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    La persona, in teoria e in pratica

    A volte, discorsi che nascono in contesti diversi, per ragioni diverse, con interlocutori diversi, finiscono sorprendentemente per legarsi fra loro, per manifestare consonanze e connessioni, per diventare l’uno la prosecuzione dell’altro, o viceversa: segno che, nonostante il rigore invernale, sotto il ghiaccio l’acqua continua a scorrere.

    di Gian Piero Jacobelli 18-07-04

    Se si sfogliano le pagine che seguono con l’intenzione di leggervi non tanto il preannunciarsi o l’affermarsi di nuove tecnologie, ma le loro tendenze e, a volte, le loro inversioni di tendenza, non può sfuggire un diffuso e non occasionale orientamento verso la «personalizzazione»: una peculiare attenzione alla persona come oggetto e soggetto della finalizzazione tecnologica. Oggetto, in quanto sempre più spesso si punta alla realizzazione di servizi personalizzati, o meglio personalizzabili, in cui sia incorporato il processo stesso di contestualizzazione. Soggetto – e questa è la constatazione più inaspettata – in quanto la persona torna a riemergere come lo snodo tecnologico di molti sistemi che solo pochi anni fa sembravano avere affidato le proprie possibilità di sviluppo proprio alla possibilità di farne a meno: della persona, si intende, di cui, non a caso, anche la nuova Costituzione europea richiama il ruolo centrale.

    Il motore di ricerca Google si è affermato quando si comprese che i suoi stessi utenti, con la frequenza delle connessioni attivate, disegnavano percorsi di ricerca statisticamente significativi, che tuttavia finivano per tradursi in un conformistico ostacolo alla creatività. La concorrenza a Google si basa, infatti, sul tentativo «di rendere più semplici e personalizzate le ricerche in Web», di «restituire progressivamente ai singoli individui» il potere di controllo sui flussi informativi. Ma anche Google controbatte, venendo incontro al «desiderio delle persone». 

    L’ormai celebre indicazione di Stanley Milgram, psicologo della Harvard University, che ciascuno si trova in media a sei relazioni di distanza da tutti gli altri, si è tradotta nella nozione di persona come fascio di interessi e di relazioni potenziali: e, anche se si tratta sempre di «affari, affari, affari», non è detto che i cosiddetti «siti di relazione» non possano contribuire a personalizzare incontri che altrimenti resterebbero soltanto virtuali.

    Qualunque cosa significhi questo termine che ha una lunga tradizione filosofica – un poco come si è e un poco come si appare, il volto e la maschera secondo la sua etimologia latina -, la persona riemerge quando meno la si aspetta: a proposito dei sistemi di sicurezza, dei controlli logistici, delle misure di prevenzione che meno personali non si potrebbe. In uno degli interventi più interessanti di questo fascicolo si parla di traduzioni, da sempre croce e delizia della Babele verbale e oggi più croce che delizia della Babele elettronica. Dopo qualche anno di panegirici sulle magnifiche sorti e progressive della traduzione automatica, da quando si sono moltiplicate le insidie implicite nelle innumerevoli parole che corrono nella invisibile realtà della rete, ci si è resi conto che «i calcolatori non sono per niente bravi a dipanare quelle complessità linguistiche che per gli esseri umani sono facili da interpretare». 

    Così, da un lato si cerca di rendere le macchine più intelligenti, almeno in ciò che concerne la comprensione del linguaggio scritto, dal momento che la comprensione del parlato resta affidata alla concreta dimensione relazionale della comunicazione faccia a faccia. Ma, dall’altro lato, si torna alla persona, appunto, per comprendere non soltanto cosa «significa» un testo, ma anche cosa «vuole dire»: compito assai più complesso, come sa chi si occupa delle molteplici pratiche linguistiche.

