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    Non c’è pace tra gli olivi

    Come normalmente avviene, le notizie di fine d’anno, anche quelle della nostra Home Page, appaiono più problematiche di quelle pubblicate nelle settimane e nei mesi precedenti, perché non si tratta soltanto di notizie, ma di consuntivi, di riflessioni, di valutazioni che le scadenze calendariali articolano in un prima e un dopo, in aspettative e riscontri, purtroppo non sempre incoraggianti.

    di Gian Piero Jacobelli

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    “Non c’è pace tra gli olivi”. Il motto ha radici antiche, ma rami e fronde moderne. Nella civiltà mediterranea, infatti, l’olivo era il simbolo dell’unità di intenti e, dove questa unità avesse subito qualche occasionale frattura, della riconciliazione. 

    La colomba che annunciò a Noè la fine del Diluvio, portava nel becco un ramo di olivo, come segno della possibilità di tornare sulla terra nel frattempo riemersa per ricominciare la vita di tutti i giorni, grazie alla nuova alleanza con il Dio biblico, certificata dall’arcobaleno. 

    Nel suo complesso, si tratta di una densa e suggestiva costellazione simbolica, che annuncia, certifica e garantisce la concordia tra gli uomini e la loro ripristinata fiducia in un futuro sereno e produttivo.

    Tanto più, quindi, diventa significativa, anche in ambiti dove non ci si aspetterebbe che lo fosse, la contrapposizione metaforica implicita nel motto da cui abbiamo preso le mosse: “Non c’è pace tra gli ulivi”. 

    Per esempio, a noi è tornata alla mente “scrollando” la nostra Home Page di questa ultima settimana dell’anno, dove tanti sono gli “ulivi” – lo spazio, il clima, la sanità e in particolare la esordiente campagna di vaccinazione, oltre naturalmente ai social media e agli “effetti rete”, per citare solo alcuni degli articoli più interessanti – e assai poca la “pace”.

    A sorprendere in questa paradossale contrapposizione tra un simbolo, quello dell’olivo, e una condizione, quella della pace, altrimenti consentanei, risiede nel fatto che la minaccia, la “guerra” in tutta la sua portata emblematica e distruttiva, si annida proprio nelle promesse rappresentate dalle innumerevoli innovazioni tecnologiche in cui, nonostante tutto, non cessiamo di trovare motivi per sperare e, talvolta, per illuderci. 

    Persino nelle tute spaziali, veri e propri gioielli dei nuovi materiali, della sensoristica, del controllo automatico, la “guerra”, sempre in senso metaforico, ha messo le sue uova, mettendo la polvere negli interstizi delle sue componenti: una polvere in grado di provocare la crisi di un apparato tecnologicamente straordinario.

    Persino nel sistema satellitare per l’osservazione e la previsione climatica si annidano le insidie ​​di una alterazione ecologica dello spazio vicino, a causa dell’eccesso di detriti che vi si stanno accumulando, nonché le insidie ​​di un eccesso di dati che, quanto più si moltiplicano, tanto più diventano difficili da interpretare, inducendo a errori pericolosi.

    Persino l’avvio della vaccinazione di massa contro il Covid, che tutti abbiamo spasmodicamente atteso come una panacea relativa non soltanto alla situazione sanitaria, ma anche a quella sociale ed economica, invece di unirci nello stesso sospiro di sollievo, ci sta dividendo sugli spalti di una speranza incline a diventare preoccupazione. Perché la gente non sa di chi deve fidarsi; perché le comunicazioni sociali alterano la opinione pubblica invece di consolidarla; perché gli stessi operatori si dimostrano incerti quando non discordi.

    Persino le crescenti opportunità offerte dai nuovi dispositivi algoritmici per operare sulla scena di Internet, invece di rendere protagonista degli scambi comunicativi anche chi ne era, se non escluso, quanto meno succubo, si stanno ritorcendo contro quelle funzioni di partecipazione e di controllo che si pensava avrebbero prevalso sui malintenzionati. I quali, invece, sempre più spesso riescono a sottrarsi alla prova della realtà, trasformando la realtà stessa in un deviante, quando non perverso specchio delle nostre brame.

    Certo, ci dicono altri articoli, si può anche guardare all’anno che si sta concludendo e che a molti appare come il peggiore della loro vita, rilevando e sottolineando gli “ulivi” che comunque sono riusciti a maturare e a fruttificare nella “guerra”. 

    Vogliamo riferirci ad alcune opportunità e disponibilità che si sono manifestate in strutture apparentemente sclerotizzate, come quelle del lavoro, o anche alle inedite forme di socializzazione online, che hanno preso il posto di quelle in presenza, inevitabilmente vincolate dalle abitudini individuali e dalle convenzioni collettive. 

    Insomma, stiamo imparando, nella costrizione pandemica, a fare di necessità virtù, a lavarci metaforicamente le mani più di quanto facessimo prima, o a trovarci più spesso in famiglia, o persino a muoverci di meno e quindi a inquinare di meno.

    Tuttavia, per quanto, nella seconda Lettera ai Corinzi, Paolo, il “tredicesimo apostolo”, predicasse che «Dio ci consola in tutte le nostre sofferenze perché anche a noi sia possibile consolare quelli che soffrono», non possiamo fingere di non vedere come anche nelle consolazioni, soprattutto in quelle di fine d’anno, si nasconda il veleno del dubbio.

    Una volta si argomentava come la tecnologia avesse la capacità, se guidata saggiamente, di mettere riparo alle disfunzioni che può provocare. Oggi si comincia a pensare che, essendo tecnologici anche i rimedi della tecnologia, non ci si possa sottrarre alle contraddizioni della “pace tra gli ulivi” se non facendo davvero la pace. Guardando al mondo e a ciò che quotidianamente ci sorprende o ci preoccupa non tanto nella prospettiva di problema/soluzione, ma in quella di partecipazione/responsabilità. Sfruttando le sempre più numerose fonti di informazione disponibili e comparabili per valutare complessivamente ciò che avviene.

    In definitiva, invece di puntare su una salvezza che venga da fuori, il problema sta nel farci personalmente carico di quanto ognuno può fare per dare una mano, allo scopo di salvarsi insieme. Noi, nel nostro limitato ambito giornalistico, cerchiamo di farlo mettendo quotidianamente alla portata dei lettori quelle notizie scientifiche e tecnologiche che ci consentano di scorgere, se mai possibile, la “realtà reale” davanti e dietro la “realtà virtuale”. 

    (gv)

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