei sunniti, come già fecero quando riuscirono di fatti a sconfiggere al Qaeda.

    Harold Rhode, esperto analista del Pentagono per ben 28 anni, spiega in quest’intervista ad Oil il fenomeno dello Stato Islamico, il punto di vista di altri paesi come Cina, Iran e Russia, e la posizione che dovrebbe avere l’America per annientare l’Isis definitivamente.

    Secondo lei lo Stato Islamico è soltanto un problema regionale o rappresenta una minaccia per gli interessi e la sicurezza di tutto il mondo, compresa la sicurezza energetica?

    Lo Stato Islamico, precedentemente conosciuto con le abbreviazioni di Isis o Isil, è una minaccia per il mondo intero.

    Lo Stato Islamico controlla alcuni giacimenti petroliferi. Come utilizza il petrolio che estrae?

    Al momento stanno vendendo petrolio a partire da 30 dollari USA al barile sul mercato internazionale. Pagano molte persone per esportare il petrolio. La Turchia ha aiutato lo Stato Islamico ad esportarlo, dato che non c’è altra via per farlo uscire dal paese, non esiste davvero altro modo. Una volta in Turchia, nessuno può più dire da dove arrivi quel petrolio. A quel punto viene caricato sulle petroliere e trasportato al- l’estero. Quando il petrolio è in mare è un bene fungibile e può arrivare dovunque.

    Qual è l’importanza della ricchezza derivante dal petrolio nella strategia dell’Isis?

    Comprano più armi… vogliono conquistare tutto il mondo. Il loro messaggio è semplice e fa presa su molti uomini sunniti senza futuro.

    Lo Stato Islamico ha chiaramente manifestato la propria intenzione di ridisegnare la mappa del Medio Oriente. Secondo lei l’attuale fase di turbolenza rappresenta un segnale di crisi del sistema statale arabo istituito dall’accordo Sykes-Picot del 1916, che riorganizzò il Medio Oriente dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano durante la Prima Guerra Mondiale?

    I confini stabiliti dall’accordo Sykes-Picot del 1916 proteggevano gli interessi coloniali. Sono confini artificiali e non significano nulla per la gente del luogo. Si tratta di confini che non hanno ragione di esistere. In Medio Oriente l’identità è basata sulle famiglie e sulle tribù. L’intera mappa del Medio Oriente potrebbe essere ridisegnata. Per esempio, non c’è ragione per cui il Kurdistan non debba essere uno stato indipendente.

    Quale strategia dovrebbe adottare l’Occidente?

    Non è possibile né auspicabile scendere a compromessi con lo Stato Islamico. è un’organizzazione sunnita. Odia gli sciiti, ma anche i sunniti che la pensano diversamente. Se i sunniti in Medio Oriente si accorgono che lo Stato Islamico ottiene successi, saranno in molti ad unirsi all’organizzazione. In Medio Oriente tutti amano i vincitori. è quindi necessario sconfiggerli, far vedere a tutti che sono dei perdenti. Così come è stata rapida la loro ascesa, può essere rapida anche la sua sconfitta… non dobbiamo accettare nessun compromesso in questo senso: l’Isis deve essere annientato.

    Come?

    Se non utilizziamo delle truppe di terra, non possiamo vin- cere. Finora non abbiamo inflitto loro molti danni con i soli attacchi aerei.

    Lo Stato Islamico rappresenta una minaccia anche per altri paesi, ad esempio la Cina?

    In Cina ci sono due tipi di musulmani. I primi sono Han; si rendono conto che devono andare d’accordo con il governo. Il loro approccio è simile a quello dei musulmani indonesiani. Ma non si può dire la stessa cosa per la regione dello Xinjiang, dove troviamo musulmani di origine turca che sono più vicini ad Istanbul che a Pechino. In Siria e in Iraq ci sono Uiguri che combattono dalla parte dello Stato Islamico.

    E per la Russia?

    Il motivo per cui i russi odiano lo Stato Islamico è che molti giovani musulmani in Russia non hanno futuro. Si danno alle droghe, al sesso, e poi finiscono nelle moschee finanziate dagli wahabiti e da altri gruppi salafiti. Improvvisamente questi musulmani russi oppressi si sentono qualcuno, si sentono importanti perché fanno parte dell’avanguardia. Ecco perché per i russi l’eliminazione dello Stato Islamico è così importante.

    Secondo lei l’Occidente deve collaborare con la Russia per affrontare lo Stato Islamico?

    La Russia è preoccupata per la sorte del suo stato satellite, la Siria. Ma credo che dovremmo comunque lavorare segretamente con i Russi, se loro non vogliono farlo pubblicamente.

    Qual è il ruolo dell’Iran?

    L’Iran è la più grande potenza sciita del mondo, e l’Isis odia gli sciiti. Perciò, in teoria, l’Iran dovrebbe opporsi con tutte le sue forze allo Stato Islamico. Eppure l’Iran ha contribuito alla nascita dello stato. Gli iraniani hanno creduto di poterlo controllare, o almeno di poter avere una certa influenza sul- l’organizzazione, ma le cose sono andate diversamente. Se l’Isis conquistasse Najaf e Karbala, distruggerebbe l’onore e la posizione del governo iraniano nel mondo musulmano. L’Iran si augura che gli USA e l’Occidente concentrino la loro attenzione sullo Stato Islamico, in modo da poter sviluppare il proprio programma nucleare. E un Iran nucleare è più pericoloso dello Stato Islamico. Perciò l’Iran dice: “Vi aiuteremo, se fate delle concessioni sull’accordo nucleare”. Come a dire: vogliamo anche noi una fetta della torta.

    Per concludere, quale crede debba essere l’approccio statunitense in questo momento?

    I leader statunitensi devono essere dei punti di riferimento e suscitare entusiasmo… è così che l’America ha sconfitto al Qaeda nella parte occidentale dell’Iraq durante l’aumento delle truppe del 2007. Allora gli USA si sono dimostrati molto determinati. Hanno distrutto al Qaeda e hanno collaborato con le autorità locali. Il grande generale americano David Petraeus ha convinto i sunniti che i marines erano la “tribù” più forte e che erano in grado di conquistarli e di proteggerli. Per sconfiggere l’Isis, gli Stati Uniti devono dimostrare ancora una volta che ci si può fidare di loro, che l’America non perderà motivazione e che non scapperà. Gli Stati Uniti devono fare da guida e mostrare al Medio Oriente che sono i più forti e che proteggeranno ancora amici e alleati. In caso contrario, gli Stati Uniti sono destinati a fallire. Come disse il massimo studioso vivente di orientalistica, il professor Bernard Lewis: “I popoli mediorientali cercano sempre di salire sul carro del vincitore. Se gli Stati Uniti dimostreranno impegno e detetminazione, troveranno degli alleati e saranno in grado di annientare l’Isis. Ma vista l’attuale leadership di Washington, si può dire che gli Stati Uniti siano pronti a tutto questo? Per ora il presidente Obama appare riluttante, distaccato e disinteressato e questa non è una ricetta per avere successo nel mondo musulmano, è la ricetta per il fallimento”

    Chi è HAROLD RHODE

    Esperto americano di Medio Oriente, ha lavorato come analista al Pentagono per 28 anni. Rhode ha studiato e viaggiato molto in tutto il mondo islamico, nelle università e biblioteche in Egitto, Israele, Siria, Giordania, Iran, Afghanistan, Turchia, Uzbekistan e Kazakistan. Attualmente è Distinguished Senior Fellow presso il Gatestone Institute di New York.

    (sa)

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