Il futuro non è ancora ricominciato
Quasi settanta anni fa Robert Jungk annunciava che il futuro era già cominciato, alludendo alla energia nucleare, alla industria aerospaziale, alla agricoltura tecnologica e persino al cinema hollywoodiano, ma di fronte alle attuali difficoltà non ci si può non chiedere se si tratti ancora di un futuro opportuno e desiderabile.
di Gian Piero Jacobelli 27-04-20
Al di là delle perplessità che oggi si potrebbero esprimere in merito all’entusiasmo manifestato da Robert Jungk, va comunque osservato che, anche se era già cominciato, il futuro gli appariva come una prospettiva ricca di fascino e di promesse: in ogni caso, come qualcosa che sollecitava ad andare avanti. Oggi, assediati come siamo dalla moltiplicazione delle crisi incombenti, quella sanitaria, quella economica e, non ultima, quella istituzionale, la difficoltà, psicologica prima ancora che programmatica, resta proprio quella di guardare avanti, incerti come siamo se sia il caso di andarci o non andarci.

In questi mesi molti, e anche noi probabilmente, hanno scritto, o riscritto, che il futuro è già cominciato, perché dopo non sarà più come prima, anche se alcuni vi hanno aggiunto un “purtroppo” e altri un “per fortuna”. Per quanto ci riguarda, pensiamo che la crisi stia in effetti rendendo evidente come qualcosa sia già avvenuto, forse persino senza che ce ne accorgessimo. Il riferimento più frequente va alla “digitalizzazione” della convivenza: un evento, anzi un procedimento che, non soltanto per le attuali e vincolanti necessità, ma anche per una incoercibile tendenza di fondo, abbiamo sempre concepito come uno dei due fattori della modernizzazione e della globalizzazione, l’altro essendo quello della mobilità, che da sempre ha caratterizzato la storia evolutiva e culturale del genere umano.

Tuttavia, la novità consiste proprio nella dissociazione di questi due fattori cruciali, quello della comunicazione e quello della mobilità, che abbiamo per lo più percepito come concomitanti e coalescenti , mentre oggi ci appaiono come concorrenti, immobilizzati come siamo nelle nostre case o nei nostri percorsi obbligati. Sollecitati a non muoverci se non per esigenze irrinunciabili, quando una volta sono state proprio le esigenze rinunciabili e il muoversi spontaneamente alla conquista del mondo che ci hanno consentito di vivere creativamente, misurandoci con i nostri stessi processi di cambiamento, fisico e mentale.

Se il futuro è davvero già cominciato, si tratta tendenzialmente di un futuro dimidiato, di un futuro che in ogni caso esalterà alcuni aspetti del nostro modo di vivere, mortificandone altri. In altre parole, alla enfasi digitale attuale, che in ogni caso ci aiuta a conservare una più o meno intensa vita di relazione, rischia di corrispondere un atteggiamento di passività, non soltanto nei confronti della iniziativa individuale, ma anche nei confronti della iniziativa collettiva sempre più demandata a decisori ai quali ci unisce soltanto la emergenza o, come si dice, lo “stato di eccezione”.

Il problema di una divaricazione tra componenti altrettanto essenziali della nostra vita, ma sempre meno compatibili, anche per ragioni logistiche e finanziarie, sembra configurarsi come una tendenza di fondo, un mainstream della civiltà moderna. Proprio ieri abbiamo pubblicato un interessantissimo articolo di David Rotman, in cui si sottolinea la incapacità della ricerca e delle industrie tecnologicamente avanzate a confrontarsi con i molteplici problemi di una società in continua espansione e quindi tanto più articolata e diversificata.

A proposito dell’emblema del progresso scientifico e tecnologico, la Silicon Valley, Rotman rileva che, alla prova della pandemia da Coronavirus, «le grandi aziende tecnologiche in generale sono state approssimative nel rispondere alla crisi. Certo, ci hanno dato Zoom per far lavorare i più fortunati tra noi e Netflix per distrarci; Amazon è di grande aiuto a chi non può stare in fila davanti ai negozi; gli iPad sono molto richiesti e Instacart sta portando cibo a molte persone auto-isolate. Siamo fantastici nel concepire un software brillante, che rende la nostra vita più comoda in molti modi. Ma siamo molto meno abili nel reinventare l'assistenza sanitaria, nel ripensare l'istruzione, nel rendere più efficiente la produzione e la distribuzione di alimenti e, in generale, nell'applicare il nostro know-how tecnico ai più grandi settori dell'economia».

Per concludere, che il futuro sia già cominciato non deve rappresentare la tentazione a rinchiuderci in questo futuro, così come oggi ci si presenta, ma una sollecitazione a rimetterlo in moto, a farlo “ricominciare”, dentro di noi, prima ancora che fuori di noi.

(gv)