Ritorno al glocale
Perché, dopo il successo scientifico e giornalistico riscosso dal termine inventato dal sociologo inglese Roland Robertson nella prima metà degli anni Novanta in merito all’impatto delle tecnologie della globalizzazione sulle realtà locali e viceversa, di “glocale” si parla sempre meno, nonostante il valore programmatico che ancora conserva?
di Gian Piero Jacobelli 31-01-21
Malgrado l'abuso retorico che se ne è fatto tanto nei testi specialistici quanto in quelli divulgativi, o forse per la consapevolezza che poteva trattarsi di una foglia di fico per celare la contraddittoria realtà di un processo di sviluppo largamente incompiuto, da cui anzi sarebbero scaturite nuove chiusure nel proprio particulare, il concetto di “glocale” appare ancora in grado di porre in questione tanto le alienazioni del “globale” quanto le costrizioni del “locale”.

In effetti, il “globale” appare sempre meno globale se si considerano i crescenti divari generati proprio a seguito della difforme diffusione delle risorse economiche e tecnologiche, in particolare quelle digitali. Basta considerare come il digital divide, nonostante gli innegabili riscontri e le conseguenti recriminazioni, diventi sempre più grave ed esteso, contribuendo a dividere ulteriormente il mondo nel momento stesso in cui pretenderebbe di avviarlo a una irreversibile unificazione. Ma anche il “locale” non riesce a prescindere dalla sua funzionale marginalizzazione, diventando una sorta di marca ideologica e finendo per fungere più da fattore di rassegnazione consolatoria che di promozione partecipativa.

In altre parole, invece di "pensare globale e agire locale", secondo il mantra che ancora pochi anni fa sventolava sugli spalti di una sempre presunta e mai davvero compresa e condivisa modernizzazione, si finisce spesso per "pensare locale e agire globale", nel quadro di un duplice egoismo. Quello di chi pretende che la propria esperienza di vita debba valere per tutti, vicini e lontani. E quello di chi, al contrario, non si sente vincolato da alcuna solidarietà comunitaria nel perseguimento a oltranza dei propri interessi, dovunque possa trovare condizioni migliori per porli in opera. Anche sfruttando risorse locali - ma di un locale che, ovviamente, si troverebbe sempre altrove - meno tutelate nei propri diritti sociali ed economici.

Ci vorrebbe, per dirla in breve, un "glocale" concettualmente diverso, meno compiaciuto e più responsabile, nel solco delle declinazioni programmatiche suggerite da uno dei maggiori sociologi e mediologi del nostro tempo, quel Zygmunt Bauman al quale si deve la coniazione di altre icastiche e popolari definizione del “nuovo mondo” in cui ci troviamo o ci troveremo a vivere. Per esempio quella di “mondo liquido”, in cui un individualismo sfrenato non sa più risiedere presso di sé, ma vive in una condizione di obsolescenza strutturale. Ovvero quella di “mondo panottico”, in cui le forme del controllo assumono caratteristiche tipiche del consumo e dell'intrattenimento, grazie alla collaborazione spontanea e largamente inconsapevole delle sue stesse vittime.

Bauman, insieme ad altri sociologi della generazione successiva come Ulrich Beck e Manuel Castells, o a geografi come Erik Swyngedouw, prospettava il “glocale” non come una soluzione, ma come un problema. Non come un risultato definitivamente acquisito, ma come un processo dialettico e pluridimensionale, in cui fenomeni e fattori contraddittori vengono compresi e ricompresi nella loro inerente complessità e nella loro interdipendenza.