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    Il valore dell’inclusione

    Questo fascicolo della rivista nasce all’insegna del cambiamento: ma di un cambiamento che comincia a manifestare alcune caratteristiche particolari, soprattutto se confrontato con quanto avveniva soltanto pochi anni fa. Si tratta, infatti, di un cambiamento non più concentrato su alcune aree e alcuni settori cosiddetti avanzati, ma diffuso, sia in senso settoriale, sia in senso geografico. Inoltre, si tratta di un cambiamento che è frutto di scelte aggregative piuttosto che di scelte disgregative.

    di Alessandro Ovi

    Come si leggerà nelle pagine che seguono, ancora una volta, anzi ogni volta di più, la Cina è vicina, se per esempio consideriamo la sua presenza nel settore informatico, che all’inizio faceva temere l’emergere di comportamenti antagonistici e di steccati culturali. Ma, come si sa, è vicina anche l’India, in cui sembrerebbe essersi realizzato qualcosa di cui si era vanamente favoleggiato in Europa qualche anni fa: uno sviluppo che avrebbe potuto procedere per balzi, magari saltando a piedi pari la industrializzazione pesante per sbarcare direttamente sulla industrializzazione leggera. E si trattava certamente di una falsa illusione, dal momento che, per crescere, bisogna crescere in maniera organica e armonica. Ma in Cina e in India, appunto, questi balzi in avanti non scendono dal cielo: in Cina, come in India, per crescere nel settore informatico, si è dovuto investire nella formazione e nella organizzazione della ricerca e si è dovuto operare delle scelte, di condivisione strumentale, di organizzazione formativa, di promozione individuale. E questo è proprio quello che, da noi, si ha difficoltà a fare. Forse perché stiamo assuefacendoci a una mentalità coloniale, in cui altrove sono i centri dello sviluppo e per i singoli paesi del vecchio continente non restano che ruoli specializzati e di supporto?

    Si tratta, dunque, di un cambiamento non più inteso in senso «paradigmatico» come un torneo cavalleresco – e nemmeno sempre tanto cavalleresco – in cui chi vince mette fuori chi perde, ma in senso «sintagmatico», in ragione del quale si cambia perché si interagisce diversamente con gli altri, con tutti gli altri. Si cambia perché si mescolano le carte e quelli che sembravano costituire prima i termini alternativi di un problema di sviluppo, invece di contrapporsi, si alleano tra loro. Molto significativa appare in proposito l’intervista con il direttore generale di TIM, Mauro Sentinelli, il quale parla di triangolazioni tra produttori, gestori e utenti, ma anche tra tecnologie diverse e persino tra modelli culturali apparentemente contrapposti come quelli della parola, della scrittura, dell’immagine, per risalire alle più profonde radici culturali, che oggi cospirano nella costruzione dei nuovi scenari «ubiquitari».

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