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    La tecnologia da sola non ci salva dal covid-19

    La paralisi americana rivela un profondo e fondamentale difetto nel modo in cui la nazione affronta il nodo dell’innovazione.

    di David Rotman

    La tecnologia ha fallito negli Stati Uniti e in gran parte del resto del mondo nel suo ruolo più importante: mantenerci in vita e in salute. Mentre scrivo questo articolo, sono morte più di 380.000 persone, l’economia globale è in un angolo e la pandemia sta ancora imperversando. In un’epoca di intelligenza artificiale, medicina genomica e auto a guida autonoma, la nostra risposta più efficace allo scoppio è stata la quarantena di massa, una tecnica di sanità pubblica presa in prestito dal Medioevo. 

    In nessun luogo il fallimento della tecnologia è stato più evidente che nei test. Quelli standard per il covid utilizzano la reazione a catena della polimerasi (PCR), una tecnica chimica di oltre 30 anni fa. Tuttavia, sebbene gli scienziati abbiano identificato e sequenziato il nuovo coronavirus a poche settimane dalla sua comparsa alla fine di dicembre – un passo essenziale nella creazione di una diagnostica – gli Stati Uniti e altri paesi sono in seria difficoltà nello sviluppo di test PCR per uso generale. 

    L’incompetenza e una burocrazia sclerotica presso i CDC statunitensi hanno portato alla creazione di un test che non ha funzionato e per settimane non ha preso in considerazione l’idea che ne fossero possibili altri. 

    Nel frattempo, i tamponi rinofaringei da sei pollici necessari per raggiungere l’interno del naso di una persona per raccogliere campioni per i test PCR si sono rivelati scarsi, così come i reagenti chimici necessari per elaborare i campioni. Nelle prime settimane critiche in cui il coronavirus avrebbe potuto essere ancora contenuto, molti americani, anche quelli gravemente malati, non potevano essere testati per il virus mortale. Anche a quattro mesi dalla pandemia, gli Stati Uniti non sono ancora attrezzati per fare lo screening massiccio e frequente necessario per porre fine al lockdown. 

    Insieme alla mancanza di test, un sistema frammentato e trascurato di raccolta di dati sulla salute pubblica ha implicato che epidemiologi e ospedali sapevano troppo poco sulla diffusione dell’infezione. In un’epoca di big data in cui aziende come Google e Amazon utilizzano ogni sorta di informazioni personali per le loro operazioni pubblicitarie e di acquisto, le autorità sanitarie hanno preso decisioni alla cieca. 

    Ovviamente non è stata solo la mancanza di test e dati a condannare così tante persone. Non c’erano abbastanza ventilatori o maschere protettive, né fabbriche per produrli. “La pandemia ha fatto luce su quanto le capacità produttive statunitensi si sono spostate all’estero”, afferma Erica Fuchs, esperta di industrie manifatturiere presso la Carnegie Mellon University. 

    Perché l’industria tecnologica statunitense e il settore biomedico non sono in grado di rispondere all’emergenza? È semplice dare semplicemente la colpa all’inazione dell’amministrazione Trump. Rebecca Henderson, economista ed esperta di management di Harvard, sottolinea che molte aziende stavano aspettando che l’amministrazione raccogliesse le forze disponibili e definisse le priorità. Ma non è stato fatto: “Siamo di fronte a un vuoto”. 

    Ma Henderson e altri esperti che studiano l’innovazione indicano un problema più profondo in questa carenza di interventi governativi. Un ecosistema di innovazioni un tempo caratteristico degli Stati Uniti, in grado di identificare e creare tecnologie essenziali per il benessere del Paese, si sta erodendo da decenni.

    La capacità di ogni paese di inventare e quindi implementare le tecnologie di cui ha bisogno è modellata dai finanziamenti pubblici e dalle politiche del governo. Negli Stati Uniti, gli investimenti pubblici nella produzione, nei nuovi materiali, nei vaccini e nella diagnostica non sono mai stati una priorità e non esiste quasi alcuna direttiva del governo, sostegno finanziario o supporto tecnico per molte nuove tecnologie di importanza cruciale. Senza questi interventi, il paese è stato colto di sorpresa.

    Come scrive Henderson nel suo libro Reimagining Capitalism, nell’ultimo mezzo secolo gli Stati Uniti hanno sempre più confidato nei mercati liberi per creare innovazione. Tale approccio ha creato una ricca Silicon Valley e colossi tecnologici che fanno invidia agli imprenditori di tutto il mondo. Ma ha significato pochi investimenti e supporto per aree critiche come la produzione e le infrastrutture, tecnologie rilevanti per le esigenze più elementari del Paese.

