
Dai tessuti sportivi alle cinture di sicurezza, dalla robotica industriale alle fibre ottiche, la nuova space economy è un laboratorio di contaminazioni tecnologiche che ridefinisce i confini tra Terra e Spazio.
Un recente studio del Politecnico di Bari, pubblicato su Industry and Innovation (“Reaching for the stars: analyzing market entry in the space economy”, 2025), mostra come anche le PMI, grazie a modelli agili e modulari, possano accedere ad uno dei settori più capital intensive al mondo, trasformando la conoscenza terrestre in innovazione orbitale e viceversa.
Nel 2022 la space economy valeva circa 462 miliardi di dollari, con previsioni di crescita fino a 737 miliardi entro il 2033 (Euroconsult, 2023). Un settore che non è più dominio esclusivo delle grandi agenzie governative o dei colossi aerospaziali, ma sempre più aperto alla partecipazione di imprese nate sulla Terra, capaci di reinventare e riutilizzare tecnologie sviluppate per mercati tradizionali. “Quando parliamo di space economy – afferma il prof. Antonio Messeni Petruzzelli, uno degli autori del lavoro – è necessario guardare al di là dei soli confini dell’industria aerospaziale. Si tratta di una nuova economia che apre ad opportunità di business per una moltitudine di soggetti, provenienti dai più diversi ambiti industriali. La definizione di una space strategy potrà diventare una necessità nel prossimo futuro, come lo è stata la definizione di una digital strategy”.
“Sono molte le aziende tradizionali che trovano opportunità di inserimento nella space economy adattando tecnologie sviluppate per usi terrestri ai rigorosi requisiti spaziali” ha dichiarato a MIT Technology Review Italia Ilaria Cavalleri, Investment Principal di Primo Space Fund.
“ Tra queste, l’additive manufacturing permette di realizzare componenti spaziali significativamente più leggeri e con geometrie complesse, ottimizzando prestazioni e costi di lancio. Le tecnologie laser di precisione vengono impiegate, per esempio, in applicazioni di osservazione della Terra, mentre i bracci robotici, progettati per operare in ambienti estremi, trovano impiego per servizi in orbita. A queste soluzioni industriali si affiancano esempi provenienti da settori come lo sport e la medicina, quali smart textiles e dispositivi indossabili, oggi parte integrante di prototipi europei di tute spaziali ad alte prestazioni”.
Il recente studio, condotto da Davide Vittori, Umberto Panniello, Antonio Messeni Petruzzelli e Francesco Cupertino del Politecnico di Bari, analizza proprio questo fenomeno, identificando tre strategie di ingresso nel mercato spaziale: discovery, reinvention e repurposing. Tre modelli che riflettono il diverso grado di risorse e di trasferibilità delle conoscenze di ciascuna impresa.
Dalla piscina all’orbita
Il caso più emblematico è quello di una piccola azienda europea del settore fitness che, partendo da una tecnologia brevettata per la saldatura di costumi da competizione, ha scoperto che lo stesso processo poteva essere applicato ai tessuti dei spacesuit. La tecnica, nata per migliorare la compressione muscolare e la resistenza dei materiali al cloro, si è rivelata ideale per mantenere la pressione atmosferica nei tessuti spaziali, garantendo leggerezza e sicurezza.
Un esempio perfetto di repurposing, in cui competenze esistenti trovano nuova vita in un contesto radicalmente diverso. E non è un caso isolato: la NASA e l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) stimano che circa il 75% dei materiali oggi usati nelle missioni spaziali derivi da tecnologie adattate da altri settori industriali.
Reinventare competenze terrestri
Un secondo modello, definito dagli autori reinvention, riguarda le imprese che possiedono un know-how già affine ma che devono modificarlo per adattarsi alle condizioni estreme dello spazio. È il caso di una storica azienda automobilistica che, forte della propria esperienza in sicurezza passiva e materiali avanzati, ha trasformato la progettazione di cinture e sedili da corsa in sistemi di ancoraggio per cargo spaziali.
L’adattamento non è stato banale: ha richiesto nuovi materiali ultra-leggeri, geometrie ottimizzate e la conformità a standard di sicurezza aerospaziali. Ma il ritorno è stato duplice, sia economico sia tecnologico, perché le innovazioni sviluppate per lo spazio sono poi rientrate nel ciclo produttivo terrestre, migliorando le prestazioni dei prodotti originari. È il principio dello spin-in/spin-off tecnologico, una forma di osmosi tra domini che da decenni alimenta l’innovazione dual-use.
Scoprire nuove frontiere
Infine, la strategia di discovery è tipica delle imprese con maggiori risorse, pronte a esplorare territori tecnologici completamente nuovi. Un’azienda europea di automazione industriale ha investito in R&S per progettare sistemi robotici capaci di operare in microgravità, sviluppando tecniche di calibrazione e sensori nati da zero per ambienti extra-atmosferici.
Come nota lo studio, queste strategie richiedono non solo capitali ma anche forti capacità dinamiche (la capacità di “sentire e afferrare” opportunità in contesti incerti) e una rete di partnership con agenzie spaziali e centri di ricerca.
La modularità come chiave di accesso
Il lavoro del Politecnico di Bari mostra che le PMI selezionate, provenienti da settori come fitness, automazione e automotive, condividono un tratto comune: la specializzazione in sottosistemi modulari, adattabili a missioni spaziali diversificate. La modularità diventa una leva strategica per entrare in un settore ad alta intensità di capitale, perché riduce costi, tempi e rischi. In un’economia spaziale sempre più frammentata tra upstream (lanci, satelliti) e downstream (servizi di comunicazione, osservazione e navigazione), la capacità di fornire componenti mission-critical e facilmente integrabili rappresenta il biglietto d’ingresso per nuove filiere industriali.

Il “Resource-knowledge generalizability model” fornisce un quadro concettuale per valutare l’ingresso strategico di un’azienda nell’economia spaziale. Questo modello chiarisce il grado di disponibilità delle risorse e la generalizzabilità delle conoscenze richieste per ciascuna strategia di ingresso (scoperta, reinvenzione e riproposizione), aiutando le aziende a valutare l’adeguatezza strategica in base ai propri obiettivi e alle proprie capacità interne.
Oltre la frontiera
La ricerca, basata su casi multipli e interviste a manager e astronauti come Roberto Vittori, evidenzia che la contaminazione tecnologica non è solo un effetto collaterale della corsa allo spazio, ma un motore di innovazione sistemica. Le tecnologie nate per la Terra vengono adattate allo Spazio, e quelle sviluppate per lo Spazio tornano indietro trasformando settori come l’energia, la medicina e i materiali avanzati.
In questo ciclo continuo di trasferimento, la space economy si configura come un catalizzatore di conoscenza, capace di ridefinire non solo la frontiera fisica dell’uomo, ma anche quella tecnologica delle sue imprese.





