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    Gli asio-americani spiegano il razzismo nei gruppi slack

    Le traduzioni in crowdsourcing sono il punto di partenza per avviare un confronto difficile con la generazione di prima immigrazione.

    di Tanya Basu

    Jess Fong si sentiva irrequieta. Le proteste all’insegna di Black Lives Matter si stavano diffondendo e voleva contribuire in qualche modo. Così ha iniziato a scorrere la pletora di liste sulla lotta al razzismo che sono apparse online nei giorni successivi alla morte di Floyd. Ha trovato che erano carenti, in particolare per la comunità asiatico-americana.

    “Non siamo neri e non siamo bianchi”, afferma Fong, che si identifica come cino-americana. “Molte delle risorse disponibili per i non neri sono destinate ai bianchi. I consigli sui libri e gli elenchi delle donazioni sono rivolti ai bianchi. Personalmente mi sono sentita a disagio”.

    Invece, ciò che Fong ha trovato utile è stato Letters for Black Lives, uno Slack privato di un sito di medie dimensioni che ha raccolto quasi 2.000 nuovi volontari nelle ultime settimane. LFBL è stato fondato nel 2016 da Christina Xu, etnografa di New York, dopo le uccisioni di Alton Sterling a Baton Rouge, in Louisiana, e Philando Castile, appena fuori Minneapolis. 

    La fidanzata di Castile aveva identificato chi aveva sparato (erroneamente, come si è scoperto) come “cinese”. Xu ha detto a “NPR” di ritenere che ciò avrebbe potuto indurre gli asiatici-americani a schierarsi dalla parte della polizia rispetto alla comunità nera, ma pensava anche che poteva essere un’occasione per aiutare gli asio-americani a parlare con le loro famiglie di razzismo e pregiudizi contro i neri.

    Huy Hong, che aiuta a gestire il gruppo Slack, si è unito perché aveva bisogno di un modo per discutere dei problemi razziali con la sua famiglia. “I miei genitori sono rifugiati vietnamiti e mi sento fortunato ad essere un americano, ma devo riconoscere che hanno ragioni per cui hanno determinati preconcetti e prospettive diverse dalla mie”, egli spiega. “Non voglio mancare loro di rispetto, ma allo stesso tempo, sento di dover fare qualcosa per cambiare questa situazione”.

    Gli asio-americani sono stati a lungo considerati solo un “lato del triangolo” nelle conversazioni sulle discriminazioni razziali in America, secondo Claire Kim, un politologo dell’Università della California, a Irvine, cioè sono stati visti ai margini di una contrapposizione che vedeva protagonisti Bianchi e Neri. 

    La via per diventare un alleato

    La premessa del gruppo è di una semplicità disarmante: utilizzare un modello base di lettera indirizzato ai membri della famiglia. Il gruppo lo traduce in varie lingue e dialetti con l’obiettivo di condividere un messaggio contro il razzismo e spiegare come gli asio-americani potrebbero stare a fianco della comunità nera. Al momento della pubblicazione, ci sono 31 lettere tradotte. Il gruppo sta inoltre pubblicando l’audio delle lettere su YouTube, ampliando ulteriormente la portata del progetto ad anziani, non vedenti e ipovedenti.

    Tutto questo è stato organizzato grazie a Slack, un’app per la produttività d’ufficio che è stata riadattata nel 2020 come strumento organizzativo. È stata utilizzata dalle famiglie per le attività quotidiane e da gruppi locali che hanno portato il cibo a disabili e anziani durante la pandemia di coronavirus. 

    Slack è un gruppo privato, afferma Hong, e non è facile parteciparvi. “Abbiamo un codice di condotta molto dettagliato e la possibilità di entrare nel gruppo è all’interno di questo codice. Non è per nasconderlo, ma per avere un’adesione cosciente ed evitare i troll”.

    Risorse vitali

    Slack non è l’unico strumento utilizzato in questo modo. I siti Carrd, in cui gli utenti creano pagine Web interattive semplici e personalizzabili, sono apparsi tra gli strumenti crowdsource per parlare dei pregiudizi razziali. Il Carrd Black Lives Matter, per esempio, utilizza flashcard cliccabili per tradurre le informazioni sulle risorse antirazziste in diverse lingue.