    Sebbene sia stato scritto prima della diffusione del covid-19, il libro di Henderson è stato pubblicato a metà aprile, mentre la pandemia si stava diffondendo in molte parti degli Stati Uniti. Nelle sue pagine viene descritto il ruolo che le imprese possono svolgere nell’affrontare grandi problemi come i cambiamenti climatici e la disuguaglianza, ma sono anche documentati decenni di fallimento del governo nel sostenere il settore privato nel farlo. Oggi, dice, sembra che “il libro abbia anticipato la realtà”. 

    La paralisi degli Stati Uniti di fronte al covid-19 conta non solo perché ha già condannato decine di migliaia a una morte prematura e paralizzato la più grande economia del mondo, ma perché rivela un difetto profondo e fondamentale nel modo in cui la nazione pensa all’innovazione. 

    Costruire le cose di cui abbiamo bisogno

    Agli economisti piace misurare l’impatto dell’innovazione in termini di crescita della produttività, in particolare la “produttività totale dei fattori”, ovvero la capacità di ottenere risultati sempre migliori dagli stessi input (come lavoro e capitale). La crescita della produttività è ciò che rende le nazioni avanzate più ricche e più prospere nel lungo periodo. Per gli Stati Uniti e la maggior parte degli altri paesi ricchi, questa misura di innovazione è stata deludente per quasi due decenni. 

    Ci sono molte idee diverse sul perché si sia verificato il rallentamento dell’innovazione. Forse i tipi di invenzioni che prima avevano trasformato l’economia – come i computer e Internet, o prima ancora il motore a combustione interna – non sono più a portata di mano. O forse non abbiamo ancora imparato come utilizzare le più recenti tecnologie, come l’intelligenza artificiale, per migliorare la produttività in molti settori. Ma un fattore certo è che i governi di molti paesi hanno notevolmente ridotto gli investimenti in tecnologia dagli anni 1980. 

    La ricerca e sviluppo finanziata dal governo negli Stati Uniti, afferma John Van Reenen, economista del MIT, è scesa dall’1,8 per cento del PIL a metà degli anni 1960, quando era al suo apice, allo 0,7 per cento attuale (si veda grafico 1). I governi tendono a finanziare ricerche ad alto rischio che le aziende non possono permettersi ed è da tale ricerca che spesso nascono nuove tecnologie radicali. 

    I finanziamenti federali sono in calo da decenni.Grafico:MIT Technology Review Source Fonte: National Science Foundation – Created with Datawrapper

    Il problema di lasciare che gli investimenti privati guidino da soli l’innovazione è che il denaro si muove in direzione dei mercati più redditizi. I principali usi pratici dell’intelligenza artificiale sono stati l’ottimizzazione di attività come la ricerca web, il targeting degli annunci, il riconoscimento vocale e del volto e le vendite al dettaglio. La ricerca farmaceutica si è rivolta soprattutto alla ricerca di nuovi farmaci di successo. Vaccini e test diagnostici, così disperatamente necessari ora, sono meno redditizi. Più denaro da parte del governo avrebbe potuto potenziare tali attività. 

    Né è sufficiente inventare nuove tecnologie in quanto il sostegno pubblico è vitale per aiutare le aziende ad adottarle. Ciò è particolarmente vero nei grandi settori dell’economia in lento movimento come l’assistenza sanitaria e l’industria manifatturiera, in cui si sono evidenziate le debolezze del paese durante la pandemia. 

    In un post di blog ampiamente diffuso, il pioniere di Internet e l’icona della Silicon Valley Marc Andreessen ha denunciato l’incapacità degli Stati Uniti di “costruire” e produrre le forniture necessarie come le mascherine, affermando che “abbiamo scelto di non avere le strutture per realizzare queste cose”. L’accusa sembra avere fondamento: gli Stati Uniti sono sembrati incapaci di produrre mascherine e ventilatori, mentre i paesi con settori manifatturieri forti e innovativi, come Cina, Giappone, Taiwan e Germania, sono andati molto meglio. 

    Grafico 2

    Ma Andreessen ha torto nel descrivere la riluttanza a costruire come una scelta deliberata. E la capacità del paese di produrre non può essere migliorata in tempi rapidi. Il declino della produzione americana è stato causato da anni di pressioni sui mercati finanziari, indifferenza del governo e concorrenza da parte delle economie a basso salario. 

