Per un fare più prudente e riflessivo

Una lettura integrata delle notizie che la nostra rivista pubblica ogni giorno lascerebbe intendere come, anziché migliorare, i problemi più assillanti di una civiltà tecnologicamente avanzata tendano, almeno apparentemente, a peggiorare: forse perché talvolta sarebbe meglio fare di meno che fare di più.

di Gian Piero Jacobelli 25-08-21
La pausa estiva non ha attenuato le contraddizioni di cui è intrisa la nostra vita e, in particolare, la sua fondamentale innervazione tecnologica.

Sarà che l’epidemia Covid, a differenza delle influenze di una volta, nonostante il caldo e la vita all’aria aperta, non accenna ad abbandonare il terreno sempre più rischioso della convivenza. Sarà che la crisi afgana, per quanto lontana da noi, pesa sulle nostre coscienze e sulle decisioni da prendere. Sarà che la stagione, con i suoi alti e bassi, tra incendi e nubifragi, temperature quasi insopportabili e improvvise ondate di freddo, sembra aggiungere nuove preoccupazioni alle già gravose preoccupazioni climatiche.

Certo è che, scorrendo gli articoli apparsi nelle ultime settimane sulla nostra Home Page, sembrerebbe, in poche parole, che si stiano accentuando le ambivalenze del dire e del fare.

Il colore della pelle, che nella Rete sta assumendo nuove "colorazioni" pregiudiziali, tanto più insidiose, quanto più inavvertite, sfociando in comportamenti conflittuali e comunque divisivi. La stessa epidemia, nei cui confronti sarebbe ovvio e spontaneo fare fronte comune, alimenta nuovi motivi di dissenso e di contrasto tra chi condivide responsabilmente le campagne vaccinali e chi, a nostro avviso irresponsabilmente, tende a tradurre le proprie perplessità e le proprie esitazioni in motivi di contrasto politico, quando non addirittura istituzionale.

«Amazon predica bene, ma razzola male», si legge a proposito delle indispensabili tutele dei minori, che si trovano esposti in maniera crescente alle insidie delle più rischiose connessioni digitali. In questo titolo, come in altri sempre più frequenti, a sconcertare è proprio quel “ma” che ci fa capire come, se l’inferno è lastricato di buone intenzioni, talvolta il paradiso è lastricato di cattive intenzioni. Anche perché spesso le buone intenzioni, per esempio quelle connesse al riciclaggio dei pannelli solari, si scontrano con diverse intenzioni, se non cattive, senza dubbio di segno diverso, che antepongono i costi economici ai ricavi ambientali.

Non sorprende allora leggere che «la misura chiave del governo statunitense, vale a dire il finanziamento per l’elettricità pulita, dovrà affrontare dure prove, sia parlamentari sia nel mondo reale, senza una certezza sul risultato finale». Come dire che le speranze nella capacità dei progressi scientifici e tecnologici di risolvere i problemi che la stessa scienza e la stessa tecnologia hanno contribuito a provocarefiniscono per confliggere non tanto con istanze di carattere etico, spesso meramente accademiche, ma piuttosto con istanze di carattere economico: non tanto con i cosiddetti “valori”, quanto con i cosiddetti “interessi”. Non a caso in un altro articolo ci si interroga se e come, con più di 100mila satelliti prevedibilmente in orbita nel 2030, sarà possibile «prevenire una futura piaga di incidenti satellitari».

La contraddizione è palese, ma altresì irrisolvibile, quanto meno negli attuali assetti politici ed economici. In effetti, come è avvenuto negli ultimi decenni, anche i tradizionali programmi di assistenza allo sviluppo e di contrasto alle crescenti disuguaglianze, invece di creare un sistema più solidale di conoscenze e di intese, sembra assecondare la emergenza di identità collidenti.

In questo senso, per esempio, si può leggere sempre nella nostra Home Page il titolo sconcertante di un articolo sulla crisi afgana: «I talebani hanno vinto la guerra tecnologica», non soltanto acquisendo armamenti all’avanguardia, ma anche «sfruttando la telefonia mobile e Internet, non solo per migliorare le loro armi e i loro sistemi di controllo, ma, cosa ancora più cruciale, per le comunicazioni strategiche e le loro operazioni di influenza».

La lingua batte dove il dente duole: sicurezza informatica, alterazioni climatiche, crisi internazionali e via dicendo. Tuttavia non si può non cominciare a rendersi conto che la convenzionale distinzione tra tecnologie buone e tecnologie cattive, ovvero tra usi buoni e usi cattivi della tecnologia, tende a risolversi in una strutturale ambiguità del fare tecnologico. Nel senso che ogni sforzo per alterare, peggiorandoli o migliorandoli, gli equilibri su cui si sostiene la relazione tra natura e cultura, tende a tradursi in uno squilibrio incessante. Come quando si cammina e si cade a ogni passo per riprendersi con il passo successivo e continuare a cadere.

(gv)