La crisi in Iraq e la quotazione del greggio
I mercati stanno sottostimando il potenziale impatto a medio e lungo termine di quest'ultima crisi in Medio Oriente o, come si suol dire, "hanno sempre ragione, anche quando hanno torto"?
La struttura geopolitica creata dalle potenze occidentali nel Medio Oriente dai resti dell'Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale sta collassando. Ancora prima dello scioccante attacco e dell'avanzata degli estremisti dell' "Islamic State of Iraq and the Levant" (Isis) in Siria e in Iraq quest'anno, l'architettura geopolitica della regione stava andando in pezzi. Negli ultimi tre anni di guerra civile, la Siria ha visto il regime di Bashar al Assad vacillare sotto l'insorgenza di un'opposizione dominante di militanti sunniti, sostenuti dagli USA e da altri alleati dell'Occidente. A sferrare il suo attacco ora è anche l'Isis, sebbene fino a poco tempo fa il presidente Assad sembrasse propenso a fornire al movimento estremista jihadista il sostegno necessario a contrastare l'opposizione dei sunniti e i nemici occidentali. A nord, i curdi erano impegnati a intensificare gli sforzi per l'indipendenza, prima di subire il feroce attacco dell'Isis, che ha costretto centinaia di migliaia di persone a cercare rifugio oltre confine in Turchia. L'Isis controlla ora un'ampia fetta delle risorse petrolifere della Siria, che utilizza per finanziare le sue operazioni tramite il mercato nero. Se da un lato la recente intensificazione delle incursioni aeree e di altri interventi militari da parte della coalizione guidata dagli USA contro l'Isis potrebbe forse contenere e, in ultima analisi, sconfiggere i terroristi nel loro tentativo di ricostruire un califfato islamista, dall'altro lato, l'esito più probabile resta una ridefinizione radicale della mappa della Siria. Un rischio fatale per il vicino Iraq. A seguito dell'invasione, guidata da Stati Uniti e Regno Unito, e del crollo del regime di Saddam Hussein, gli sforzi profusi dal 2006 per ricostruire il Paese sotto l'egida di un governo filo-occidentale stabile sono falliti. D'altro canto, se tali operazioni di ricostruzione e democratizzazione avessero avuto anche un minimo successo, non ci sarebbe stato alcun bisogno per gli USA e i loro alleati, di ricominciare a bombardare l'Iraq. In ogni caso, indipendentemente da quale sarà l'esito dell'attuale campagna contro l'Isis, una cosa è chiara: l'Iraq è già diviso in tre. A nord, il movimento sempre più autonomo dei curdi, che rivendicano la totale indipendenza e la costituzione di uno stato curdo, che comprenda i "cugini" siriani; al centro, i sunniti e infine il regime di Baghdad, con la sua maggioranza sciita e i suoi sostenitori - non da ultimo il vicino Iran- nelle regioni meridionali ricche di petrolio, finora ampiamente risparmiate dalle incursioni dell'Isis.