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Ombre e luci nell’esperienza italiana ed europea dei corsi on-line
Per affrontare il tema dei rapporti tra università e nuove tecnologie della comunicazione bisogna prendere le mosse da due dati di fatto, uno qualitativo, la cosiddetta società della conoscenza, e l’altro quantitativo, il calo delle iscrizioni alle università itliane.
di Gianpiero Gamaleri 30-10-15
Per affrontare il tema dei rapporti tra università e nuove tecnologie della comunicazione bisogna prendere le mosse da due dati di fatto, uno qualitativo e l’altro quantitativo.
Il dato qualitativo è dato dal fatto che ci siamo ormai inoltrati in quella che è stata definita la “società della conoscenza”. Ciò significa, in parole povere, che sempre meno l’avanzamento socioeconomico, culturale ed etico è affidato alle braccia, cioè alla manualità del lavoro, e sempre più dipende dalla mente, da strategie individuali e collettive di organizzazione e gestione dei beni di cui disponiamo. La formazione universitaria evidentemente non può più prescindere da questa evoluzione, che peraltro si presenta positiva perché valorizza il capitale umano, prevedendo soggetti sempre più capaci di seguire a anticipare i rapidi cambiamenti dei processi intellettuali, produttivi e di convivenza civile. Come è stato detto, nel momento in cui un giovane inizia il suo percorso formativo, non è dato sapere quale sarà in uscita l’assetto delle professioni. La parola chiave di questa evoluzione è il termine “flessibilità”: prepararsi a sapere domani ciò che oggi non è rigorosamente prevedibile.
È ovvio che questo fattore qualitativo deve fare i conti con un’università organizzata per discipline (“Tante lingue ben fatte” le chiamava Condillac), cioè rigidi settori disciplinari che resistono allo sforzo di creare le connessioni necessarie ad affrontare situazioni e problemi sempre nuovi. L’innovazione tecnologica nell’insegnamento e nella ricerca universitaria devono tendere proprio a creare relazioni tra “sinapsi” che, se rimangono isolate, hanno come esito una formazione obsoleta e rigida, l’esatto contrario di ciò che la permanente innovazione richiede.
Il secondo fattore – il dato quantitativo – è costituito dal calo delle iscrizioni alle università italiane, in evidente controtendenza con l’esigenza di quella formazione diffusa di alta qualità, di responsabilità personale e di gruppo e di notevole flessibilità, resa necessaria dalla società della conoscenza. Una mente non formata e permanentemente esercitata ha come esito un soggetto frustrato, improduttivo, inutilizzabile. Dall’inizio del secolo a oggi, cioè negli ultimi quindici anni, le nuove iscrizioni nei nostri atenei sono calate da circa 320mila a meno di 250mila, con una perdita ogni anno di 70mila matricole. Ciò corrisponde a una diminuzione delle iscrizioni all’università di meno del 40 per cento dei diplomati di scuola secondaria superiore, mentre erano poco più del 50 per cento a inizio secolo. E tutto questo avviene nel momento in cui i dati ci indicano anche la necessità di incrementare il numero di soggetti laureati per tenere dietro al passo dei nostri partner europei. Nel contempo non si può non rilevare la contraddizione costituita dalla crescita anche dei giovani disoccupati pure in presenza di un titolo di studi superiori. Una contraddizione che dipende da difetti nella formazione e può essere superata solo attraverso percorsi innovativi, ispirati a uno stretto contatto con il mondo produttivo, secondo quello schema “duale” formazione-lavoro così bene delineato non a caso dal sistema scolastico e universitario tedesco, ma non solo.
Ad aggravare la situazione si registra la crescente disaffezione degli studenti i quali, specie nelle discipline umanistiche che non esigono la partecipazione a laboratori, esercitazioni, esperienze sul campo, presto disertano le aule concentrandosi solo sui libri in funzione dell’esame e di un “pezzo di carta” dallo scarso valore sostanziale. E così va a farsi benedire anche l’uso di tecnologie comunicative e didattiche avanzate nei nostri Atenei, che rischiano di venire proposte a una platea vuota.