    A questo punto le associazioni problematiche si moltiplicano. Negli stessi giorni, con l’incalzare della stagione estiva, si è ripresentato sulle pagine dei giornali il rischio del black out energetico, come se nulla fosse cambiato. Se è vero, infatti, che sono stati fatti passi in avanti dal punto di vista tecnologico – di alcuni ha dato notizia la stessa «Technology Review» -, è anche vero che poco è stato fatto nell’accertamento delle responsabilità: dove «accertamento delle responsabilità non significa, anzi non deve significare, uno scarico di responsabilità, il tentativo di stabilire chi nelle precedenti nefaste circostanze abbia sbagliato, ma al contrario una assunzione di responsabilità collettiva, una nuova concezione dei sistemi di rete, il cui funzionamento è garantito non tanto dal fatto che tutti facciano quello che devono fare, quanto dal fatto che, per farlo, debbano comunque restare in reciproca comunicazione, debbano farlo insieme. In altre parole, l’esigenza è quella di passare da una cultura dell’emergenza, che purtroppo resta ancora prevalente, anzi sembra caratterizzare un tipico accesso ai regimi della nuova modernità, a una cultura della complessità, che traduca le apparenti situazioni di emergenza in modelli di comportamento collettivi, in progetti di comunicazione per i quali tutto riguarda tutti. 

    Tutti e ciascuno: si ricorderà che uno dei fattori critici emersi dal black out del settembre scorso fu il mancato passaggio dai controlli automatici, quelli delle macchine, dei sensori, degli algoritmi, al controllo umano, quello delle persone, alle quali spetta il compito ultimo di valutare le situazioni dopo averle verificate con i propri interlocutori deputati e di prendere le opportune decisioni con quella capacità di sintesi che soltanto la persona può avere, perché soltanto la persona è portatrice di interessi, cioè di obiettivi condivisi e orientanti.

    Persona, cultura della complessità, prospettive d’insieme: in una parola, un nuovo modello formativo, che trova le sue radici nella tradizione rinascimentale e ciò costituirebbe senza dubbio un rilevante vantaggio competitivo per il sistema formativo italiano, se lo si sapesse sfruttare adeguatamente. Purtroppo, questo modello formativo sembra fare a pugni con gli orientamenti della attuale riforma universitaria e delle diverse ideologie che la animano: facilitanti, pragmatiche, «impersonali», comunque più attente al risultato (ma quale?) che al metodo. 

    Si consideri, in proposito, la recente discussione che si è aperta sulle pagine di alcuni quotidiani tra Pietro Citati e alcuni autorevoli esponenti della cultura accademica e della stessa riforma universitaria. Non è questo il luogo e il momento per prendere partito in un dibattito che deve fare contemporaneamente i conti con gli eccessi del troppo (la domanda formativa) e del troppo poco (l’offerta formativa). Tuttavia, proprio la crescente «personalizzazione» della rivoluzione tecnologica delle reti lascia intendere come l’esigenza di proiettare la formazione universitaria sui contesti operativi – didattici, aziendali, amministrativi – nei quali verranno chiamati a operare quanti riusciranno a concludere il loro corso di studi non possa tradursi in un rapporto tra teoria e pratica in cui la pratica, o qualcosa di simile, venga prima e la teoria dopo: quasi che la teoria costituisca una perfezionamento e un’astrazione della pratica e non, come oggi la logica dei sistemi complessi indicherebbe, un presupposto e quindi un antecedente della pratica, una matura capacità di interpretare operativamente le situazioni in ordine a specifiche assunzioni di responsabilità collettive. Una volta si diceva: insegnare a pensare, evitando che il momento formativo si confonda con quello dell’addestramento e che l’università diventi una mera struttura di supporto delle attività produttive piuttosto che un loro indispensabile partner di ricerca.

    Se una riforma si doveva fare, come sostengono alcuni di quanti l’hanno faticosamente fatta, è anche vero, come sostiene Citati, che questa riforma di massa rischia di «tradurre» la cultura universitaria in una «follia burocratica» in cui si confondono formazione preliminare e formazione superiore, formazione specializzata e formazione professionale. 

    Che, nonostante tutto, in molte discipline, e non soltanto umanistiche, l’università italiana conservi una inattesa credibilità e capacità concorrenziale nei confronti delle altre nel mondo, procura ulteriori motivi di rammarico. Preoccupa, infatti, che non si possa approfittare della opportunità di fare di più, per la paradossale convinzione che fare di meno possa in qualche modo servire a chi non può fare di più.

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