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    La colonna musicale dello spazio

    L’ascesa e la caduta del rock spaziale, da David Bowie ai Radiohead.

    di Chuck Klosterman

    L’era rock e l’era spaziale esistono su linee temporali parallele. I sovietici lanciarono lo Sputnik nell’ottobre del 1957, lo stesso mese che Elvis Presley raggiunse il primo posto con Jailhouse Rock. Il primo singolo dei Beatles, Love Me Do divenne di dominio pubblico 23 giorni dopo che John F. Kennedy dichiarò che l’America sarebbe andata sulla Luna.

    La missione Apollo 11 è atterrata sul satellite terrestre la stessa estate di Woodstock. Questi eventi sono ovviamente coincidenze, ma l’arco temporale che percorrono a braccetto è significativo. L’assalto dell’umanità al cielo è stato il passaggio più importante della seconda metà del XX secolo, in contemporanea con la trasformazione della cultura giovanile legata alla musica rock.

    Non ci vuole un’analisi approfondita per vedere l’influenza del primo sul secondo. Il numero di testi pop che si ispirano allo spazio è enorme e, per molti aspetti, prevedibile. Era la lingua dell’epoca.

    Ma ciò che fa pensare è come il silenzio dello spazio sia stato ricondotto al suono della musica.
    Il protagonista di questo “dialogo” è anche il più ovvio: David Bowie. In una playlist delle più grandi canzoni pop mai scritte sulla vita al di là della stratosfera, Space Oddity del 1969 avrebbe il posto d’onore, seguita a ruota dal brano di pop sintetico Major Tom (Coming Home) del tedesco Peter Schilling.

    Il contenuto lirico di Space Oddity è parlato più che cantato, e la storia è semplice: un astronauta (il Maggiore Tom) compie una missione nello spazio e qualcosa va terribilmente storto. È strano, in retrospettiva, che una canzone con una tale visione pessimistica del viaggio spaziale sia stata resa pubblica solo 10 giorni prima che Neil Armstrong calpestasse la superficie lunare.

    Questa visione pessimistica, tuttavia, diventerà il modo standard per i musicisti rock di scrivere di scienza. Al di fuori di Sun Ra o Ace Frehley, è difficile trovare canzoni di qualità sullo spazio che non comunichino un senso di tristezza o una sensazione di isolamento dal mondo.

    Bowie ha scritto molto sullo spazio cosmico durante la sua carriera, spesso in modo brillante e a apparentemente ogni volta che non è riuscito a trovare un’idea migliore. Il personaggio del maggiore Tom è stato rivisitato in Ashes to Ashes degli anni 1980 e trasformato in un tossicodipendente.

    Life on Mars? Potrebbe rientrare tra le canzoni dedicate allo spazio, ma il testo cade nel surreale al punto da impedire qualsiasi classificazione.

    Nel 1997, Bowie realizzò un album intitolato Earthling in cui il cosmo rappresentava una metafora della Terra. La punta di diamante del suo intero catalogo è The Rise and Fall di Ziggy Stardust e Spiders from Mars, un concept album del 1972 su un alieno che diventa una rockstar. E’ la consacrazione ufficiale di Bowie come cantore dello spazio.

    Tuttavia, ci sono tre aspetti da chiarire sull’ossessione cosmologica di Bowie che complicano la lettura tradizionale. Il primo è che Space Oddity non è stato ispirato dalla NASA, ma dal film del 1968 di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio. Una finzione basata su un’altra finzione.

    Il secondo è che Bowie di solito parlava di alieni che venivano nel nostro mondo (al contrario di noi che sbarchiamo sul loro). Un buon esempio, a parte le sue canzoni, è costituito dal suo film del 1976 L’uomo che cadde sulla terra.

    Il terzo dettaglio è che Bowie generalmente utilizzava lo spazio come dispositivo narrativo. Non ha cercato di dare alla sua musica sonorità “spaziali” (metà delle canzoni di Ziggy Stardust riguardano gli alieni, ma la musica è un classico esempio di glam rock).

    L’unica volta in cui ha fatto ricorso ad accordi freddi e meccanici, che potevano richiamare l’idea di spazio, è stato nella versione originale di Space Oddity. Tuttavia, i suoi tentativi hanno avuto un’influenza considerevole su chi l’ha seguito.

    Lo spazio è un vuoto: l’unica canzone che cattura la piena risonanza dello spazio è il totale silenzio di 4’33 di John Cage. Qualsiasi artista che intenda incarnare la sonorità del cosmo si colloca in uno spazio mitico, largamente condiviso dalla collettività. Lo spazio non ha suono, ma certi suoni sono “spaziali”.

    Si prenda i casi di Space Oddity o della colonna sonora del film 2001 (l’epopea di brani scelti di Richard Strauss e György Ligeti) o l’onde martenot (una tastiera che simula vagamente una voce umana, resa famosa dalla serie televisiva Star Trek). Oggi, tutti concordiamo su questa idea di suono spaziale e non ci facciamo domande sulla presunta corrispondenza suono-spazio.

    Questi luoghi comuni sono facilmente visibili all’alba dell’heavy metal. La canzone del 1970 dei Black Sabbath Planet Caravan ha elaborato la voce di Ozzy Osbourne attraverso un organo Hammond per creare un senso di distanza eterea.