    Negli Stati Uniti, i lavori in campo manufatturiero sono diminuiti di quasi un terzo tra il 2000 e il 2010 e da allora non si sono più ripresi. La produttività del settore è stata particolarmente bassa negli ultimi anni (Si veda grafico 5). Ciò che è stato perso non sono solo i posti di lavoro, ma anche le conoscenze incorporate in una solida base produttiva e con essa la capacità di creare nuovi prodotti e trovare modi avanzati e flessibili per realizzarli. 

    Grafico 5. Il TPF del manifatturiero è crollato. Tasso di crescita.

    Nel corso degli anni, il paese ha ceduto alla Cina e ad altri paesi le competenze necessarie per realizzare in modo competitivo molte produzioni, inclusi pannelli solari e batterie avanzate, e, a quanto pare, anche tamponi e test diagnostici. 

    Nessun paese dovrebbe mirare a fare tutto, afferma Fuchs, ma “gli Stati Uniti devono sviluppare la capacità di identificare le tecnologie – nonché le risorse fisiche e umane – che sono fondamentali per la sicurezza nazionale, economica e sanitaria e di investire strategicamente in quelle tecnologie e risorse”.  Indipendentemente da dove vengono realizzati i prodotti, afferma Fuchs, i produttori necessitano di maggiore coordinamento e flessibilità nelle catene di approvvigionamento globali, in modo da non essere legati a poche fonti di produzione. 

    Grafico 3. La spesa per la ricerca di base è stata quasi piatta. Valori in milioni di dollari.

    Il problema è diventato ben evidente nella pandemia: i produttori di mascherine statunitensi si sono affrettati a procurarsi la fornitura limitata di fibra soffiata a fusione richiesta per realizzare le mascherine N95 che proteggono dal virus. La difficoltà è stato aggravata dal fatto che i produttori mantengono le scorte sottilissime per risparmiare denaro, spesso affidandosi a spedizioni da parte di un unico fornitore. “La grande lezione della pandemia”, afferma Suzanne Berger, politologo al MIT ed esperto di produzione avanzata, “è che abbiamo barattato il nostro futuro con una produzione a basso costo e just-in-time”. 

    Berger afferma che il governo dovrebbe incoraggiare un settore manifatturiero più flessibile e sostenere la produzione nazionale investendo nella formazione della forza lavoro, nella ricerca di base e applicata e in strutture come gli istituti di produzione avanzati creati all’inizio del 2010 per fornire alle aziende l’accesso alle più recenti tecnologie di produzione. 

    “Dobbiamo supportare la produzione non solo per realizzare prodotti critici come mascherine e respiratori, ma riconoscere che la connessione tra produzione e innovazione è fondamentale per la crescita della produttività e di conseguenza per la crescita economica”, egli spiega.
    La buona notizia è che gli Stati Uniti hanno già affrontato il problema durante le crisi precedenti. La soluzione esiste.

    Grafico 4. La produttività totale dei fattori (TFP) sta rallentando. Tasso di crescita.

    La dichiarazione di guerra al virus

    Nel giugno del 1940, Vannevar Bush, allora direttore del Carnegie Institution for Science di Washington, andò alla Casa Bianca per incontrare il presidente Franklin D. Roosevelt. La guerra era in corso in Europa e Roosevelt sapeva che gli Stati Uniti sarebbero presto stati coinvolti. Come Simon Johnson e Jonathan Gruber, entrambi economisti del MIT, scrivono nel loro recente libro Jump-Starting America, il paese era tristemente impreparato, a malapena in grado di produrre un carro armato. 

    Bush presentò al presidente un piano per potenziare lo sforzo bellico, guidato da scienziati e ingegneri. Ciò ha dato origine al National Defence Research Committee (NDRC); durante la guerra, Bush ordinò a circa 30.000 persone, tra cui 6.000 scienziati, di mettersi alla guida dello sviluppo tecnologico del Paese. Le invenzioni legate a questa iniziativa sono ben note, dal radar alla bomba atomica. 

    Ma, sempre secondo Johnson e Gruber, gli investimenti in scienza e ingegneria sono continuati ben dopo la fine della guerra. “La principale lezione – ora quasi dimenticata – del periodo post-1945 è che la moderna impresa privata si rivela molto più efficace quando il governo fornisce un deciso sostegno alla scienza di base e applicata e alla commercializzazione delle innovazioni risultanti”, scrivono i due autori. 

