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    Tutto cambia perché nulla cambi?

    Guardando indietro senza pregiudizi, anche grazie alla profondità storica consentita dagli archivi di MIT Technology Review, contrariamente alla enfasi posta sui processi innovativi non si può negare che, su molte questioni cruciali, come per esempio quello dei rischi nucleari, non si siano registrati cambiamenti davvero significativi.

    di Alessandro Ovi e Gian Piero Jacobelli

    A volte ritornano, scriveva Stephen King, alludendo nei suoi misteriosi racconti a carte, epistolari, diari, memorie, in cui il passato si fa presente o perché ha ancora qualcosa da dire, o perché è il presente a non avere qualcosa da dire.

    Anche a noi, che riflettiamo sistematicamente su cosa stia e su cosa non stia cambiando nel mondo della scienza e della tecnologia, capita di imbatterci in qualche vecchia documentazione, nostra o altrui, da cui emergono testimonianze non soltanto su come stavano le cose, ma anche su come stanno o non stanno oggi. Con non poche sorprese, concernenti sia singoli aspetti della innovazione che maggiormente rispondono ai nostri ambiti di interesse, sia una più generale valutazione delle dinamiche dei processi innovativi.

    In effetti, nel riordinare delle vecchie carte, abbiamo ritrovato un articolo a firma di Alessandro Ovi, datato 1975, cioè quarantacinque anni fa, in cui veniva segnalato un problema fondamentale per un tempo, una civiltà, una industria che stava appena esordendo nel mondo degli impieghi “pacifici” dell’atomo: il problema delle scorie radioattive, di quei prodotti di fissione che vengono generati all’interno del combustibile di un reattore nucleare: “Molti di questi prodotti sono assai radioattivi e, mentre per alcuni la radioattività si spegne in poco tempo, per altri dura ancora migliaia di anni. Il problema attuale è come confinarli, ovvero come immagazzinarli in modo tale da essere sicuri che per tempi lunghissimi non vi sia assolutamente alcuna possibilità di una leggera fuga verso l’ambiente in cui l’uomo vive”.

    In quel vecchio, ma evidentemente sempre attuale articolo si sottolineava soprattutto la difficoltà di valutare la efficacia delle soluzioni possibili “per durate con le quali l’uomo non si è ancora mai confrontato”. In effetti, non potendo pensare di inviare le scorie più pericolose nello spazio profondo, anche per la precarietà dei vettori, ancora oggi si provvede con il confinamento in zone geologicamente stabili. 

    Tuttavia, le perplessità perduranti sul metodo del confinamento derivano dalla consapevolezza, da un lato, della criticità delle condizioni “naturali”, vale a dire “dall’ansia che da sempre l’uomo ha vissuto di fronte alle catastrofi naturali”, e, dall’altro lato, della fluidità delle condizioni “culturali”, vale a dire dalla difficoltà, nel presente e in particolare in un futuro più o meno lontano, di fare fronte a eventuali “atti irresponsabili”.

    Sembra davvero che il tempo non sia passato, non soltanto per quanto concerne l’industria nucleare, sia civile, sia militare, ma in genere per quanto concerne i processi di innovazione tecnologica, sempre a cavallo tra i vantaggi e i rischi che comportano. 

    A conferma della persistenza talvolta esasperante di questo dilemma, sfogliando la nostra rivista abbiamo ritrovato, per esempio e proprio a proposito delle scorie nucleari, un brillante intervento del semiologo Paolo Fabbri, il quale, cinque anni fa, riproponeva in Rete una sua vecchia proposta, elaborata pochi anni dopo il citato articolo di Ovi, in merito alle possibili soluzioni di carattere simbolico per segnalare alle generazioni future la presenza di scorie nucleari in luoghi che il passare dei millenni potrebbe avere radicalmente trasformato.

    Andatevi a rileggere nel nostro archivio le pagine dedicate a Raycat, il “gatto radioattivo”, una creatura mutante che cambia colore in presenza di radiazioni, come un contatore Geiger animato, e riflettete anche voi sulla intricata relazione tra la persistenza dei sistemi tecnologici e la obsolescenza di quelli comunicativi. 

    Ma, al di là delle incertezze su dove mettere il piede, se su un prato verde o su un pericoloso giacimento nucleare, dovremmo tutti riflettere soprattutto su quanto sia realistica la convinzione diffusa di un incessante progresso tecnologico in grado di colmare sistematicamente il divario tra le nostre aspettative e le nostre preoccupazioni.

    Poiché, almeno per quanto concerne il ciclo del combustibile nucleare, assai poco sembra essere cambiato negli ultimi cinquant’anni, forse bisognerebbe chiedersi se il vortice della innovazione, su cui si moltiplicano narrazioni ormai quasi mitologiche, sia davvero un vortice che incessantemente tutto rimette in questione, o non semplicemente l’effetto di superficie di sassi gettati in uno stagno, che invece tende a resistere a ogni cambiamento sostanziale.

    (gv)

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