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La geopolitica del renminbi
La questione dell’entrata del renminbi al Fondo Monetario Internazionale è ancora aperta. Secondo il direttore dell’FMI, Lagarde, è solo questione di tempo, mentre rimangono forti le resistenze del Congresso degli Stati Uniti.
Quanto si accorda agli interessi della Cina un ordine mondiale centrato ancora sull’egemonia delle nazioni anglofone e dell’Occidente? La domanda è non diversa da quella che alla fine dell’ottocento e ancora negli anni Venti si posero per esempio gli economisti e tutta la politica tedesca. E visto il suo esito allora, e le guerre che ne seguirono, non è dunque meno importante da considerare di altre questioni come il declino demografico della Cina o la sproporzione del suo debito o l’eccesso di investimenti. E peraltro la Cina proprio in questi mesi sta proponendo allo scenario internazionale la questione, quando richiede al IMF di aggiungere il renminbi al paniere di valute che determinano il valore delle riserve per i diritti speciali di prelievo, e che già comprende sterlina, dollaro, euro e yen. Malgrado le dichiarazioni della Lagarde secondo la quale l’inserimento sarebbe soltanto ormai una questione di tempo, l'ex presidente della Federal Reserve Ben Bernanke a Shangai il mese scorso si è rivelato assai più prudente, vincolandolo alle riforme finanziarie finanziario e dell’intero modello di crescita cinese. E tra l’altro anche le resistenze del Congresso degli Stati Uniti non rendono scontata la posizione degli Stati Uniti nel voto di ottobre per l’inclusione del renminbi nei SDR.