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    Aborto, gli Usa a rischio disastro sociale

    Se si decidesse di annullare la storica sentenza che consente il diritto all’aborto, le conseguenze sociali per le fasce di popolazione più debole sarebbero incalcolabili

    Abby Ohlheiser

    La Corte Suprema dovrebbe a breve emettere la sua decisione sulla sentenza Roe v. Wade che nel 1973 ha legalizzato l’aborto. Se la bozza trapelata del parere verrà confermata, si porrà fine alla protezione federale per l’accesso all’aborto negli Stati Uniti. Nel caso accada, le conseguenze per milioni di persone saranno di vasta portata. Una di queste è che potrebbe aumentare significativamente il rischio che gli attivisti anti-aborto utilizzino la sorveglianza e la raccolta di dati per rintracciare e identificare le persone che vogliono interrompere una gravidanza, inviando alle autorità informazioni che potrebbero portare a procedimenti penali.

    Gli oppositori dell’aborto utilizzano metodi come il monitoraggio delle targhe da decenni. Di fronte a molte cliniche negli Stati Uniti, questo comportamento rimane una realtà quotidiana. Per esempio, per raggiungere il parcheggio del Preferred Women’s Health Center di Charlotte, nella Carolina del Nord, le persone devono guidare attraverso due file di manifestanti che filmano il loro arrivo e registrano tutti i loro movimenti

    Heather Mobley fa parte dell’organizzazione Charlotte for Choice, un gruppo di donne che volontariamente si interpongono tra chi deve andare in clinica per interrompere la gravidanza e le manifestanti antiabortiste. Mobley carica su TikTok esempi di cosa accade in queste situazioni e i suoi filmati documentano con grande veridicità l’impatto drammatico di queste proteste.   

    Immagine: Heather Mobley / Charlotte for Choice

    “Hanno sempre una videocamera GoPro o dall’aspetto simile installata quando sono là fuori”, dice Mobley. I manifestanti sostengono che stanno riprendendo chi sta andando in clinica per “proteggere le donne”. A volte, continua, gli attivisti creano una rete Wi-Fi pubblica chiamata “informazioni sull’aborto” che, se ci si collega pensando che sia un servizio offerto dalla clinica, porta a una pagina piena di materiali contro l’aborto. 

    Nuove tattiche, stesso messaggio

    Secondo Charlotte for Choice, anche se di recente gli attivisti anti-aborto non hanno usato i dati per rintracciare e molestare chi interrompe la gravidanza, c’è una lunga storia in merito che dice il contrario. Se la Corte Suprema deciderà come previsto, l’accesso all’aborto legale sarà soggetto alle leggi statali; 13 stati hanno normative pronte a scattare che vieterebbero gli aborti se la sentenza Roe fosse rovesciata. Per i residenti di stati che vietano l’aborto, questo tipo di sorveglianza potrebbe rendere pericoloso attraversare i confini dello stato in cerca di assistenza sanitaria.

    La paura più grande è che ci saranno stati che non solo vieteranno l’aborto in breve tempo, ma inizieranno a criminalizzare le donne incinte che cercano servizi per l’aborto anche fuori dallo stato“, afferma Nathan Wessler, vicedirettore del Speech, Privacy, and Technology Project dell’ACLU. 

    Alcuni stati che garantiscono la possibilità di abortire potrebbero essere in grado di limitare l’azione delle forze dell’ordine oltreconfine, osserva, ma ciò “non significa che non ci saranno vigilantes anti-aborto che registreranno informazioni al di fuori delle cliniche e poi le invieranno ai magistrati negli stati in cui è vietato l’aborto”. 

