La pandemia accelera la decarbonizzazione

Il Covid-19 ha portato ad un temporaneo calo delle emissioni globali di anidride carbonica e ridotto la quota di energia generata dalla combustione del carbone, una tendenza che potrebbe proseguire anche a pandemia terminata.

Secondo un rapporto pubblicato l'anno scorso da CarbonBrief, nel 2020 ci si aspettava un calo delle emissioni globali del 4% circa rispetto all'anno precedente, il più significativo mai provocato da recessioni o guerre in passato. In realtà, per prevenire il tanto temuto riscaldamento atmosferico di 1.5 °C, il mondo dovrebbe ridurre le emissioni del 6 per cento ogni anno per il prossimo decennio.

In altre parole, chiudere gran parte dell'economia per mesi, compresi il commercio globale, i viaggi e l'edilizia, non è stato sufficiente a prevenire quel pericoloso livello di riscaldamento. Eppure, il problema dei cambiamenti climatici sarà il più pressante all'ordine del giorno una volta usciti dalla pandemia.

Un nuovo studio pubblicato su Nature dal Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK) propone una nota ottimistica in uno scenario in cui il timore maggiore è che la diminuzione nelle emissioni provocata dalla pandemia possa rivelarsi solo temporanea.

Secondo gli economisti del PIK, infatti, non avrebbe causato solo un calo nelle emissioni, ma anche una riduzione nei consumi di carbone. Nello studiare l'impatto del Covid-19 sul sistema energetico e sulla domanda di elettricità, il gruppo di ricerca ha rilevato una maggiore resilienza alla pandemia delle fonti di energia alternative al carbone.

Come spiega l'autore principale dello studio, Christoph Bertram, a fronte di un calo nella domanda di elettricità, le prime a venire spente sono proprio le centrali a carbone, in quanto il processo di combustione ha costi sempre più elevati. Per contro, le fonti di energia rinnovabile, una volta costruitigli impianti, hanno costi di gestione notevolmente inferiori e continuano a funzionare anche se la domanda è ridotta.

Dai dati pubblicati emerge una parziale esclusione dei combustibili fossili dalle procedure di generazione dell'elettricità nel 2020, con una conseguente diminuzione delle emissioni globali del settore energetico pari al 7% circa. Uno sguardo a mercati chiave come quelli di India, Stati Uniti e paesi europei mette in evidenza un distacco ancora maggiore: afronte di una diminuzione nella richiesta di elettricità che ha toccato il 20% rispetto al 2019, le emissioni mensili di CO2 sono arrivate anche ad una diminuzione del 50%.

Già studi pubblicati nel corso del 2020 ipotizzavano che il 2020 potesse rappresentare un punto di svolta, in quanto la domanda globale di petrolio e le emissioni di gas serra avrebbero raggiunto il loro picco massimo nel 2019. Nonostante la pandemia abbia indebolito la posizione di mercato della produzione di energia a carbone mettendone in evidenza i punti deboli, l'International Energy Agency ci avverte che c'è ancora molto da fare.

Un declino nell'utilizzo di combustibili fossili dovuto alla crisi economica non è una strategia efficace e duratura. Sono necessarie vere e proprie strategie di decarbonizzazione, come quelle promosse dalla Comunità Europea nei suoi piani di utilizzo del piano NextGenerationEu.

L'impatto della pandemia sul settore energetico globale offre alla leadership politica globale un'occasione per promuovere politiche climatiche come l'eliminazione dei sussidi per i combustibili fossili e l'aumento degli investimenti nelle fonti di energia rinnovabile. Come spiega Ottmar Edenhofer, direttore del PIK and e del Mercator Research Institute on Global Commons and Climate Change, investire nei combustibili fossili si fa sempre meno conveniente. La pandemia potrebbe davvero rappresentare un'effettiva occasione per cambiare.

(lo)