    Il Carrd di Prinita Thevarajah presenta varie traduzioni di lingue dell’Asia del sud necessarie per confrontarsi sul razzismo. Thevarajah, che vive in Australia, proviene dal Talim Eelam, il nome dato dai Tamil allo stato indipendente nel Nord-Est dello Sri Lanka, e il suo nuovo lavoro è il risultato di anni di riflessione profonda sul razzismo. Ha lavorato con sua madre alla traduzione in tamil, quindi ha reclutato amici e altri attivisti che l’hanno contattata su Instagram per aiutarla a tradurre.

    Su LFBL, Fong, che afferma di avere una padronanza “mediocre” della lingua cinese, descrive il lavoro elaborato che è stato necessario per scrivere la lettera in un cinese semplificato. Circa 100 membri del gruppo Slack hanno contribuito, aggiungendo frasi specifiche dell’esperienza cino-americana di micro aggressioni da parte di chi ha una pelle più chiara (le versioni sud asiatiche, nel frattempo, toccavano anche i problemi delle caste e del colorismo, disegnando connessioni tra questi comportamento e il razzismo nella forma americana).

    I giovani traduttori hanno chiesto aiuto ai propri genitori, un modo di procedere che ha favorito il contatto con la generazione di prima immigrazione e ha permesso di confrontarsi sul razzismo. “Mia madre mi è stata di grande aiuto”, afferma Fong. Adrienne Mahsa, un’iraniana-americana, ha tradotto la lettera in persiano con la madre “seduta sul divano proprio accanto a me” e ha scoperto che questa esperienza l’ha aiutata a chiarire cosa pensavano lei e i suoi fratelli sugli afroamericani, soprattutto quando lo zio ha detto che le persone dovevano semplicemente essere educate con la polizia per essere trattate bene.

    Mahsa sta ora pensando a come pubblicare gli stessi contenuti su TikTok. Lei, insieme a molti altri con cui ho parlato, riconosce che la lettera è solo un primo passo per parlare apertamente e riconoscere i pregiudizi contro i neri e altri comportamenti razzisti.

    Fong afferma di aver recentemente visto materiali simili su WeChat, il sito di social media cinese che ricorda Facebook. Il suo feed WeChat nel New Jersey è normalmente privo di spunti interessanti ed è occupato prevalentemente da avvisi sulle vendite da Macy’s.  Ma subito dopo l’omicidio di George Floyd, ha notato la comparsa di teorie della cospirazione secondo cui la morte di Floyd era un pretesto che gli attivisti di sinistra stavano usando per contestare la polizia e il governo. Dice che la sua esperienza con Letters for Black Lives l’ha portata a entrare in WeChat per parlare di razzismo. Altri hanno fatto lo stesso.

    Le storie su Instagram e WeChat sono anche un modo efficace per confrontarsi con gli immigrati sul problema del razzismo. “Instagram ci aiuta a contattare i membri della comunità e ad avere risposte da parte loro”, afferma Garima Raheja, volontaria di South Asians for Black Lives, un gruppo delle comunità con sede nella Bay Area di San Francisco. 

    Raheja afferma che una di queste intuizioni è stata la necessità di elementi grafici condivisibili nei messaggi di gruppo di WhatsApp e Facebook. “Vogliamo assicurarci che la grafica sia di dimensioni ridotte e di facile comprensione, il che significa non usare il gergo accademico o parole difficili che possano mettere in difficoltà le persone”, ella spiega, e aggiunge che un enorme vantaggio è stato la capacità di raggiungere un pubblico più ampio attraverso i diversi fusi orari. Anche le chiamate con zoom sono diventate sempre più importanti.

    Ma la strada è ancora lunga per molti asio-americani. Emily Lai, che lavora con Asian Accountability for Black Lives e collabora con LFBL, usa spesso meme per discutere sul concetto di razza. Non ha difficoltà ad ammettere che le difficoltà sono tante. “La mia famiglia usa ancora emoji bianchi e biondi”, ella afferma. “La tecnologia non è fine a se stessa. Dobbiamo imparare quali conversazioni hanno un senso online e quali invece devono essere fatte in presenza”. Raheja concorda: “Il nostro obiettivo è parlare alle persone faccia a faccia”.

    (rp)

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