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    Lo “spettro” della Intelligenza Artificiale

    Ci si continua a interrogare sulle opportunità e sui rischi che comporta l’adozione della Intelligenza Artificiale per la organizzazione aziendale, per le conseguenze occupazionali, per i miglioramenti produttivi e commerciali, con riferimento alle sue specifiche implementazioni, ma soprattutto al suo carattere radicalmente sistemico.

    di Gian Piero Jacobelli 

    Di Tebe la mitologia greca parla come di una città eroica, ma ripetutamente afflitta da sventure derivanti sempre da qualche straniero sconosciuto: Edipo, il quale portò, sia pure senza sapere e senza volere, terrore e pestilenze; ma prima ancora Dioniso, il quale, nelle Baccanti di Euripide, si contrappone a Penteo, nipote di Cadmo, il fondatore della città, perché non voleva riconoscerne la divinità.

    Quando s’incontrano, proprio a Dioniso, seducente straniero che non si fa riconoscere, Penteo chiede come sia il nuovo dio che viene dalla Lidia, ma Dioniso sotto mentite spoglie gli risponde che nessuno può saperlo.

    L’incalzante, quasi sincopato dialogo euripideo è rimasto proverbiale per indicare la difficoltà di definire, letteralmente, la novità che viene da fuori: «Penteo: “L’hai visto, dici: e qual n’era l’aspetto?”. Dioniso: “Quello ch’ei volle: io già non glie lo imposi!”. Penteo: “Anche or m’eludi, e nulla tu mi dici”. Dioniso: “Folle allo stolto par, chi savio parla”».

    In conclusione, Penteo viene indotto da Dioniso a travestirsi da donna per conoscere i nuovi culti dionisiaci, ma viene dilaniato dalle Baccanti.

    Si coglie, nella tragedia di Euripide, tutto lo sconcerto non tanto per la imprevista irruzione di una novità, quanto per il confronto con un diverso modo di pensare e di agire, che agli occhi di chi si affida a un vecchio ordine, appare sostanzialmente disordinato, anche quando si dimostri più efficiente ed efficace. 

    Se non una tragedia, questo è anche, metaforicamente, il dramma della cosiddetta Intelligenza Artificiale, che cambia sia la percezione del mondo in cui ci si trova a operare, sia il modo di operare per trarre un maggiore controllo proprio dalla rimozione dei vecchi controlli. 

    Per riprendere il celebre incipit del Manifesto del Partito Comunista, uno spettro si aggira per l’Europa, anzi nel mondo. Non è più lo spettro del comunismo, contro cui tutti combattevano, liberali e radicali, ma è, appunto, quello della cosiddetta Intelligenza Artificiale, con cui non si tratta di combattere, ma di integrarla ragionevolmente e utilmente.

    L’immagine dello spettro che si aggira per il mondo e la difficoltà a conferirgli uno specifico aspetto, una fisionomia compatibile con l’ambiente in cui deve venire inserita, segnala quante ambiguità e quante incertezze si addensino ancora sulla IA, in merito a cui, come scriveva il grande Metastasio per l’Araba Fenice, «che vi sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa». Anche se molti credono, più o meno a ragione, di saperlo.

    Il problema è se, diversamente da Dioniso, si riesca, se non a imporne, quanto meno a orientarne l’“aspetto” per renderlo compatibile con gli attuali modi di essere e, soprattutto, di fare, perché sta proprio nel “fare”, e soprattutto nel “fare bene”, il compito primario dell’impresa.

    La trasformazione digitale sta cambiando le regole del gioco per tutti e quindi è necessario imparare a capire e a muoversi nella cosiddetta skill economy. Il rischio sta, quindi, più nell’assenza di un progresso tecnico che nel suo contrario. In altre parole, resterà fuori mercato chi non terrà il passo con le nuove tecnologie.

