Open Access: nuovi sviluppi su quanto emerso durante l'incontro ‘A pranzo con MIT Technology Review Italia…’
Elena Zambon e Federica Alberti hanno approfondito il discorso con Paola Castellani e Luisa Borsani, della direzione medica Zambon.
di Alessandro Ovi 08-04-19
Dal primo incontro ‘A pranzo con MIT Technology Review Italia…’, dedicato alla questione dell'Open Access, sono emerse alcune considerazioni su cui intervengono Elena Zambon (Presidente Zambon SpA) e Federica Alberti (Head of Corporate Affairs &Institutional Relations, Zambon Company), con il contributo di Paola Castellani (Global Chief Medical Officer and Patient’s Access Head, Zambon SpA) e Luisa Borsani (Corporate Medical Information, Zambon SpA).

Ritenete positivo Open Access per rendere più’ spedito il processo di pubblicazione di lavori sui temi di scienza e tecnologia da parte di giovani, donne e ricercatori di paesi in via di sviluppo?
Lo sforzo di rendere accessibile e veloce il processo di pubblicazione ha il vantaggio di mettere a disposizione del pubblico il lavoro del ricercatore, annullando le tempistiche spesso molto lunghe dell'editoria scientifica tradizionale. In questo modo la "conoscenza" circola più rapidamente e i progressi della ricerca raggiungono la comunità in tempi più brevi.

Senza dubbio accelerare e favorire il processo di pubblicazione dei dati scientifici e dei temi di tecnologia è molto importante, soprattutto per chi proviene da Paesi in via di sviluppo e per chi è giovane, perché permette di arricchire la comunità scientifica con contributi che altrimenti sarebbe molto difficile o impossibile conoscere. 
In questo contesto di per sé positivo e innovativo, che interessa sia le riviste tradizionali che le riviste Open Access di tutto rispetto, come ad esempio PLoS ONE (la rivista ammiraglia della Public Library of Sciences), si insinuano i così detti “predatori della scienza“ che con lo scopo di guadagnare creano riviste e pubblicano articoli su qualsiasi argomento senza nessun controllo da parte di esperti (peer review). Purtroppo la totale mancanza di controllo di quanto viene pubblicato da parte di una commissione di esperti porta alla diffusione di informazioni talvolta completamente false, mettendo in discussione la credibilità dell’attività scientifica in generale.
Per dare un’idea di quanto il fenomeno stia dilagando, secondo le stime degli esperti otto anni fa gli articoli pubblicati dagli “editori predatori” erano 50mila, oggi invece sarebbero più di 400mila.

Ritenete possibile una convivenza di canali Open Access con i tradizionali editori basati sulla Peer Review’?
La convivenza è possibile ma è necessaria una regolamentazione a livello internazionale sia per gli editori tradizionali che per i canali Open Access. L’applicazione del concetto di peer review deve essere valido per entrambi i canali, di modo da garantire la qualità della ricerca scientifica e limitare le pubblicazioni “spazzatura” che diffondono dati falsi che, una volta pubblicati, oltre a fare scalpore diventano difficili da smentire.

Quali ritenete le motivazioni più valide a favore e contro la adozione di una politica ‘Open Access’?
In un mondo dove la comunicazione è veloce e distribuita immediatamente a moltissime persone contemporaneamente l’Open Access rappresenta senza dubbio un’opportunità.
Nel 2016 è stato pubblicato uno studio che ha confrontato la qualità metodologica e la qualità di studi epidemiologici primari in oncologia, revisioni sistematiche e meta-analisi di articoli pubblicati su riviste Open Access e non Open Access. L’analisi ha evidenziato che gli studi epidemiologici pubblicati nelle riviste Open Access nel campo dell'oncologia si avvicinano alla stessa qualità metodologica degli studi pubblicati in riviste non-Open Access.

Le riviste Open Access necessitano però di un’accurata regolamentazione per garantire qualità e arginare il fenomeno degli “editori predatori”, popolato da persone che comprano il privilegio di diffondere le loro idee come se fossero scienza o tecnologia seria arricchendosi sulla buona fede di chi vuole diffondere i risultati della propria ricerca. I guadagni di questa attività, inoltre, non vengono comunque investiti in azioni che permetterebbero la condivisione delle informazioni.