    Una spinta simile per accelerare gli investimenti del governo in scienza e tecnologia “è chiaramente ciò di cui abbiamo bisogno adesso”, afferma Johnson. Potrebbe tradursi in profitti immediati sia nelle tecnologie cruciali per gestire l’attuale crisi, come test e vaccini, sia in nuovi posti di lavoro e rilancio economico. Molti dei posti di lavoro creati saranno per scienziati, riconosce Johnson, ma molti andranno anche a tecnici qualificati e altri il cui lavoro è necessario per costruire e mantenere un’infrastruttura scientifica allargata.

    Ciò è particolarmente importante, afferma, perché con un’amministrazione che si sta ritirando dalla globalizzazione e con una spesa dei consumatori debole, l’innovazione sarà una delle poche opzioni per favorire la crescita economica. “Gli investimenti scientifici devono essere di nuovo una priorità strategica”, afferma Johnson. 

    Non è il solo. A metà maggio, un gruppo bipartisan di membri del Congresso ha proposto quello che hanno chiamato Endless Frontier Act per espandere i finanziamenti per “la scoperta, la creazione e la commercializzazione dei settori tecnologici del futuro”. A loro parere, gli Stati Uniti erano “scarsamente preparati” ad affrontare il covid-19 e la pandemia “ha evidenziato le conseguenze di un fallimento a lungo termine” negli investimenti nella ricerca scientifica. I senatori hanno chiesto 100 miliardi di dollari in cinque anni per delineare una “direzione tecnologica” che dovrebbe finanziare l’intelligenza artificiale, la robotica, l’automazione, la produzione avanzata e altre tecnologie critiche. 

    Più o meno nello stesso periodo, una coppia di economisti, Ben Jones della NorthWestern University e Pierre Azoulay del MIT, ha pubblicato un articolo su “Science” in cui si chiedeva un “Programma di ricerca e sviluppo pandemico” guidato dal governo per finanziare e coordinare il lavoro in svariati settori, dai vaccini alla scienza dei materiali. I potenziali benefici economici e per la salute sono così grandi, sostiene Jones, che anche enormi investimenti per accelerare lo sviluppo del vaccino e altre tecnologie si ripagheranno da soli. 

    L’approccio di Vannevar Bush nel periodo bellico ci dice che è possibile, anche se il finanziamento deve essere sostanziale, afferma Jones. Ma un aumento dei finanziamenti è solo una parte di ciò che è necessario, egli continua. L’iniziativa avrà bisogno di un’autorità centrale come la NDRC di Bush per identificare un portafoglio diversificato di nuove tecnologie da supportare, una funzione che manca alle attuali politiche per fronteggiare il covid-19. 

    Grafico 3. La spesa per la ricerca di base è stata quasi piatta. Valori in milioni di dollari.

    L’aspetto più interessante da notare in tutte queste proposte è che sono rivolte a problemi a breve e a lungo termine: chiedono un immediato potenziamento degli investimenti pubblici nella tecnologia, ma anche un ruolo governativo maggiore nel guidare la direzione di lavoro dei tecnologi. La chiave sarà quella di spendere almeno parte del denaro negli stimoli fiscali per rilanciare l’innovazione in settori trascurati come la produzione avanzata e promuovere lo sviluppo di aree promettenti come l’IA. “Visto che spenderemo una grande quantità di denaro, perchè non indirizzarlo alle attività produttive? ” chiede Henderson di Harvard.

    “Storicamente, è stato fatto molte volte”, egli dice. Oltre al periodo della seconda guerra mondiale, alcuni esempi includono Sematech, il consorzio degli anni 1980 che ha resuscitato l’industria statunitense dei semiconduttori di fronte al crescente dominio giapponese, condividendo innovazioni tecnologiche e incentivando gli investimenti nel settore. Possiamo farlo di nuovo? Henderson afferma di essere “piena di speranza, anche se non necessariamente ottimista”.

    Il test del sistema di innovazione del paese sarà la possibile creazione, nei prossimi mesi, di vaccini, terapie e test su vasta scala per sconfiggere il covid-19. “Il problema non è scomparso”, afferma Fuchs di CMU. “La pandemia globale ci seguirà per un periodo tra i 15 mesi e i 30 mesi e ci offrirà un’incredibile opportunità per ripensare la resilienza delle nostre catene di approvvigionamento, la nostra capacità produttiva interna e l’innovazione più in generale”. 

    Ci vorrà anche un ripensamento del modo in cui gli Stati Uniti usano l’IA e altre nuove tecnologie per affrontare problemi urgenti. Ma affinché ciò accada, il governo deve assumere un ruolo guida nella direzione dell’innovazione per soddisfare le esigenze più urgenti del paese. Non sembra che il governo attuale degli Stati Uniti si stia muovendo in questa direzione. 

    immagine: Selman Design

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