Quando in tavola si cambia il clima
Quasi un terzo delle emissioni globali di gas serra proviene dalla nostra tavola.
di Eniday Staff 26-04-19
È il risultato di una meta-analisi condotta dall’Institute for Climate Economics (I4CE) sulla base della quasi totalità della letteratura esistente in materia. La ricerca ricostruisce l’entità delle emissioni climalteranti dal primo colpo di zappa del vignaiolo del Bordeaux fino all’acqua calda necessaria per lavare il bicchiere. Processi di combustione (centrali termoelettriche, industrie, veicoli a motore, caldaie etc.) e di fermentazione, che generano gas serra che si liberano in atmosfera (depuratori, acque reflue, attività agricole e zootecniche) sono le fonti principali di emissioni.

Un’analisi più accurata
Complessivamente, secondo le stime dell’I4CE, il peso della catena alimentare sulle emissioni mondiali di gas ad effetto serra è di 13,8 miliardi di tonnellate equivalenti di anidride carbonica (GteqCO2), con una incertezza di ± 3,6 GteqCO2, pari a un valore compreso tra il 26% e il 37% delle emissioni totali. Molto più di quanto finora stimato dall’Intergovernmental Panel of Climate Change (IPCC), che si fermava al massimo a 10 GteqCO2.

Il fatto è che l’IPCC si limitava a considerare soltanto le emissioni dovute alla fermentazione dei materiali organici e all’uso dei fertilizzanti, ma non calcolava il peso di altri quattro importanti capitoli: l’uso dei terreni agricoli, i processi di trasformazione industriale, i rifiuti che ne derivano e l’energia impiegata (tanto nei processi produttivi quanto nei trasporti). Per fare un esempio, pensiamo all’Europa. Le emissioni che derivano dalle sole attività agricole superano di poco i 400 milioni di tonnellate equivalenti di CO2 (0,4 GteqCO2), mentre considerando gli altri elementi in gioco nella filiera – dai campi alle tavole delle famiglie europee – si arriva a superare l’1,2 GteqCO2. Ovvero tre volte tanto, di cui due terzi vengono dalle attività zootecniche e, di questi, tre quarti dall’allevamento dei ruminanti.

Scomponendo i dati su scala mondiale, il peso delle emissioni generate nelle fasi successive alla produzione agricola strettamente intesa è naturalmente diversa, per via dei livelli di efficienza raggiunti dall’agricoltura europea, a confronto soprattutto con quella asiatica e dei paesi non sviluppati. Ma, in tutti i casi, il divario rispetto alle precedenti stime resta significativo. Circa un miliardo di tonnellate equivalenti di CO2 proviene, infatti, dalla fase successiva alla vendita finale dei prodotti agricoli: forni e fornelli, rifiuti organici domestici (pari a circa 100 milioni di tonnellate equivalenti di CO2, un quarto del totale delle emissioni climalteranti di un paese come l’Italia) e spreco alimentare, oltre a tutto quello che acquistiamo e non mangiamo e, infine, gettiamo intatto nella spazzatura.

Circa 2,4 miliardi di tonnellate provengono invece dalle fasi successive alla produzione, con un peso relativo equamente suddiviso tra la trasformazione dei prodotti, l’imballaggio e il trasporto e la vendita finale (anche la luce accesa ed i frigoriferi di un supermercato comportano emissioni di gas schermanti).

Attenzione alle emissioni
Dunque, per salvare il pianeta bisogna mettersi a dieta? Non sembra essere di certo questa la morale della ricerca dll’I4CE. Si tratta, piuttosto, di ridurre le emissioni che derivano dalle fasi del processo su cui è più facile intervenire (come le deforestazioni), sul lato della produzione primaria in molti paesi in via di sviluppo (o i trasporti e la refrigerazione) o su quello del consumo finale. Ricordando sempre che il cibo che sprechiamo contribuisce ai cambiamenti climatici globali.


Il rapporto, in lingua francese, è scaricabile gratuitamente sul sito della I4CE.
  • L'allevamento contribuisce in modo considerevole alle emissioni di gas serra
  • Esistono già molte soluzioni alternative per gestire lo spreco alimentare (Foerster, Wikimedia)