    Si può pensare che l’IA riguardi esclusivamente prodotti all’avanguardia e i colossi del sistema industriale ed elettronico. Invece, costituisce un’opportunità concreta e disponibile anche per realtà più piccole come le PMI, che possono sfruttarla per migliorare la produzione e generare maggiori profitti.

    Una chatbot, cioè un software progettato per simulare una conversazione, non sarà utile solo a grandi aziende, ma anche ai commercianti, per eliminare i tempi di attesa, rispondendo alle domande e accumulando dati sulla clientela, profilandola tempestivamente. Secondo diversi studi di mercato, infatti, molti utenti preferiscono una risposta automatica piuttosto che attendere per diversi minuti la risposta di un operatore.

    Quello che si prospetta è un mondo di oggetti intelligenti che non si limiteranno ad eseguire le azioni precedentemente impostate, ma potranno interagire, tra loro e con gli operatori umani, dando origine a processi di coinvolgimento operativo sempre più allargati e articolati.

    La ricerca tecnologica ha fatto passi enormi nell’ultimo biennio, tanto che oggi le aziende possono dotarsi di assistenti virtuali, o strumenti per la scrittura automatica, o piattaforme in grado di gestire le attività di marketing e vendita, o sistemi di allerta che prevedono i guasti ai macchinari.

    Per altro, si parla tanto di innovazione da farla sembrare qualcosa di scontato: una impresa per avere successo dovrebbe adottare tutto ciò che la tecnologia le offre. Facile a dirsi, meno a farsi: innovare non è semplice, anche perché talvolta si innova “per vie traverse”.

    La vera innovazione non si realizza sempre al primo colpo, ma richiede degli invitabili “provando e riprovando”. Per dirla con altre parole, una autentica innovazione richiede che si possa sbagliare, soprattutto se deriva da una sperimentazione avanzata. Per questo motivo, anche gli errori sono importanti: «Si cresce prendendo giuste decisioni, si prendono giuste decisione prendendone di sbagliate» (Jack Welch, Ceo GE).

    La vera innovazione spesso non avviene per adattamento, ma spesso per “exattamento”, termine solo apparentemente difficile, che comporta l’attivazione di risorse interne ai sistemi, organici, organizzativi o informatici, prima destinate ad altra funzione e poi diversamente finalizzate.

    La vera innovazione non può fare a meno della comunicazione, sia interna, sia esterna, per perseguire il coinvolgimento non di singole parti del sistema, ma del sistema stesso nella sua interezza e complessità.

    Innovare presuppone un processo olistico, fondato sulla progressiva partecipazione della intera struttura, perché nessuna innovazione può limitarsi a singoli aspetti operativi, ma concerne tutto il sistema organizzativo e ambientale.

    Nei sistemi complessi non va trascurata la tendenza a recuperare gli equilibri perduti: da un lato l’automazione provoca un calo occupazionale, dall’altro lato riduce i vantaggi dell’outsourcing, recuperando quote di produzione.
    Cresceranno però le differenze di sviluppo e il digital divide.

    Sotto alcuni aspetti, l’Italia, che per altri aspetti non riesce a proiettarsi davvero nei nuovi scenari tecnologici, potrebbe trovarsi in una situazione più disponibile alla innovazione della IA rispetto ad altri Paesi europei, perché il suo sistema industriale è caratterizzato da dimensioni piccole e medie, dove la organizzazione del lavoro è meno rigida e la qualità fa aggio sulla quantità. Ma resta illusoria la convinzione che sia più facile innovare se ci si trova più indietro.

    Nonostante la diffusa percezione di una perdurante criticità del contesto economico, sociale e politico, appare comunque importante restare aperti al cambiamento, anche se il cambiamento è un problema, perché ci sono tanti modi che possono venire adottati per cambiare e non tutti consentono di cambiare davvero: in maniera lineare, o con la mossa del cavallo, o come il Gattopardo. 

    Non a caso, diceva Darwin che ha maggiori opportunità di sopravvivere non la specie più forte, ma quella più predisposta al cambiamento.

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