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    Lo scandalo dell’energia

    La pace è il grande problema del mondo. Poi vengono l’ energia e l’educazione.

    A pensarci bene però, energia ed educazione stanno a monte del problema della pace e l’energia svolge un ruolo importante anche nel diffondere l’educazione. Parliamo allora di energia.

    Noi, del mondo ricco, ne consumiamo tantissima e, secondo i dati, ufficiali ne consumeremo sempre di più.

    Facciamo esplorazioni petrolifere sempre più difficili, nuovi gasdotti e impianti di rigasificazione per avere un po’ di indipendenza strategica sulle forniture. Mandiamo centinaia di minatori a morire ogni anno per estrarre carbone. 

    Ma non ci sembra mai che basti, anche se i prezzi galoppano perchè ci sono miliardi di persone che stanno consumando pro capite meno di un decimo di quanto consumiamo noi e non vogliono restare indietro.

    Ci spaventiamo per i cambiamenti climatici che, così facendo, noi stessi provochiamo, e ci proponiamo di far crescere il contributo al nostro fabbisogno delle energie rinnovabili, il sole, il vento.

    In tanti si oppongono, però, se si fissano traguardi troppo ambiziosi. 

    Ci preoccupiamo per la terra, non perchè la rispettiamo, ma perchè ne abbiamo paura. 

    Ci impegniamo anche a costruire case migliori, auto più efficienti e a tenere comportamenti che diminuiscano lo spreco.

    Ma siamo invischiati nell’inerzia del sistema che è cresciuto, e vive, grazie ai combustibili fossili, il petrolio, il gas, il carbone.

    Dimentichiamo che per questo si fanno guerre, ricatti commerciali e si crea un profondo senso di insicurezza.

    E soprattutto pensiamo solo a noi stessi .  

    Dimentichiamo che ci sono un miliardo e settecentomila persone al mondo che non hanno elettricità. Pensiamo che questo sia un problema loro. 

    Invece è anche un problema nostro. 

    Anzi, non è neppure un problema, è uno scandalo.

    Lo sappiamo bene, ma fingiamo di non vederlo.

    E invece dobbiamo fare qualcosa. 

    Sappiamo bene che non arriveremo mai con oleodotti e gasdotti ai villaggi africani. 

    Ci vuole qualcosa di diverso che non porti l’energia da lontano, che non lasci i rubinetti in mano ai paesi da cui si passa. Dobbiamo dare a questo mondo di persone che di notte vivono al buio e di giorno tirano su l’acqua dai pozzi con le braccia l’unica cosa che possiamo donare senza doverci privare del nostro irrinunciabile benessere: dobbiamo dare l’intelligenza della nostra ricerca, della nostra capacità di innovare, di fare rivoluzioni industriali.

    Dovremmo allora impegnarci a portare in modo diffuso tra quelle genti gli impianti del futuro che producono elettricità dal sole o dal vento.

    Sono impianti che, lo sappiamo bene, oggi sono ancora costosi, ma che già, sotto la spinta degli incentivi nel mondo ricco preoccupato dei cambiamenti del clima, stanno diventando sempre meno cari. Ieri un lusso per ricchi californiani oggi già alla portata di milioni di borghesi europei. 

    Con un grande sforzo di ricerca e con le economie di scala delle produzioni di massa si può immaginare uno scenario dove, anziché portare tubi di gas e petrolio, si portano milioni di impianti piccoli che usano il sole e il vento.

    In altro modo un fenomeno simile a quello che vede, nel mondo in via di sviluppo, la telefonia mobile precedere o addirittura rendere inutile le reti fisse. 

    Energia pulita, diffusa, nelle mani della gente: il sogno di una economia del dopopetrolio dei più raffinati ambientalisti americani ed europei, può diventare una realtà proprio dove l’economia del petrolio non è mai esistita.

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