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Pubblicità online fuorilegge
Un'inchiesta dell’Information Commissioner’s Office ha rilevato che il settore della tecnologia pubblicitaria, un mercato da 200 miliardi di dollari, è terreno di pratiche illegali.
di Charlotte Jee 25-06-19
Tutti noi abbiamo esperienza diretta dell'industria pubblicitaria. Quante volte si è deciso di acquistare un oggetto online, solo dopo essere stati “perseguitati” su Internet per giorni e giorni?

Questa è una conseguenza diretta del sistema delle offerte in tempo reale, che è al centro dell’indagine dell’Information Commissioner’s Office (ICO), l’autorità britannica che vigila sul mercato delle comunicazioni. La pratica è comune nella pubblicità online su Facebook, Google, Amazon e le molte migliaia di aziende di intermediazione di dati.

Che cos'è l'offerta in tempo reale? È essenzialmente un mercato dei dati personali dell’utente. Mentre il sito web che si sta visitando carica la pagina, il proprietario di questo sito vende uno spazio nella pagina che si sta guardando. Un inserzionista compra quindi quello spazio, perché è interessato a raggiungere quell’utente.

Il processo può coinvolgere molte aziende e avviene in una frazione di secondo. Le offerte in tempo reale sono alla base dell'intero settore della pubblicità online ed è per questo che l’indagine è particolarmente significativa.

L’ICO è giunto alla conclusione che questi annunci online altamente invasivi basati sui dati personali infrangono la legge del Regno Unito e dell'Unione Europea.

In poche parole, agli utenti non viene data una reale opportunità di dire se acconsentono alla raccolta dei propri dati. La relazione finale dell’ICO spiega chiaramente che il consenso è legale solo se le persone capiscono cosa stanno accettando e le politiche sulla privacy e i pop-up di consenso non forniscono una spiegazione sufficientemente chiara.

L’organo regolatore del Regno Unito, notoriamente molto cauto nelle sue prese di posizione, ha affermato che darà tempo alle aziende pubblicitarie di fornire una spiegazione convincente prima di svolgere una nuova indagine tra sei mesi, anche se ha riconosciuto che non ci sono comportamenti che mostrino la volontà di queste aziende di affrontare il problema e di modificare il modo di agire.

Tuttavia, altri enti regolatori europei, compresa la stessa Commissione europea, potrebbero assumere posizioni più radicali. A oggi, ci sono almeno 10 reclami legali pendenti contro questa pratica in tutta l'Unione Europea, per cui ci si attende un'iniziativa decisa in breve tempo.

(rp)