• Portale di Angkor Thom. Christine Zenino, Wikimedia Commons

Millenni di società umane sostenibili

Una nuova ricerca testimonia quanto gli esseri umani abbiano modellato il territorio attorno a sé in maniera sostenibile per almeno 12.000 anni.

Una nuova ricerca pubblicata da Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) mette in evidenza come l'uso del suolo da parte delle società umane abbia rimodellato l'ecologia in gran parte del territorio terrestre per almeno 12.000 anni. Secondo i ricercatori, provenienti da oltre una dozzina di istituzioni in tutto il mondo, la causa principale dell'attuale crisi della biodiversità non sarebbe la distruzione umana di terre selvagge disabitate, ma piuttosto l'appropriazione, la colonizzazione e l'uso intensivo di territori un tempo gestiti in modo sostenibile.

I nuovi dati ribaltano le precedenti ricostruzioni della storia dell'utilizzo del suolo a livello globale, secondo alcune delle quali la maggior parte dei territori sarebbe rimasta disabitata ancora in tempi recenti, fino al 1500 d.C. Il nuovo studio supporta l'ipotesi secondo cui il modo più efficace per porre fine all'attuale crisi della biodiversità sarebbe quello di favorire la gestione dell'ambiente da parte delle popolazioni indigene e delle comunità locali di tutto il pianeta.

Secondo Erle Ellis, professore di geografia e sistemi ambientali della University of Maryland Baltimore County e autore principale dello studio, molte aree finora rappresentate come storicamente incontaminate, selvagge e naturali, sarebbero state invece abitate da società umane che utilizzavano i propri territori senza mettere a repentaglio la sopravvivenza dell'ecosistema nativo, andando piuttosto a favorirne biodiversità, produttività e resilienza.

La squadra di ricerca interdisciplinare ha visto la partecipazione di geografi, archeologi, antropologi, ecologi e scienziati della conservazione provenienti da Stati Uniti, Paesi Bassi, Cina, Germania, Australia e Argentina. Lo studio su larga scala ha richiesto un approccio altamente collaborativo. I ricercatori hanno studiato i modelli globali di utilizzo del suolo da parte delle popolazioni umane nell'arco di oltre 12.000 anni, mettendoli a confronto con esempi globali contemporanei di aree dedicate alla protezione della biodiversità.

"Le nostre mappe globali mostrano che anche 12.000 anni fa quasi tre quarti della natura terrestre era già utilizzata e manipolata da popolazioni umane", spiega Ellis. "Le aree non toccate dall'umanità erano rare 12.000 anni quasi quanto lo sono oggi".

Le pratiche culturali dei primi utenti della terra hanno avuto un certo impatto sulle estinzioni. Tuttavia, in generale, l'uso del suolo da parte delle comunità indigene e tradizionali ha sostenuto la stragrande maggioranza della biodiversità della Terra per millenni. "Il problema non sarebbe, dunque, l'utilizzo umano di per sé", spiega Nicole Boivin, professoressa dell'Istituto Max Planck per la scienza della storia umana e co-autrice dello studio. "Il problema è il tipo di uso del suolo che vediamo nelle società industrializzate, caratterizzato da pratiche agricole insostenibili ed estrazione e appropriazione assoluta".

Secondo gli autori, la conservazione e il ripristino della biodiversità trarrebbero più vantaggio da un sostegno alle popolazioni tradizionali e indigene, le cui pratiche di utilizzo del suolo hanno contribuito a sostenere la biodiversità a lungo termine, che dalla promozione di un ideale di Terra "intatta".

Darren J. Ranco, professore associato di antropologia e coordinatore della ricerca sui nativi americani la University of Maine, nonché co-autore della ricerca e cittadino della nazione nativa americana dei Penobscot, nota che nonostante le popolazioni indigene esercitino attualmente un minimo livello di gestione su circa il 5% delle terre del globo, proprio in questi luoghi sopravvive l'80% della biodiversità mondiale. Ciononostante, le popolazioni indigene sono escluse dalla gestione, dall'accesso e dalla colonizzazione dei territori protetti in luoghi come i parchi nazionali degli Stati Uniti.

"È chiaro che le prospettive delle popolazioni indigene e locali dovrebbero essere in prima linea nei negoziati globali per ridurre la perdita di biodiversità", afferma Rebecca Shaw, direttrice scientifica del World Wildlife Fund e co-autrice dello studio. "È in corso una crisi globale dovuta alla trasformazione dell'utilizzo del territorio da pratiche tradizionali allo modelli di sviluppo intensivo. È necessario cambiare rotta se vogliamo sostenere l'umanità per altri 12.000 anni".

I co-autori sperano che questo lavoro possa aprire la porta all'utilizzo di dati storici sull'uso del suolo globale da parte di scienziati, responsabili politici, attivisti e altri, per meglio collaborare con le popolazioni indigene, tradizionali e locali al fine di preservare la biodiversità e gli ecosistemi a lungo termine.

(lo)