Tecnologia o tecnologie?

Invece di parlare di “tecnologia”, al singolare, sarebbe meglio, più corretto e più rispondente alle diverse situazioni operative, parlare di “tecnologie”, al plurale, allo scopo di evidenziare come anche nell’ambito della ragione tecnologica sia possibile e opportuno valutare dove si vuole andare e perché.

di Gian Piero Jacobelli 29-12-21
Quando si parla di “tecnologia” si allude a un modo di fare, a un comportamento razionale supportato da dispositivi materiali, come gli utensili, o immateriali, come gli algoritmi. Quando si parla di “tecnologie”, ci si riferisce essenzialmente ai diversi contesti in cui la tecnologia può venire impiegata: per esempio, tecnologie della mobilità, tecnologie della comunicazione, tecnologie della misura, tecnologie del calcolo e via dicendo.

Almeno dal nostro punto di vista, decisamente contrario a ogni deriva luddista e irrazionalistica, la tecnologia, al singolare, non si discute, in quanto costituisce il più incisivo fattore qualificante della modernità, che ha senza dubbio un valore relativo nel tempo e nello spazio, ma da cui non potremmo prescindere neppure volendo.

Al contrario, e sempre a nostro avviso, un discorso diverso va riservato alle tecnologie, al plurale, che possiamo distinguere non soltanto in ragione dei mezzi, ma anche in ragione dei fini.

Basta scorrere le ultime settimane della nostra Home Page per rendersene conto. Certo, si tratta di settimane molto particolari, in cui i “massimi sistemi”, quelli della intelligenza artificiale e quelli della esplorazione spaziale, per citarne solo alcuni, hanno dovuto fare i conti con le crescenti difficoltà di una quotidianità insidiata dalla pandemia e dalla povertà. Con quei “minimi sistemi” tecnologici che incidono in maniera rilevante e continuativa sulla qualità della nostra vita, richiedendo una non marginale e non trascurabile attenzione alle pratiche relazionali e persino domestiche che riguardano ciascuno di noi.

Perciò, nella distinzione tra la tecnologia e le tecnologie emerge una cruciale dimensione etica che si sostanzia, da un lato, in una istanza di selezione degli scopi da perseguire ogni volta in cui si predispone e si mette a punto un progetto tecnologicamente, ma anche economicamente rilevante e, dall’altro lato, nell’attenzione per quella che spesso nella filosofia contemporanea viene variamente definita come “nuda vita”: una vita di prossimità, che prescinde dai convenzionali paradigmi e vincoli sociali per confrontarsi con le proprie personalissime esigenze.

«Non Bezos, non Musk, non Branson. La vera buona notizia per la ricerca è il lancio del telescopio Webb»: con questo titolo si presentava nella nostra Home Page un recentissimo commento sul lancio del nuovo telescopio spaziale, destinato a orbitare a un milione e mezzo di chilometri dal Sole per gettare lo sguardo sugli oggetti più remoti dell’universo. Un problema di scelta, dunque, tra le esigenze mediatiche di imprenditori tecnologici che si sfidano in inutili vacanze spaziali per pochi eletti, e le esigenze di una ricerca destinata ad accrescere le conoscenze della umanità intera.

Ma c’è di più. Anzi c’è virtuosamente di meno in questo che abbiamo definito come un esercizio di prossimità nei confronti della difficoltà del vivere quotidiano. Sempre nella nostra Home Page qualche giorno prima si poteva leggere un articolo dedicato al D-Lab del MIT, il Massachusetts Institute of Technology: un gruppo di lavoro che studia come la innovazione tecnologica possa aiutare le persone a vivere e a convivere: «Ci sono attrezzature per la lavorazione del legno e dei metalli, martelli, chiavi inglesi e dozzine di scatoloni con parti di biciclette. I fornelli sono allineati sul davanzale della finestra. Appesa al soffitto, c'è una bicicletta galleggiante sopra quattro pontoni, in modo che un ciclista possa pedalare appena sopra la superficie dell’acqua».

Tecnologie minimali, appunto. Ma, là dove la vita si fa difficile, tecnologie essenziali per venire incontro ai problemi della sopravvivenza e della convivenza. La parola d’ordine resta quindi quella di una scelta che tenda a promuovere tutti e non soltanto alcuni, ma che soprattutto sappia tenere conto di una vita degna di venire vissuta.

Da questo punto di vista e conclusivamente, vogliamo ancora ricordare un altro articolo degli stessi giorni intitolato «Lode al caffè» e dedicato alla ricerca che cento anni fa un celebre biologo del MIT, Samuel Cate Prescott, nel suo nuovo Department of Food Technology, dedicò al crescente consumo del caffè.

La ricerca si concludeva con un appello a una ragionevole moderazione: il caffè, se preparato correttamente e consumato in modo appropriato, «dà conforto e ispirazione, aumenta le attività mentali e fisiche e può essere considerato come il servitore piuttosto che il distruttore della civiltà».

Non sorprenderà, in conclusione, che proprio all’insegna di un elemento tutto sommato trascurabile della vita quotidiana, il caffè appunto, si riproponga l’alternativa da cui siamo partiti, tra “distruggere” o “servire” la civiltà. Un modo evidentemente retorico, ma non perciò meno significativo, per ribadire che, se si vogliono davvero perseguire i propri interessi, bisogna impegnarsi a rispettare e valorizzare anche gli interessi degli altri.

(gv)