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    Cosa significa la tecnologia per i giovani

    I social media consentono ai giovani di esplorare il loro modo di stare insieme gli altri e di migliorarlo, afferma Taylor Fang di Logan, Utah, la vincitrice del concorso di “Mit Technology Review” americana.

    di Taylor Fang

    “Cosa non sanno gli adulti della mia generazione e di cosa significhi la tecnologia per noi?” “MIT Technology Review” americana ha posto questa domanda in un concorso a tema aperto a chiunque avesse almeno 18 anni. Le risposte sono state 376, proposte da giovani di 28 paesi diversi. Molti erano arrabbiati; alcuni scoraggiati. Pensiamo che il saggio vincente, di Taylor Fang, presenti una visione profonda e commovente di come la tecnologia possa essere sfruttata al servizio di una vita pienamente realizzata. Ci auguriamo che il lettore sia d’accordo.

    Schermo. Per nascondere, proteggere, rifugiarsi. La parola significa invisibilità. Mi sono nascosta dietro lo schermo. Nessuno può vedermi. Un riparo fatto di sensori e lastre di vetro e un lieve bagliore ai bordi; leggero, più blu di una giornata estiva.

    Lo schermo nasconde coloro che lo usano. I nostri telefoni sono come estensioni dei nostri corpi, che esercitano un costante richiamo. Gli algoritmi ci inondano con le foto. Clicchiamo. Scorriamo. Ci abbuffiamo. Seguiamo altri. Ci aggiorniamo. Frequentiamo i tradizionali ritrovi della comunità solo per sederci ai margini, navigando su Instagram. Non possiamo goderci un tramonto senza pubblicare le immagini su Snapchat.

    La generazione Z è privilegiata, depressa, allo sbando, dipendente e apatica. O almeno questo è ciò che gli adulti dicono di noi.

    Ma gli adolescenti non usano i social media solo per stare online e per le reti sociali. Vanno più in profondità. Le piattaforme di social media sono tra le nostre uniche possibilità di creare e modellare il nostro “senso di sé”. I social media ci fanno sentire al centro dell’attenzione. Nelle nostre “biografie” di Instagram, curiamo una linea di emoji che caratterizzano le nostre passioni: sci, arte, cultura, corsa.

    Pubblichiamo i nostri più grandi successi e le date per noi importanti. Creiamo falsi account Instagram, i cosiddetti “finsta”, per condividere i nostri momenti e le nostre vulnerabilità quotidiane con amici intimi. Troviamo le nostre community di nicchia di YouTuber.

    È vero che il flusso costante di immagini idealizzate dei social media ha un suo pedaggio da pagare: sulla nostra salute mentale, sulla nostra immagine di sé e sulla nostra vita sociale. Dopotutto, i nostri rapporti con la tecnologia sono multidimensionali: ci rafforzano tanto quanto ci fanno sentire insicuri.

    Ma se gli adulti sono preoccupati per le ricadute dei social media, dovrebbero iniziare a includere gli adolescenti nelle conversazioni sulla tecnologia. Dovrebbero ascoltare le idee e le visioni degli adolescenti per cambiamenti positivi nello spazio digitale. Dovrebbero indicare modi alternativi per gli adolescenti di esprimere il loro pensiero.

    L’ho visto dalla mia esperienza. Quando ho ottenuto il mio primo account sui social media nella scuola media, circa un anno dopo rispetto a molti dei miei compagni di classe, stavo principalmente cercando di trovare un mio spazio. Eppure ho scoperto presto il piacere dei “Mi piace” e dei commenti sulle mie foto. La mia vita contava! Le mie didascalie erano importanti! I miei commenti! Le mie storie! I miei seguaci! Ero alla ricerca non solo del consenso, ma soprattutto di un modo per rappresentare me stessa. Con chi voglio essere vista? Su Internet non stavo urlando nel vuoto, per la prima volta mi sono sentita ben visibile.

    Eppure al liceo, queste versioni “costruite” di me stessa hanno iniziato a stancarmi. Mi sentivo persa. Non volevo più adeguarmi alle regole sociali. Ho iniziato a utilizzare i social media solo sporadicamente. Molti dei miei amici stavano attraversando cambiamenti simili ai miei.

    Per me, la ragione principale era che avevo trovato un altro percorso per esprimermi: la scrittura creativa. Ho iniziato a scrivere poesie, seguendo i poeti su Twitter (con poesie che sostituivano foto e notizie nei miei feed) e trascorrevo la maggior parte del mio tempo libero a scrivere in un diario in luoghi all’aperto. Non sentivo di aver tanto bisogno di Facebook. Se avessi usato i social media, sarebbe stato solo per pubblicare i meme.

    Con ciò, non voglio dire che ogni adolescente dovrebbe diventare un “artista”. O che l’arte risolverebbe tutti i problemi dei social media. Ma avvicinarsi alla tecnologia attraverso un obiettivo creativo è più efficace della semplice “acquisizione di consapevolezza di sè”. Invece di ridurre gli adolescenti alle statistiche, dovremmo assicurarci che gli adolescenti abbiano la possibilità di raccontare le proprie esperienze in modo creativo.

    Si prenda l’esempio dei “selfie”. Molti adulti li vedono solo come immagini narcisistiche da far vedere a tutti gli altri. Ma il selfie rappresenta anche una testimonianza e una incontestabile dichiarazione del tipo: “c’ero”. Proprio come Frida Kahlo ha dipinto gli autoritratti, i nostri selfie costruiscono una piccola parte di ciò che siamo. I nostri selfie, anche se sono unidimensionali, sono importanti per noi.

    In questo momento storico difficile, tutti abbiamo la necessità di sentirci meno soli e di contare in qualche modo. Gli adolescenti sono criticati per la loro “assenza”. Ma siamo visibili grazie alla tecnologia. I nostri selfie non sono solo immagini; rappresentano la nostra idea di quello che siamo.

    Solo ripensando il selfie come una forma significativa di autorappresentazione, gli adulti possono capire come e perché gli adolescenti utilizzano i social media. Cambiare prospettiva è il primo passo per capire cosa dicono gli adolescenti.

    Comprendere anche chi sprofonda nel mondo dei videogiochi perché la ricerca della nostra identità non è così diversa dalle generazioni precedenti”. Crescere con la tecnologia, come ha fatto la mia generazione, significa interrogarsi costantemente sul sé, dividersi in molteplicità, cercare di contenere le nostre contraddizioni.

    Nel Canto di me stesso, Walt Whitman ha affermato che si è contraddetto. L’io, ha detto, è grande e contiene moltitudini. Ma cos’è la tecnologia contemporanea se non un meccanismo per il contenimento delle moltitudini?

    Quindi non diteci che la tecnologia ha rovinato la nostra vita interiore. Chiedeteci di scrivere una poesia. O di disegnare un “quadro”. O di costruire insieme qualcosa. O di parlare insieme di come i social media ci possano aiutare a dare un senso al mondo e alle persone che ci circondano.

    Forse i selfie dei social media non sono rappresentazioni complete di noi stessi. Ma stiamo cercando di creare un’identità integrata. Stiamo cercando non solo di essere visti, ma di vedere con i nostri occhi.

    (rp)

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