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    L’Europa nello spazio, Italia inclusa

    Intervista con Simonetta Di Pippo

    di Alessandro Ovi

    ESA, la Agenzia Spaziale Europea, sta attraversando come l’americana NASA un momento di profonda riflessione. Le difficoltà nel reperire i fondi necessari ai costosissimi programmi spaziali chiedono agli addetti ai lavori un grande sforzo per convincere i politici della validità delle loro proposte non solo nel lunghissimo termine delle esplorazioni extraterrestri, ma anche in quello medio-breve delle ricadute scientifiche e industriali. I punti cardine della nuova politica dovranno essere quattro.

    1) L’utilizzo della stazione spaziale internazionale (ISS) in un contesto di nuove esplorazioni dello spazio. Una priorità chiave dovrebbe essere l’estensione dell’utilizzo (incluso quello del Laboratorio europeo Columbus) oltre il 2020. Bisognerà sfruttarne al massimo i benefici, diminuire i costi operativi, aumentarne la visibilità.

    2) Nuove missioni di trasporto ed esplorazione (Luna, Marte), ovviamente in collaborazione con altri. A questo proposito è importante e necessario affrontare e risolvere il problema del trasporto verso e dalle orbite basse (LEO, Low Earth Orbits) data la scarsità di sistemi di vettori e la mancanza di una comune politica in materia tra i potenziali partners internazionali (USA, EU, Russia, India, Cina).

    3) Sviluppo di un programma tecnologico europeo e di studi dallo spazio di problematiche terrestri, quali per esempio il cambiamento climatico.

    4) Cooperazioni internazionali di lungo termine, oltre che con la NASA, anche con russi, indiani e cinesi.

    Di questo insieme di problemi e progetti abbiamo parlato con Simonetta Di Pippo Direttore generale ESA per i Voli umani.

    La crisi economica nel mondo occidentale e soprattutto in Europa rende difficili investimenti a lunghissimo termine come quelli per le esplorazioni spaziali. Come evitare il rischio di «perdita» di consenso politico?

    Gli investimenti in attività spaziali, in particolare quelle nel settore dei voli abitati e dell’esplorazione umana, come tutti gli investimenti in ricerca e sviluppo, costituiscono un volano per il rilancio dell’economia e per il consolidamento dei «sistemi paese» (nel nostro caso a livello sia italiano sia europeo), in chiave anti-recessione e in chiave di competitività globale.

    Disimpegnarsi da un settore come quello dei voli abitati e dell’esplorazione umana significherebbe vanificare decenni di investimenti passati, e provocare lo smantellamento di competenze industriali che hanno raggiunto un livello di riconoscimento su scala mondiale (buona parte del volume abitato della Stazione Spaziale Internazionale (ISS) è costruito in Europa, e in particolare a Torino, per conto della ESA, ma anche per conto della NASA). Significherebbe inoltre, per l’Europa, abdicare a rappresentare e a difendere i propri interessi economici, industriali e infine geo-politici che l’esplorazione porta intrinsecamente con sé proprio nei confronti di quei paesi (USA e Russia oggi, Cina e India in un domani sempre più prossimo) che sono anche i principali concorrenti economici e politici.

    I voli abitati e l’esplorazione umana presentano le caratteristiche tipiche dello stimolo all’innovazione, con impiego, mantenimento e creazione di capitale umano di elevate competenze e prestigio internazionale. Questi diventano poi importanti strumenti diplomatici e a forte impatto motivazionale per le generazioni future.

    L’Europa parte da basi e competenze solide, con convincenti dimostrazioni sul campo negli scorsi decenni. Esiste oggi l’opportunità di costruire su queste basi un progetto di grande portata tecnologica e scientifica nonché di grande valenza simbolica, quale strumento di cooperazione internazionale pacifica per rilanciare l’Europa e la sua capacita di promuovere i propri valori attraverso realizzazioni concrete.

