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    Smart, per chi?

    Rimettere in discussione le parole è un modo per rimettere in discussione le idee: anche quelle parole che, come nel caso di “smart”, sembrano alludere a una migliore e più ridente condizione di vita.

    Smart è un aggettivo inglese che dovrebbe avere molti significati positivi: intelligente, elegante, brillante, rapido e via dicendo. Ma SMART, sempre in inglese – che ci volete fare: l’inglese oggi parla al mondo come una volta il latino parlava all’Europa! – è anche un acronimo che sta per Specific, Measurable, Achievable, Realistic, Time-bound. Insomma, anche in questo caso, non recentissimo visto che conta già una quarantina d’anni, si tratta di tutte buone qualità, vale a dire di singole fasi di una strategia ponderata e orientata al conseguimento di obiettivi determinati e concreti.
    Certo è che di “smart”, sia come aggettivo sia come acronimo, si è fatto un uso persino eccessivo quando non un abuso: un uso eccessivo nel tentativo illusorio di sostituire le parole alle cose; un abuso nel tentativo di dimostrare che le cose fatte hanno conseguito gli obiettivi che si erano prefissate.

    Poiché amiamo le parole che danno senso alla vita, o quanto meno ne rivelano il senso, proviamo un analogo fastidio per le parole feticcio, che, dopo avere contribuito a riformulare, almeno in parte, la nostra percezione della realtà, finiscono per accumularsi sulla realtà stessa, rendendola sempre meno trasparente ai nostri sguardi e ai nostri pensieri. Con non poca curiosità, unita a qualche soddisfazione, intellettuale s’intende, abbiamo dunque letto qualche giorno fa, per la precisione il 29 giugno, nella nostra rubrica “Culture”, un articolo di Riad Meddeb e Calum Handforth, rispettivamente direttore e consulente dell’UNDP, il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, che già dal titolo presentava non pochi motivi di interesse: «Città, non basta essere smart per essere intelligenti».
    L’argomentazione, sino dalle prime righe, risultava incalzante: «Le città non sono solo 5G, big data, veicoli senza conducente e Intelligenza Artificiale, ma mettono insieme opportunità, prosperità e progresso». E ancora: «Il focus sulla costruzione di “città intelligenti” rischia di trasformare le città in progetti tecnologici che guardano più agli “utenti” che alle persone”». Ovvero: «Le città veramente intelligenti sono guidate da risultati che vanno oltre l’implementazione di “soluzioni” e sono definite da talenti, relazioni e senso di appartenenza dei loro residenti, non dalla tecnologia utilizzata».


    Sia chiaro: lungi da noi qualunque nostalgia luddista: le città sono anche 5G, big data, veicoli senza conducente e Intelligenza Artificiale. Ma non sono soltanto questo insieme, vero o presunto, di virtù tecnologiche. Sono anche una comunità di esseri umani, chiamati a dare senso a quelle virtù perché non si trasformino in vizi: i vizi dell’autoreferenzialità, del perfezionismo fine a sé stesso, ma soprattutto i vizi delle scelte apparentemente fatte nell’interesse di tutti o sostanzialmente fatte nell’interesse di alcuni.
    Perciò non ci ha stupito, qualche giorno fa, che l’ultimo fascicolo cartaceo di MIT Technology Review USA (luglio/agosto 2022) sia uscito con una bellissima copertina grigia, animata da pochi punti di colore, ma soprattutto da una infinità di occhi elettronici che seguono due soli e solitari ragazzi, uno in monopattino, l’altro in monoruota. In basso il titolo del fascicolo: «Death to the smart city», «Morte alla città intelligente», molto conseguenziale rispetto alla illustrazione. Resterebbe per altro da chiedersi se si tratti di una constatazione o di un auspicio: dubbio comunque subito chiarito dalla conclusione dell’editoriale di Mat Honan: «Le città sono scelte, grandi e piccole, fatte individualmente e collettivamente».


    Non esiteremmo a definire rivoluzionaria questa conclusione perché, oltre ogni deriva tecnologica, torna a spostare l’attenzione dal contenitore, la struttura urbanistica con annessi e connessi, al contenuto, i suoi abitanti, concepiti tuttavia non più soltanto come abitanti, ma come “fondatori”. Che è tutta un’altra cosa, perché nel fondare una città entrano in gioco visioni del mondo e interessi talvolta concomitanti e talvolta contrastanti. Chi non ricorda la storia (si fa per dire!) di Romolo e Remo?
    Ora, non c’è dubbio come, proprio in merito alla fondazione delle città, anche quando questa fondazione assume una portata secolare, da quel terribile solco che, a Roma, divise chi stava dentro e chi restava fuori, stia oggi defluendo una nuova consapevolezza, concernente tanto i signori della tecnologia quanto ciascuno di noi.
    Alla fine di giugno, in un dibattito sul lavoro, la tecnologia, la città, abbiamo ascoltato un autorevole esperto di risorse umane, manager di lungo corso e scrittore ricco di humor come Pier Luigi Celli chiedersi, testualmente, «Smart, per chi?». Interrogativo cruciale, che tuttavia non va giocato tra parti contrapposte, ma va utilizzato come grimaldello nei confronti di una realtà sempre più blindata, nella consapevolezza che, se molti sono i chiamati, troppo pochi sono gli eletti. Bene, forse è giunto il momento di alterare il senso della sentenza evangelica, operando perché tutti siano i chiamati e molti, se non proprio tutti, siano gli eletti.

    (gv)

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