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    L’interesse dell’essere insieme

    Ogni alleanza politica deve essere accompagnata dall’armonizzazione degli interessi economici.

    Domenica 11 dicembre, su “Il Messaggero”, il prof. Romano Prodi, Presidente del nostro Comitato Scientifico, ha pubblicato un interessante editoriale su come si debba rispondere alla concorrenza degli USA con una organica politica industriale europea, auspicando misure responsabilmente orientate a intervenire su parametri economici larghi e non immediatamente riconducibili a uno o più protagonisti della competizione globale.
    Risulta particolarmente significativo nella argomentazione del prof. Prodi il riferimento
    a una solidarietà sistemica, che vale a tutti i livelli decisionali: quello nazionale, quello continentale e infine quello mondiale. Ogni decisione, in altre parole, deve tenere conto degli equilibri economici e politici complessivi che, sia nei contesti locali sia nel contesto globale, finiscono in ultima istanza per condizionare i provvedimenti da adottare per fare fronte alle crisi incombenti. Un monito che ci sembra ineludibile nel momento attuale, in cui le difficoltà emergenti dalla crisi sanitaria ancora incombente si sommano a quelle derivanti da una guerra tanto imprevedibile quanto deprecabile e a quelle connesse a un rallentamento dello sviluppo produttivo che riguarda non soltanto le economie sviluppate, ma anche quelle in via di sviluppo. Perciò ci pare utile riproporre all’attenzione dei nostri lettori le considerazioni salienti dell’editoriale del prof. Prodi, che interpellano ciascuno di noi, nella misura in cui ciascuno di noi può farsi valere, contribuendo alle decisioni che ci riguardano tutti, insieme. (Alessandro Ovi)

    Il terremoto del Covid sta producendo ulteriori grandi cambiamenti nella politica industriale dei diversi paesi. La Cina ha fortemente indirizzato la propria politica commerciale verso i paesi in via di sviluppo, in modo da rendersi progressivamente meno dipendente dal mercato europeo e americano, mentre gli Stati Uniti hanno adottato una politica di sussidi selettivi, diretti soprattutto a rafforzare la presenza americana nei settori più influenzati dal prezzo dell’energia e dalle nuove politiche ambientali, come le industrie dei semiconduttori, delle auto elettriche e delle batterie.


    Lo strumento legislativo adottato dal governo americano si presenta con la denominazione neutrale di un intervento per proteggere i cittadini dalle conseguenze dell’inflazione (si chiama infatti IRA, Inflation Reduction Act) ma, in pratica, è uno strumento protezionista. Esso destina infatti la cospicua somma di 396 miliardi di dollari a sostegno della produzione americana. L’esempio più chiaro di questa politica è che l’incentivo di 7500 dollari per l’acquisto di un’auto elettrica riguarda solo le vetture prodotte negli Stati Uniti, con componenti prevalentemente americane.


    A questa politica attivamente protezionista si accompagna, per effetto delle decisioni russe, una differenza nel costo dell’energia fra Stati Uniti ed Europa che non ha né paragoni né precedenti. Basti pensare al gas, la cui quotazione è in Europa oltre quattro volte il prezzo del mercato americano. Se consideriamo che in molti settori, cominciando dalla chimica di base per finire con la ceramica, l’incidenza dell’energia sul conto economico è più del doppio del costo della mano d’opera, è chiaro che questa situazione non è per noi sostenibile a lungo.


    Le imprese europee hanno in questi mesi reagito con forti processi di razionalizzazione, arrivando fino a ridurre del 20 per cento il consumo di gas a parità di produzione. La differenza di costo rimane tuttavia tale che i responsabili della grande industria chimica tedesca non solo hanno dichiarato che tutti i nuovi investimenti dovranno essere dirottati verso gli Stati Uniti, ma che, se non vi saranno mutamenti, molti degli attuali impianti europei di chimica di base dovranno essere smantellati. A questo si deve aggiungere (problema particolarmente rilevante per la Germania) il crollo degli acquisti russi e le crescenti difficoltà di penetrazione nel mercato cinese.


    Le proteste sollevate a Washington da Francia e Germania non hanno avuto alcun esito e non sembra esservi alcuna prospettiva di un cambiamento dell’IRA. In Europa ci troviamo quindi in una situazione molto complicata, per non dire drammatica: da un lato abbiamo norme severe che limitano fortemente gli aiuti di Stato alle imprese e, dall’altro, non disponiamo di una politica industriale comune. È chiaro che bisogna porre rimedio alle distorsioni che si sono create perché, continuando in questa direzione, l’Europa entrerà in un processo di deindustrializzazione. Il che non può avvenire senza provocare una necessaria reazione.


    Se non ci si adeguerà alla nuova situazione, comincerà quindi una politica di crescenti sussidi da parte dei singoli governi europei a cui si accompagnerà, di fatto o di diritto, il superamento delle norme che proibiscono gli aiuti di stato alle imprese. Una situazione in cui il governo che ha il portafoglio più profondo potrà agire con maggiore efficacia.
    All’interno dell’Unione Europea non avremo solo una concorrenza fra le imprese, ma anche fra i paesi, con distorsioni del mercato e spreco di risorse pubbliche. Senza contare che alcuni di questi paesi (tra cui il nostro) di risorse disponibili ne hanno ben poche. Ne consegue la necessità di un ripensamento da una sponda e dall’altra dell’Atlantico.

    Da parte europea si deve procedere a un’accelerazione nell’adozione delle nuove energie, a una più rapida trasformazione delle strutture produttive e a una politica industriale comune per tutti i paesi, in modo da superare regole che erano state decise in un contesto diverso.

    Da parte americana deve prevalere la consapevolezza che ogni alleanza politica va accompagnata dall’armonizzazione dei diversi e variabili interessi economici. In effetti le scelte di politica industriale americana sono sempre condizionate anche da interessi industriali privati, come avviene per esempio nel settore dello spazio, che risente degli orientamenti di investimento tipicamente imprenditoriali, come nel caso dei voli spaziali a pagamento, a differenza dei programmi delle aziende europee, che restano invece circoscritti alle missioni scientifiche. Una situazione analoga si potrebbe riproporre sia nel settore della fusione nucleare (si veda il caso dell’alternativa tra Iter e Ignitor) sia in quello della prospezione di nuove risorse energetiche, nella prospettiva di una disponibilità globale, aperta a collaborazioni allargate di politica industriale.

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