    Nel 1972, Space Truckin dei Deep Purple ha utilizzato la modulazione ad anello per simulare un veicolo spaziale colossale che viaggia ad alta velocità. Il contenuto lirico di No Quarter dei Led Zeppelin è costruito sulla mitologia nordica, ma il drone onirico del mellotron di John Paul Jones e la chitarra ultra-compressa di Jimmy Page alimentavano la sensazione di esplorare un paesaggio alieno.

    Non sorprende che l’atmosfera di queste tracce si fondesse con le tendenze psichedeliche. L’idea di “musica sullo spazio” è diventata una scorciatoia per “musica sulle droghe” e talvolta per “musica da suonare quando ci si droga e si immaginano paesaggi spaziali”. E questo, a un livello base, è la definizione più accurata del genere che ora chiamiamo space rock.

    (Per ascoltare la playlist)

    Più ideologicamente intrecciate con il rock progressivo degli anni 1960 rispetto al metal degli anni 1970, le qualità dello space rock sono strettamente legate agli stati d’animo che inducono: canzoni ipnotiche, punteggiate dall’utilizzo dei distorsori che hanno la meglio sui riff.

    I testi tendono ad essere bassi nel mix e non particolarmente essenziali, ma l’attenzione per la profondità galattica è evidente: nel 1973 Space Ritual, l’album dal vivo della progressive rock band Hawkwind, includeva la narrazione vocale del “sacerdote visionario” e poeta Robert Calvert. Dato che le canzoni rock dedicate allo spazio erano tendenzialmente lunghe, tortuose e bizzarre, non erano molto trasmesse dalle radio commerciali, con una notevole eccezione: i Pink Floyd.

    Dark Side of the Moon, l’ottavo album in studio dei Pink Floyd, è l’album rock più longevo mai registrato. Ha venduto quasi 50 milioni di copie ed è rimasto nella Billboard Top 200 per 917 settimane dopo la sua uscita nel 1973. È un concept album e non è affatto dedicato alla Luna.

    Tuttavia, permette a un adolescente di giacere sul letto in una stanza buia e sentirsi come se fosse sul satellite terrestre. Dark Side of the Moon (e il successivo Wish You Were Here) ha esaltati il sintetizzatore, rendendolo il veicolo musicale privilegiato per le colonne sonore del futuro.

    Originariamente concepiti come un modo per replicare strumenti analogici, i sintetizzatori di prima generazione hanno visto i loro limiti diventare punti di forza. Incapaci di simulare credibilmente il suono di una chitarra reale, potevano creare tonalità suggestive, originali e allo stesso tempo “disumane”. Non avevano nulla a che fare con lo spazio, ma sembravano descrivere la meraviglia e il terrore che suscita un universo infinito.

    Da allora in poi la musica pop “spaziale” non poteva che assomigliare al modo di suonare dei Pink Floyd. Se l’ossessione dell’America per la corsa allo spazio durante gli anni 1960 spiega l’ascesa dello space rock negli anni 1970, ne consegue che il calo dell’interesse pubblico verso la NASA (il dopo Apollo) portò a un declino della musica ispirata allo spazio negli anni 1980 e 1990.

    Canzoni come Space Age Love Song dei Flock of Seagulls o Space Is the Place degli Spacehog sembrano semplicemente usare la parola “spazio” come un segnaposto bisillabico privo di significato. Black Hole Sun dei Soundgarden non era dedicata al cielo, ma era legata a un messaggio televisivo male interpretato.

    Anche i brani musicali più seri abbondavano di elementi kitsch e caricaturali. Il gruppo britannico Spacemen 3 era forse l’espressione migliore di questo periodo, ma le loro proposte musicali non hanno nulla di originale.

    L’ultimo grande album rock che sembra offrire atmosfere “spaziali” è stato probabilmente OK Computer dei Radiohead, ma il collegamento era occasionale. La band stava semplicemente usando gli strumenti, le accordature e i tempi associati al pop del periodo d’oro in accordo alle sonorità dello spazio. Era più il pubblico a sentire questo collegamento che l’artista.

    Quello che è successo, sembra, è che la nostra primitiva domanda sulla vicinanza filosofica della Luna alla Terra è venuta perdendo di significato. Quando la musica rock era vitale, lo spazio era terra di conquista. Tutto era possibile. Era un sogno creativo.

    Ma alla fine siamo andati nello spazio così spesso che la gente ha cominciato ad annoiarsi. Le due sonde Voyager si erano già allontanate da Plutone prima che i Nirvana pubblicassero Nevermind, nel 1991.

    Oggi si può vedere l’immagine di un buco nero nel “New York Times”. La nozione che lo spazio esterno è vasto e inconoscibile è stata sostituita dalla nozione che lo spazio è esattamente come dovrebbe essere. Nel 1997, uno degli ex membri di Spaceman 3, Jason Pierce, realizzò un album con la sua nuova band, Spiritualized, intitolato Ladies and Gentlemen, We Are Floating in Space.

    Quel titolo conteneva un preciso riferimento a un romanzo norvegese, ma ha involontariamente indicato con precisione quanta la percezione dello spazio fosse cambiata. Non più un posto dove andare, ma un luogo dove già siamo.

    Immagine: Keith Rankin

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