    C’è bisogno quindi di un impegno chiaro, che sia economicamente compatibile e alla portata di un’Europa che voglia riqualificare i propri investimenti pubblici in chiave di innovazione e di impiego di alto livello. La visibilità nei confronti della pubblica opinione e quindi della politica diventa indispensabile proprio e soprattutto in un momento in cui la crisi economica viene affrontata con approcci diversi da questo lato l’Atlantico rispetto a quanto viene fatto in USA e Canada.

    In quei paesi, infatti, lo spazio come settore intrinsecamente high tech fa parte di diritto delle misure di rilancio dell’economia già adottate dalle rispettive amministrazioni (i cosidetti stimulus packages), mentre in Europa, mediamente, il settore della ricerca e sviluppo viene preso di mira come ambito per ottenere riduzioni della spesa. Si innesca così un processo involutivo della capacità di crescita e d’innovazione e si fa aumentare drasticamente il gap tecnologico esistente tra Europa e America.

    La realizzazione di un sistema di trasporto spaziale europeo, anche abitato, può essere completata in meno di una decade. Tre i motivi a favore:

    – un orizzonte programmaticamente e politicamente significativo, con ritorni immediati;

    – una tappa intermedia (la capacita di trasportare dallo spazio verso la Terra) di sicuro interesse economico per l’Europa all’interno del programma ISS;

    – un passo avanti nell’autonomia europea, anche se fortemente ancorata alla cooperazione internazionale in vista della esplorazione ulteriore del sistema solare.

    Un’Europa, quindi, che costruisce sugli investimenti di ieri e i risultati di oggi il proprio futuro di grande partner internazionale con un’industria innovativa e competitiva, in grado di offrire maggiori prospettive alle generazioni future. Attorno a questi temi si deve mantenere e rafforzare il consenso politico nei confronti dei voli abitati e dell’esplorazione umana.

    Quale è il suo punto di vista sulla politica di Obama per la NASA?

    è di questi giorni (13 luglio 2010, ndr) la predisposizione di un draft dell’Authorisation Act 2010, che dovrebbe marcare un compromesso importante tra le posizioni dell’Amministrazione e del Congresso, in cui si prevedeva di abbandonare il programma di sviluppo Constellation per fare spazio ai sistemi cosiddetti «commerciali», oltre all’abbandono della tappa intermedia (Luna) prima di lanciarsi in una missione umana verso Marte.

    Viene confermato comunque l’aumento del budget della NASA, che raggiungerà i 20 miliardi di dollari all’orizzonte 2013, mentre l’Europa è ferma ai 3 miliardi dell’ESA. Per rendere omogenee le valutazioni, occorre anche sottolineare che l’ESA con i suoi 3 miliardi si occupa sia di applicazioni sia di esplorazione, mentre la NASA ormai da qualche anno dedica il suo intero budget alla conoscenza e alla esplorazione.

    Questi dati consentono di meglio comprendere, in modo quasi intuitivo, quanto il divario tra i due blocchi (Europa e USA) sia evidente, soprattutto denotando la diversa attenzione rivolta negli USA alle tematiche relative alla innovazione e alla ricerca.

    Ancora una volta ragioni di ordine industriale e di mantenimento della supremazia strategica e tecnologica che lo spazio assicura, hanno avuto la meglio su una visione sicuramente lungimirante, ma che avrebbe ridotto il vantaggio competitivo che gli USA hanno acquisito in decenni di investimenti nel settore dei voli abitati e dell’esplorazione umana.

    Gli USA sembrano ritornare alla maniera più tradizionale di «fare spazio»: investimenti pubblici mirati al mantenimento degli assets industriali e occupazionali nonché al consolidamento del vantaggio strategico.

    Centralità della Stazione Spaziale Internazionale, capacità di trasporto rinnovata su basi più solide come architrave di ogni architettura e di ogni piano di esplorazione o di sfruttamento (sia delle orbite basse sia di destinazioni future e più lontane): è questa una lezione importante anche per l’Europa, che dovrebbe seguire – almeno concettualmente – l’esempio del dibattito che ha avuto luogo negli USA e che sembra essere arrivato a una conclusione forse meno suggestiva, ma sicuramente più solida e più in linea con l’obiettivo di mantenere capacità industriali e scientifiche importanti, dunque verso un consolidamento degli assets strategici, con un occhio alla cooperazione internazionale.

