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    TR35. Un modo per farsi valere anche a casa propria

    Dice Fabrizio de André in una sua famosa canzone: «Andrea si è perso, si è perso e non sa tornare». L’Andrea che conosco io – 26 anni, laureato in Industrial Design al Politecnico di Milano, Erasmus Mundus in Australia, pubblicazione della tesi – dopo un anno e mezzo di frustrante, inutile ricerca di un lavoro, se ne è andato a Shangai. Lì ha trovato chi lo vuole in una Design House per fare quello che sa fare meglio: creare cose belle. Se ne è andato, e non vuole tornare.

    di Alessandro Ovi 

    Non è la classica storia della cosiddetta fuga dei cervelli: ricercatori, scienziati, studiosi che se ne vanno alla ricerca di opportunità che consentano alla ricerca scientifica di vivere e prosperare in un ambiente che la rispetti, la alimenti, la incoraggi. è, invece, la storia di un talento creativo che avrebbe dovuto trovare proprio in Italia il terreno migliore per crescere e invece si è perso o, meglio, ha dovuto ritrovarsi altrove. Non se ne è andato a New York, a Los Angeles a Londra, alle corti dei Ghery e dei Foster. Se ne è andato in Cina, portando con sé un pezzo di noi, della nostra tradizione, della nostra cultura in un gigantesco mondo che cresce.

    Lo capisco e condivido la sua scelta. Quando un giovane di talento mi chiede consiglio perché qui non trova molto di meglio che un posto in un call center o in una nave da crociera per fare il play leader, gli dico: «Cerca almeno sei fusi orari a est o a ovest o almeno quattro ore di volo a sud» (cioè in Africa, dove, anche se a macchie di leopardo, ci sono le condizioni della Cina di trent’anni fa e dove c’è una vera fame di colletti bianchi).

    Il fatto è che il nostro paese non può offrire sufficienti opportunità in un sistema produttivo che impiega la più bassa percentuale di laureati (e di donne, ma questo è un altro discorso critico e forse persino più importante) nel mondo sviluppato. E, allora, per la nostra forza lavoro qualificata dobbiamo considerare la soluzione della emigrazione non come un male, ma come un passaggio obbligato. Un passaggio analogo a quello delle navi verso Ellis Island, dei treni verso le miniere del Belgio, degli aerei verso l’Australia. Andando via, questi giovani colletti bianchi non troveranno solo una vita meno «depressa» di quella da «sottoccupati», ma porteranno anche il messaggio costruttivo della parte migliore del nostro mondo.

    Perché questa storia e queste riflessioni, in occasione dell’annuncio (nella pagina accanto) del nostro TR35 che premia i migliori giovani innovatori italiani e li fa conoscere al mondo? Perché, volutamente, il nostro premio non è aperto solo a chi opera in Italia, ma a qualunque italiano, dovunque operi nel mondo. Il presupposto è che l’eccellenza nella capacità di innovare ha lo stesso valore in qualsiasi luogo venga alla luce e trovi conferme operative.

    Speriamo di essere abbastanza bravi come ricercatori dei ricercatori, mettendo a fattore comune tutte le reti che conosciamo, da quelle tradizionali delle università, dei grandi centri di ricerca pubblici e aziendali, delle ambasciate, degli istituti di cultura, fino alle più nuove, virali e non istituzionalizzate, come Facebook o Myspace. Ovviamente, l’impegno non può non essere duplice e simmetrico: quello di trovare i migliori talenti e quello di farci trovare da loro, attirandone l’attenzione.

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