    Ci sono prove che gli attivisti anti-aborto stanno già perseguendo una linea di comportamento simile. Nel 2014, per esempio, è diventata di dominio pubblico la registrazione di una sessione di formazione per attivisti anti-aborto del Texas, guidata da Karen Garnett del Catholic Pro-Life Committee del Texas settentrionale. In questo video, Garnett spiegava come utilizzare il monitoraggio delle targhe per controllare sia i clienti di una clinica sia i suoi medici

    Sebbene le notizie dell’epoca inquadrassero questo monitoraggio come una novità, la tattica risale a decenni fa. Un articolo del 1993 del “Buffalo News” menziona diversi resoconti del personale della clinica e dei clienti di telefonate moleste di attivisti anti-aborto che sembrano essere il risultato del monitoraggio delle targhe. Nello stesso anno, una sessione di formazione in Florida per attivisti organizzata dal gruppo anti-abortista Operation Rescue indicava come, a partire dalle targhe, identificare i nomi, gli indirizzi e i numeri di telefono dei clienti e degli operatori della clinica. 

    Sempre quell’anno, un esponente del gruppo antiabortista Operazione Rescue, davanti a una clinica di Melbourne, in Florida, ha dichiarato ad “ABC News” che il gruppo stava utilizzando il database per “inviare pubblicazioni a chi andava alla clinica” per renderli “pienamente consapevoli di quello che stanno facendo”.
     
    Ma gli esempi non si fermano qui: nel 1996, un agente di polizia in Canada è stato accusato di aver utilizzato i computer della polizia per rintracciare le targhe dei clienti della clinica. Nel 1999, la clinica per aborti presa di mira da Operazione Rescue in Florida ha citato in giudizio gli attivisti anti aborto, accusandoli di utilizzare il monitoraggio delle targhe per molestare clienti e medici. La causa non è andata a buon fine perchè gli avvocati della clinica non hanno raccolto i documenti necessari per il proseguimento del caso. 

    Derenda Hancock, una delle volontarie che accompagnano e proteggono le donne che interrompono la gravidanza alla clinica Jackson Women’s Health “Pink House”, a Jackson, Mississippi (la clinica al centro del caso pendente davanti alla Corte Suprema e l’ultima operante nello stato), afferma che le telecamere sono comuni in quella zona e quel filmato girato fuori dalla clinica può apparire su un sito web dedicato al monitoraggio dei medici che praticano l’aborto. 

    Nessun posto sicuro

    Gli attivisti anti-aborto negano da tempo che questi dati vengano utilizzati per molestare o contattare persone che interrompono la gravidanza e sostengono che servono solo a rintracciare i medici e valutare se l’attivismo impedisce alle persone di ritornare in clinica per abortire. Né il Texas Right to Life né l’Operazione Rescue, che è stata ribattezzata Operazione Save America, hanno risposto alle richieste di commento.

    Wessler, dell’ACLU, afferma che il potenziale dei filmati è esacerbato dall’uso della tecnologia di riconoscimento facciale. A suo parere, ci sono due possibili scenari su questo fronte: le forze dell’ordine negli stati che vietano l’aborto potrebbero utilizzare i database di riconoscimento facciale per scansionare i filmati delle cliniche, oppure i gruppi e le organizzazioni private potrebbero utilizzare la tecnologia. 

    L’ACLU ha recentemente vinto una causa contro l’azienda di riconoscimento facciale Clearview AI, vietandole di vendere i suoi servizi a molte aziende. Ma di recente il “New York Times” ha menzionato PimEyes, un servizio di riconoscimento facciale accurato e conveniente che praticamente chiunque può pagare per utilizzare. 
      
    Texas e Oklahoma ora hanno leggi che consentono ai privati cittadini di citare in giudizio chiunque esegua o aiuti a fare un aborto. Wessler dice che in un mondo in cui gli statuti federali non offrono protezione da tali azioni legali, è facile vedere come, con una modifica della legislazione post Roe , anche le persone che cercano di abortire potrebbero essere citate in giudizio. “Questa possibilità”, continua Wessler, “unita ai sistemi di sorveglianza clinica, potrebbe produrre un enorme incremento di cause legali contro persone che sono a malapena in grado di permettersi la benzina per spostarsi in uno stato in cui possono abortire legalmente”. 

    Mobley teme che se gli stati approveranno leggi restrittive sull’aborto, le cliniche come la sua diventeranno soggette a un controllo ancora più intenso. Non è solo un’ipotesi”, conclude Hancock, ma un problema di ‘quando’ succederà.

    Immagine: Pixabay

    (rp)

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