    Mi auguro che queste oscillazioni della politica spaziale americana sul modo di condurre l’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio si stabilizzino al fine di continuare a lavorare alacremente insieme in un quadro più stabile. Abbiamo davanti a noi delle opportunità fantastiche, che solo con una cooperazione globale riusciremo a cogliere in pieno, a beneficio di tutta l’umanità.

    Come pensa che debba essere progettato l’utilizzo della Stazione Spaziale Internazionale per farne comprendere l’utilità alla Terra e ai suoi abitanti?

    Ora che abbiamo finito di costruire la ISS e che le stiamo dando una prospettiva operativa almeno fino al 2020, la sua utilizzazione è il nostro obiettivo principale. Anche qui partiamo da basi solide con il programma di Life and Physical Sciences (ELIPS). Dobbiamo integrare e rafforzare quelle tematiche e quelle discipline che rispondono a bisogni concreti, senza dimenticare però la ricerca di base.

    Osservazione della Terra, ricerca medica, fisica dei materiali, fisica fondamentale in vista della esplorazione dell’universo: questi alcuni dei temi che vorrei vedere rafforzati nei prossimi anni.

    Abbiamo anche bisogno di trovare un accordo tra i partners internazionali per ridurre drasticamente tempi di realizzazione e integrazione a bordo degli esperimenti, stimolando così la comunità scientifica a una maggiore continuità nell’utilizzo di questo laboratorio in orbita, aumentando la frequenza di accesso allo spazio e massimizzando l’investimento della fase di sviluppo. Ma per fare questo abbiamo bisogno anche di sistemi di trasporto adeguati, verso e dalla ISS.

    Intanto abbiamo ottenuto che gli scienziati di tutti i paesi UE (siano essi provenienti da paesi ESA e/o partecipanti al programma ISS oppure no) possano proporre esperimenti a bordo della ISS senza le autorizzazioni di volta in volta previste dagli accordi in essere. L’ESA ne sarà il garante verso gli altri partners internazionali.

    Come per gli USA, la ISS e in particolare il Laboratorio europeo Columbus devono essere integrati tra le infrastrutture di ricerca a disposizione degli scienziati europei e delle industrie che vogliono fare della ricerca sfruttando le caratteristiche dell’assenza di peso, non riproducibili a terra.

    Dobbiamo impegnarci anche sulla sensibilizzazione nei confronti di potenziali utilizzatori, per mettere a loro disposizione tutte le informazioni su ciò che si può fare a bordo della ISS e sulla distribuzione dei risultati.

    Stiamo anche aumentando il nostro impegno nello sviluppo di tecnologie e campi di ricerca che consentano allo stesso tempo un maggiore e più razionale sfruttamento scientifico del Laboratorio della Stazione Spaziale, una preparazione all’esplorazione umana del sistema solare e una ricaduta immediata per il miglioramento della qualità della vita. In un futuro non troppo lontano estenderemo la nostra presenza oltre l’atmosfera terrestre in modo sistematico; dovremo, quindi, avere già beneficiato degli investimenti nel settore spaziale per vivere e lavorare nei prossimi decenni. Uno sviluppo integrato e sinergico, un nuovo modo di saltare le divisioni e concentrarsi sulle sinergie e le convergenze, anche per salvare vite umane.

    Quali le opportunità di collaborazione con la Cina, unica potenza mondiale che sullo spazio pare accelerare anziché frenare?

    Come ho già sottolineato precedentemente, l’iniezione di 5 miliardi in più nel budget della NASA mi sembra un chiaro segnale di un impegno rafforzato anche da parte degli USA. La Russia è molto attiva e cosi l’India.

    Per la Cina – che io conosco bene e con la quale ho numerosi contatti – è possibile immaginare un’apertura progressiva che permetta a scienziati e ricercatori cinesi di svolgere esperimenti a bordo della ISS. Va anche considerato che la Cina è ormai vicina alla costruzione di una propria Stazione Spaziale, e quando sarà realizzata, tra pochi anni, scambi tra la ISS e la Stazione cinese, con scienziati, astronauti, esperimenti, diventeranno quasi obbligatori.

    Le opportunità di cooperazione sono molteplici non solo sulla ISS, ma anche nell’esplorazione e in missioni che precorrono le spedizioni umane.

    è un tema su cui dovremo confrontarci anche con gli altri partners della ISS, sapendo che l’Europa può giocare un ruolo di «ponte» importante.

    Quali le ricadute industriali per l’Italia, dal programma HSF (Human Space Flight)?

    All’ultimo Consiglio dell’ESA a livello ministeriale – tenutosi a L’Aia alla fine del 2008 – sono state gettate le basi per il contributo europeo ai programmi internazionali di esplorazione dello spazio per i prossimi dieci anni.

    Al Consiglio de L’Aia sono state proposte e sottoscritte attività per la definizione di elementi cardine della strategia europea – inserita in un contesto internazionale dinamico – come lo sviluppo di un sistema di trasporto autonomo (ARV), lo sviluppo di tecnologie per la discesa e l’atterraggio su altri pianeti (Lunar Lander), la standardizzazione delle interfacce tra sistemi di trasporto (IBDM).

    Queste attività hanno una valenza strategica e un valore tecnologico molto elevati; rappresentano, pertanto, un’opportunità unica per mantenere e accrescere le competenze industriali sviluppate negli ultimi anni nel settore delle infrastrutture spaziali e per l’esplorazione.

    Accanto a queste attività di preparazione sono stati sottoscritti i programmi volti ad assicurare l’utilizzo scientifico e applicativo della Stazione Spaziale Internazionale – alla costruzione della quale l’Italia ha contribuito in maniera importante – e a preparare le tecnologie e il know-how per affrontare le sfide dell’esplorazione spaziale verso altri pianeti (ELIPS).

    Da questo insieme di attività volte a preparare il futuro e ad assicurare l’utilizzo della ISS e il posizionamento europeo nel programma di esplorazione umana a livello internazionale, il contributo italiano è assente (ARV, Lunar Lander) oppure è in forte diminuzione (programma ISS ed ELIPS). Spesso l’Italia, che ha ben altra capacità industriale, si posiziona dietro paesi come il Belgio, la Spagna o la Svizzera, in termini di contributi ai vari programmi.

    Considerati l’esperienza, la potenzialità e il riconoscimento internazionale dell’industria e della comunità scientifica italiana, questa situazione rappresenta un paradosso negativo a danno del Sistema Italia (competenze che non possono essere impiegate), dell’industria italiana (impossibilità di coinvolgerla in attività di sviluppo), del ruolo politico dell’Italia nel sistema ESA e, domani, nei rapporti con la UE in materia di spazio e di esplorazione spaziale.

    è infatti di piena attualità la preponderante presa di posizione dell’UE (attraverso la CE), a valle dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il primo dicembre del 2009, nel settore spaziale, grazie al dettato dell’art. 189, nel quale si riconosce il ruolo centrale dell’Unione nel disegnare e gestire la politica spaziale europea. Nel definire il budget spaziale per la prospettiva finanziaria 2014-2020, la CE sta riflettendo sul finanziamento di attività relative a volo umano ed esplorazione.

    Mi auguro pertanto che l’Italia giochi fino a fondo il suo ruolo di terza potenza spaziale europea, sfruttando pienamente il suo potenziale industriale e offrendo così opportunità sia alla propria industria (LSI, ma anche SMEs) sia alla propria comunità scientifica e universitaria.

    In un momento di crisi economica, queste scelte contribuirebbero non solo a mantenere il ruolo italiano nell’esplorazione spaziale, faticosamente conquistato negli ultimi decenni, ma anche a rilanciare il Sistema Italia in un’Europa basata sulla conoscenza, come uno degli elementi nello scacchiere mondiale, dove le economie forti saranno quelle che vinceranno la «guerra dei talenti».

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